Modello intergovernativo vs federalistaIl negoziato fiume tra i 27 leader ci ha fatto capire che serve una riforma dei trattati europei

Il problema non è lo scontro tra Rutte o Conte, ma il potere decisionale in mano ai singoli stati che per natura, non potranno mai avere una prospettiva sovranazionale. Il Consiglio europeo è in un vicolo cieco strutturale, la sua composizione impedisce di trovare soluzioni comuni e condivise

Afp

Dopo quattro notti di consultazioni, è finalmente arrivato l’accordo che rimarrà nella storia dell’Unione. Per tanti motivi. Non fosse altro per l’ostinazione di due persone: il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il primo per non aver voluto portare a casa per forza un risultato, la seconda per aver da subito mediato tra le due fazioni governative, ossia gli Stati frugali (Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca) e il fronte delle economie più duramente colpite dagli effetti della pandemia, storicamente più propense a utilizzare la spesa (e il debito) pubblico.

Soprattutto, questo Consiglio europeo sarà ricordato come il summit spartiacque tra il passato e il futuro dell’Europa. Quello che ha posto sul tavolo la questione del metodo intergovernativo, e lo ha fatto mostrandone tutta la crudezza e le contraddizioni. Non è una novità che il Consiglio europeo si trovi in un vicolo cieco strutturale, ossia impossibilitato a trovare soluzioni comuni e condivise a causa della sua stessa composizione: un gruppo di capi di stato sballottati dalle proprie correnti elettorali ma anche umorali. Capi di stato che, a fronte di problemi comuni, pongono questioni nazionali che attraverso il veto e l’unanimità hanno bloccato, e continuano a bloccare, il processo europeo.

Non sono Rutte o Conte il problema. Il problema è il potere decisionale in mano ai singoli stati che, per propria natura, non potranno mai avere una prospettiva sovranazionale. Ecco che, malgrado le buone intenzioni di una Merkel o di un Macron, ogni accordo, ogni piccolo passo in avanti non sarà un successo ma solo una toppa su un buco che si sta allargando sempre di più.

Ciò di cui avrebbe bisogno ora l’Unione europea è una revisione dei trattati, un processo riformista che rafforzi Parlamento e Commissione e che si elevi dal mero dibattito della frugalità e della spesa affrontando le sfide del futuro con una visione globalista e non legata alle singole vicende nazionali. Altrimenti alla prossima emergenza ci ritroveremo allo stesso punto di partenza.

Vero, non si può negare che durante questo summit-fiume, e nel periodo che lo ha preceduto, l’Ue abbia fatto dei piccoli passi avanti in ottica federalista, che nel lungo periodo si riveleranno essenziali. L’Ue che durante la pandemia emette debito comune per spese correnti, ad esempio; l’Ue che si accorda per un bilancio di dimensioni storiche, rendendolo protagonista del futuro dell’Europa; infine l’Ue che comincia a introdurre nuove risorse proprie con la plastic tax dal 2021 e pensa in prospettiva a carbon tax e digital tax. Il germoglio di una vera capacità fiscale federale europea.

Ma non è certo nel senso di un rafforzamento della Commissione che va l’esito del vertice. Von der Leyen, presidente ambientalista, che stava “preparando l’Europa all’era digitale”, dovrà infatti digerire i consistenti tagli a tutti i programmi di rilievo su cui ha lavorato in questi primi mesi di mandato e durante la pandemia. Compreso lo strumento Next Generation EU. Ancora una volta, l’Europa contro gli stati.

Vengono ridimensionati preziosi fondi per l’emergenza sanitaria, come EU4Health che includeva anche digitalizzazione dei sistemi sanitari, lotta al cancro e ampliamento delle reti europee per le malattie rare. Ma la batosta principale, che delude in ottica post-crisi, è al fondo per la transizione equa (ecologica), da 40 a 10 miliardi, e alle risorse per il digitale. Speriamo che gli stati membri abbiano invece l’accortezza di gestire i fondi assegnati con queste due priorità in mente.

Nel Consiglio appena concluso, l’Unione è stata messa faccia a faccia con la propria storia passata e recente. Uno stato membro fondatore (Paesi Bassi) ha intralciato l’intero processo negoziale dall’inizio alla fine, e due stati sovranisti dell’ex blocco orientale vanno a casa beandosi che, pur non rispettando lo stato di diritto, potranno accedere ai fondi.

Sì, hanno “vinto” loro, frugali e sovranisti, i Rutte e gli Orban della situazione. Ma i semi della nuova UE sono stati gettati, e un bel giorno non potranno sottrarvisi nemmeno loro. Se di capacità fiscale embrionale si parla, infatti, come auspicato dal libdem federalista Andrew Duff, non vorremmo fosse lontano il giorno in cui nove o più stati membri faranno il grande salto mettendo in comune la loro sovranità in questo ambito, grazie allo strumento UE della cooperazione rafforzata. Il resto degli stati potrebbe seguire a ruota, e Stati Uniti d’Europa saranno.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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