Non ha abolito la povertàLa Corte dei Conti boccia il reddito di cittadinanza: «Risultati insoddisfacenti»

Le critiche arrivano dal “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”. Flop sul fronte della ricerca del lavoro: «Nessuna maggiore vivacità dei centri per l’impiego», ma anche nella lotta alla povertà, perché il sussidio è sbilanciato sui single ed esclude migranti e senza fissa dimora

(Photo by ANDREA PATTARO / AFP)

Il reddito di cittadinanza non ha trovato un lavoro ai disoccupati italiani, né ha «abolito la povertà». I risultati, al momento, appaiono «largamente insoddisfacenti». Il giudizio conclusivo sul provvedimento voluto dai Cinque Stelle, a oltre un anno dalla entrata in vigore, arriva dal “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica” della Corte dei Conti. Che, numeri alla mano, boccia il sussidio grillino sia sul fronte del sostegno al reddito che su quello della ricerca di una occupazione.

A oggi, i nuclei percettori di reddito sono 947.698, pari a oltre 2,4 milioni di persone coinvolte, con un importo medio di 552 euro mensili.

La critica maggiore della Corte dei Conti arriva sulla fase due del reddito di cittadinanza, quella della ricerca di un lavoro ai percettori del sussidio. Lo scorso luglio l’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) guidata dal professore del Mississippi Mimmo Parisi ha assunto 3mila navigator, proprio con l’obiettivo di supportare i centri per l’impiego. Ma scrivono un anno dopo dalla Corte dei Conti, «non sembra riscontrarsi una maggiore vivacità complessiva dell’attività dei Centri per l’impiego (cpi) e una crescita del loro ruolo nell’ambito delle azioni che si mettono in campo per la ricerca del lavoro».

Secondo le analisi della Corte dei Conti, solo il 23,5% della forza lavoro nel 2019 ha cercato un’occupazione tramite i centri per l’impiego. Una percentuale che si è addirittura ridotta rispetto al 24,2% del 2017 e al 23,3% del 2018. Nella ricerca del lavoro continuano ad avere un ruolo predominante, in Italia, i canali informali. In particolare, ed è questo il dato più significativo, solo poco più del 2 per cento ha trovato lavoro, tra il terzo trimestre 2018 e il terzo trimestre 2019, tramite i centri per l’impiego.

Il ricorso ai centri è stato considerato efficace solo dal 2,2 degli interessati (era dell’1,8 per cento nel 2018 e del 2,7 per cento nel 2017). Al contrario, risulta in aumento l’utilizzo delle agenzie per il lavoro private, la cui quota aumenta di un punto percentuale rispetto al 2018.

I risultati sono visibili nei dati diffusi da Anpal. Secondo quanto comunicato da Anpal Servizi, ricordano i giudici nella relazione, «alla data del 10 febbraio 2020, i beneficiari del RdC che hanno avuto un rapporto di lavoro dopo l’approvazione della domanda sono 39.760». Come previsto dalle norme, entro quella stessa data sarebbero stati tenuti a recarsi nei centri per l’impiego 908.198 beneficiari. Quelli effettivamente convocati invece sono stati 529.290, il 58% del totale, e di questi si è presentato solo il 75%. In totale, sono stati sottoscritti 262.738 patti di servizio, di cui solo il 33% sono stati convocati per un secondo appuntamento.

Ma anche sul fronte del contrasto alla povertà non mancano le critiche. L’obiettivo dichiarato nella relazione tecnica era di portare fuori dalla povertà 1,8 milioni di famiglie per un totale di 5 milioni di individui. Tuttavia, scrivono dalla Corte dei Conti, il reddito di cittadinanza «raggiungerebbe solo parzialmente i nuclei e le persone povere», senza offrire una «copertura completa».

La misura, si legge nella relazione, ha contribuito certamente a ridurre la povertà (molto più del precedente Reddito di inclusione), ma lasciando enormi aree scoperte. L’ipotesi, in attesa dei dati Istat ufficiali, è che il tasso di povertà potrebbe essere sceso tra il 2018 e il 2019 dall’8,4 al 6,9 per cento. E la probabilità di essere a rischio di povertà assoluta potrebbe essere passata dal 20,1 al 19,7 per cento.

Il sussidio, fanno notare i giudici, è andato però soprattutto a beneficio delle famiglie mono componenti, che rappresentano il 39% dei percettori, mentre le famiglie numerose solo il 24%. Una distorsione dovuta alla scala di equivalenza usata, sul quale il governo Conte 1 era stato messo in guardia da più parti.

Poi c’è l’accesso ridotto per gli immigrati: la quota di beneficiari stranieri extracomunitari è meno del 6%, nonostante il 31% di questi siano secondo l’Istat in situazione di povertà assoluta. «Il vincolo dei dieci anni di residenza, di cui almeno gli ultimi due in via continuativa, potrebbe aver limitato il numero delle domande presentate dalle famiglie straniere», spiegano.

«A questo si aggiunge la richiesta ai cittadini extracomunitari di produrre una certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta e legalizzata, per comprovare il soddisfacimento dei requisiti economici e la composizione del nucleo familiare. Un iter burocratico che complica ulteriormente la richiesta del sussidio per gli stranieri in maggiore difficoltà economica». E proprio i requisiti stringenti per l’accesso degli immigrati avrebbe causato anche la concentrazione delle domande soprattutto nel Mezzogiorno rispetto al Nord, dove invece risiedono molti extracomunitari.

La misura, concludono i giudici, appare «sbilanciata a danno dei nuclei numerosi e con la presenza di minori e disabili». Non vi è un «tasso di coinvolgimento delle famiglie con cittadinanza diversa da quella italiana», né si è rivelata «capace di includere anche le persone senza fissa dimora».

Già nel Rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica, la Corte dei Conti aveva manifestato alcune perplessità sottolineando che il reddito di cittadinanza «configurandosi come strumento che intende rispondere sia ad esigenze di lotta alla povertà sia ad esigenze di stimolo dell’occupazione (politiche attive per il lavoro) porta in sé il teorico rischio di confondere obiettivi che rispondono a logiche diverse e richiedono approcci diversi» e che appare quindi «cruciale» la distinzione dei due percorsi”. Le evidenze ad oggi disponibili, scrivono nella edizione 2020, «sembrano confermare le perplessità della Corte».

I giudici raccomandano quindi di “smistare” i nuclei che chiedono assistenza verso due distinti percorsi, inclusione e lavoro, rafforzando la capacità di scegliere il percorso più confacente per il nucleo che fa domanda e «la effettiva possibilità di impiego di coloro i quali risultano teoricamente abili ad esercitare attività di lavoro». Su questo fronte, scrivono, «sembrano riscontrarsi carenze che hanno a che fare proprio con la non chiara e immediata percezione della povertà come problema dalle sfaccettature multiple, nel quale il disagio del richiedente è sia lavorativo sia sociale in senso lato».

Sotto questo aspetto – scrivono – il ruolo dei servizi sociali dei Comuni, rispetto a quello dei Centri per l’impiego, può crescere di molto, ribadendo l’esigenza di un organico coinvolgimento del terzo settore. «Sono tematiche», concludono, «che andranno affrontate tenendo anche conto del nuovo contesto economico e sociale creato dall’emergenza epidemiologica da Covid-19», garantendo il coordinamento tra il reddito di cittadinanza e alcune delle misure varate a contrasto delle difficoltà economiche e permettendo un aggiornamento rapido dell’Isee in modo da fotografare l’effettivo stato di bisogno delle famiglie.

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