La povertà non è stata abolitaI dimenticati dal reddito di cittadinanza

La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha subito applaudito agli effetti del sussidio Cinque Stelle. Ma il report pubblicato dall’Istat dice che in un anno ci sono più poveri tra i nuclei familiari con più di tre figli e tra gli immigrati

Filippo MONTEFORTE / AFP

Lo aveva già fatto notare la Corte dei Conti: il reddito di cittadinanza – si leggeva nel Rapporto sulla finanza pubblica 2020 – raggiunge «solo parzialmente i nuclei e le persone povere», senza garantire una «copertura completa». E ora il report dell’Istat sulla “Povertà in Italia” lo conferma dati alla mano, mostrando le storture del sussidio che aveva l’obiettivo dichiarato di «abolire la povertà» per 1,8 milioni di famiglie e 5 milioni di individui. E che invece lascia indietro soprattutto i soggetti più vulnerabili: le famiglie con più figli e gli immigrati. Tra i quali l’incidenza della povertà assoluta, da quando il sussidio è entrato in vigore, è addirittura aumentata.

I dati riportati dall’Istat riferiti al 2019, quindi prima della crisi Covid, registrano una lieve riduzione della povertà assoluta rispetto al 2018: dal 7 al 6,4% per le famiglie (-0,6%), dal 8,4 al 7,7% per gli individui (-0,7%). Le famiglie in povertà assoluta restano quasi 1,7 milioni, per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui. Stabile invece la povertà relativa, quella parametrata in rapporto al reddito pro capite del Paese, che riguarda poco meno di 3 milioni di famiglie e 8,8 milioni di persone.

I dati sulla povertà assoluta, spiegano dall’Istat, pur rimanendo su livelli molto superiori a quelli prima della crisi 2008-2009, mostrano l’effetto positivo del reddito di cittadinanza, percepito da oltre 1 milione di famiglie secondo gli ultimi dati Inps. «Questi dati confermano quanto abbiamo sempre sostenuto: il reddito di cittadinanza rappresenta una misura necessaria per far uscire gli italiani dalla povertà», ha scritto subito la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, Cinque Stelle, prima firmataria della proposta di legge sul reddito di cittadinanza.

Ma l’effetto positivo non vale per tutti. Anzi, come metteva in guardia la Corte dei conti, il sussidio lascia enormi aree scoperte. L’incidenza della povertà assoluta resta più elevata tra le famiglie numerose: 9,6% tra quelle con quattro componenti, 16,2% tra quelle con cinque componenti e più. E la povertà aumenta in presenza di figli minori. Tant’è che tra le famiglie con tre o più bambini l’incidenza è addirittura aumentata dal 19,7% del 2018 al 20,2% del 2019. Le coppie povere con tre figli e più sono passate da 130mila a 131mila.

E non è un caso. Il reddito di cittadinanza, a causa della distorsione generata dalla scala di equivalenza usata per calcolare l’importo, è andato soprattutto a beneficio dei single, che rappresentano il 39% dei percettori, contro il 24% delle famiglie numerose. L’effetto si vede su un dato allarmante riportato da Istat: nel 2019 la povertà assoluta colpisce ancora 1 milione 137mila minori. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 619mila, con un’incidenza del 9,7% (oltre tre punti più alta del valore medio di 6,4%).

L’altra categoria che resta più colpita dalla povertà è quella degli immigrati, tra i quali quasi 1 milione e 400mila individui sono in una condizione di povertà assoluta. «La cittadinanza ha un ruolo importante nel determinare la condizione socio-economica della famiglia», scrive l’Istat. Le famiglie straniere povere con minori sono il 31,2% contro il 6,3% di quelle italiane. E anche tra gli stranieri l’incidenza della povertà aumenta al crescere del numero di figli minori. Anche in questo caso, l’effetto del reddito di cittadinanza non si vede. Anzi: nelle famiglie di stranieri con bambini, l’incidenza della povertà assoluta è passata dal 31% del 2018 al 31,2% del 2019.

Anche in questo bacino, il reddito di cittadinanza ha avuto scarsissimi effetti. La quota di beneficiari stranieri extracomunitari è meno del 6%, nonostante l’incidenza delle povertà assoluta sia quasi cinque volte quella degli italiani. Il perché risiede nei paletti introdotti dal governo Cinque Stelle-Lega per l’accesso al sussidio. «Il vincolo di dieci anni di residenza di cui almeno gli ultimi due in via continuativa, potrebbe aver limitato il numero delle domande presentate dalle famiglie straniere», spiega la Corte dei Conti. A questo si aggiunge la richiesta di produrre documenti e certificati sullo stato patrimoniale da parte delle autorità dei Paesi d’origine, che ha complicato ulteriormente la richiesta del reddito di cittadinanza.

«Ci sono ancora troppe persone in povertà assoluta», spiegano dall’Alleanza contro la povertà. «La fotografia dell’Istat dimostra ancora una volta la necessità e l’urgenza di interventi rafforzativi del reddito di cittadinanza che consentano di raggiungere tutte le persone in condizione di povertà». Gli interventi proposti sono: «Una sostanziale modifica della scala di equivalenza che non penalizzi, come l’attuale, i minori e le famiglie numerose; l’allentamento degli stringenti vincoli anagrafici, che sono discriminatori per gli stranieri».

Per giunta, con differenze geografiche notevoli: la povertà cala solo nelle aree metropolitane, dal 7,2% al 5,9%, ma aumenta nei comuni più piccoli, dove si passa dal 5% al 6,6%. Senza dimenticare le persone senza fissa dimora, escluse dal reddito per via dei vincoli di residenza. Fino allo scorso febbraio, quando il ministero del Lavoro finalmente ha diramato una nota che esplicita che anche chi non ha una casa può avere accesso al sussidio.

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