Né con gli uni né con gli altriIl 2020 è l’anno di due tipi di fascisti: i fasci e gli antifa, purtroppo mancano gli antifascisti

Il dibattito sul pericolo che la cancel culture omologhi il dibattito pubblico è serio, ma viviamo anche in una società dove, da Trump a Salvini ai cinquestelle, chi la spara più grossa ottiene più consenso. E noi stiamo in mezzo

SCOTT OLSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

A novembre scorso, in uno dei primi editoriali su Linkiesta, ho scritto che «il politicamente corretto è una forma di totalitarismo del linguaggio che impedisce di chiamare le cose con il proprio nome e che finisce per condizionare il pensiero della società contemporanea. Nato negli anni Novanta a fin di bene, perché come al solito la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, è stato ideato per impedire di discriminare o di offendere le minoranze con parole e azioni giudicate sconvenienti. Ma da meritorio contributo a favore di una discussione civile, in pratica era un invito a usare le buone maniere, questa forma di paternalismo ideologico dettata dai sensi di colpa si è trasformata in un conformismo culturale spesso ipocrita e, col tempo, anche in un istigatore di pubblico ludibrio via social media contro chiunque esprima opinioni impopolari o offensive o i cui comportamenti siano percepiti come problematici». 

In quel momento pensavo che questi aspetti problematici non fossero un gran problema fuori da Twitter, perché nel mondo reale, nel mondo di Trump e di Salvini, della Gabbia e del ritorno dei Protocolli dei Savi di Sion in Parlamento, dello sdoganamento dei fascisti e della pubblica descrizione dell’ebreo Soros come usuraio, il problema mi sembrava fosse esattamente l’opposto: eravamo e siamo la società dove si può dire di tutto e chi la spara grossa, chi dice cose indicibili, chi è impresentabile riesce ad avere successo, come dimostrano i mentecatti che fanno il pieno di consensi nei sondaggi e il clamoroso risultato positivo di imbarazzi come Il Fatto e La Verità. 

Questi stessi aspetti problematici che a novembre mi sembravano ancora diciamo così di nicchia, problemi elitari del primo mondo, nelle ultime settimane sono diventati decisamente più rilevanti, specie dopo il brutale assassinio per soffocamento di George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis. A fronte di una doverosa e giustificata denuncia delle discriminazioni e del razzismo si è infatti scatenato un movimento grottesco di cancellazione della storia e di boicottaggio di chiunque osi dire cose giudicate irripetibili dai nuovi censori, con il rischio serio di uniformare la società intorno a un pensiero unico oltre che, ancora più grave, di alimentare le possibilità di successo dei mascalzoni.

Le cose che ho scritto a novembre, infatti, non sono superate: «Siamo nell’epoca di Donald Trump e di Matteo Salvini, di Putin, di Bolsonaro e di Duterte, di leader politici di qua e di là dell’Atlantico che giudicano “brave persone” i neonazisti, che si vantano di “afferrare le donne dalla figa”, che invocano Hitler per combattere l’omosessualità, che sparano a bordo di una motocicletta contro i drogati, che danno di stupratori ai messicani e di terroristi ai migranti. Si può dire tutto, oggi, si deve dire tutto; anzi più è urticante quello che si dice, più scattano gli applausi, come in un grande talk show di La7. In quale altro momento storico è capitato che Casa Pound andasse in televisione, che un teorico della cospirazione presiedesse la Rai, che uno screditato nazibolscevico occupasse i tg della sera, che gli apologeti dei dittatori di destra e di sinistra assumessero posizioni di governo. Non stiamo parlando di pochi fulminati su Internet, ma della classe dirigente dei grandi paesi sviluppati». 

È ancora tutto vero, ma è altrettanto vero che adesso si abbattono le statue di Churchill, si vuole cambiare nome a Yale, Woody Allen non può più fare film, qualche passante catturato da uno smartphone viene licenziato, il capo degli editoriali del New York Times perde il posto per aver pubblicato un articolo di un senatore repubblicano.

Ma per restare alle miserie nostrane, siamo al punto in cui è diventato normale fare fascismo, consapevole o no, e allo stesso tempo invocare versioni contemporanee del famigerato «uccidere un fascista non è reato» e pure offendersi se qualcuno fa notare che così non si nota una gran differenza tra la cultura autoritaria che si vuole condannare e la condanna. 

Insomma, il bilancio di questa prima metà del 2020, già impestata dal Covid, è tragico non solo perché non ci siamo liberati dei populisti e dei nazionalisti e dei demagoghi che infestano l’occidente libero e minacciano la società aperta, ma anche perché adesso come alternativa stiamo proponendo un crescente movimento culturale che chiede giustizia con un piglio maoista e iconoclasta che ricorda, per ora soltanto a parole, quello di altri infausti rivoluzionari degli anni settanta. 

Torna d’attualità una famosa frase di Ennio Flaiano, perché mai come in questo 2020 ci sono due tipi di fascisti: i fasci e gli antifa. Il dramma è che sono pochini quelli che vedono sia la barbarie degli uni sia la degenerazione degli altri. Insomma, come al solito mancano gli antifascisti. 

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