Ricongiungimento familiareQuella telefonata dall’altro capo del mondo con cui ho saputo che mia madre era viva

Dopo anni di guerra e una lunga peregrinazione che dal Pakistan lo ha portato in Europa, Enaiatollah prova a contattare la sua famiglia. In “Storia di un figlio” (Baldini + Castoldi), raccontato con Fabio Geda, si scopre cosa era avvenuto nel frattempo

NOORULLAH SHIRZADA / AFP

La storia è questa, ma forse la conoscete già: mi chiamo Enaiatollah Akbari, anche se tutti mi chiamano Enaiat.

Sono nato in Afghanistan, nell’Hazarajat, una regione montuosa a ovest di Kabul, selvaggia di terra e rocce, tappezzata di pascoli e con il cielo più limpido che possiate immaginare.

D’inverno la neve, di notte le stelle, ovunque – tante da ritrovartele persino nelle tasche.

L’Hazarajat è la terra degli hazara, la mia etnia. È grande come mezza Italia e ci abitano meno di dieci milioni di persone. Da Torino, dove abito adesso, quando mi capita di sollevare lo sguardo in direzione delle Alpi, soprattutto sul finire dell’inverno, quando l’ultima neve le copre fin dove partono i boschi bruciati dal freddo, allora, di tanto in tanto, sento emergere una specie di nostalgia che solletica la nuca e mi riporta al calore della brace nella casa di Nava, alle grida degli amici riuniti per strada a giocare a buzul-bazi, agli odori della cucina di mia madre e soprattutto alla sua voce, che dice: Enaiat, Enaiat jan, mi serve il tuo aiuto, c’è da prender l’acqua. Eaiat, dove accidenti sei finito?

Quando avevo dieci anni, mamma ha deciso che la cosa migliore che poteva fare, vista la situazione in cui mi trovavo, era portarmi a Quetta, in Pakistan, e lasciarmi lì a fare vita di strada insieme a stormi di ragazzini selvaggi.

Non subito, ma alla fine ho capito che per lei sapermi in pericolo, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che avermi vicino, ma nel fango della paura di sempre; e che, fatti i conti, preferiva affidarmi a una chiassosa comunità di mezzi orfani che sopravviveva grazie alla generosità dei commercianti d’un bazar, piuttosto che consegnarmi a un facoltoso commerciante della nostra zona, collaboratore dei talebani, come pagamento per un ipotetico debito contratto da mio padre.

Ricordo bene il giorno in cui tutto è cominciato. Ero piccolo, ma non così piccolo da non accorgermi che c’era qualcosa che non andava: l’odore della paura si era diffuso in casa nostra come quello del qhorma palaw dimenticato sul fuoco.

Una mattina, quest’uomo, che come ho detto collaborava con i talebani, aveva indicato mio padre, gli aveva fatto segno di avvicinarsi e gli aveva ordinato di andare in Iran con un camion a prendere certi prodotti da vendere nei suoi negozi: coperte, stoffe, sottili materassi di spugna.

Per costringerlo aveva detto: se non vai in Iran a recuperare quella merce, noi uccidiamo la tua famiglia; se scappi con la merce, noi uccidiamo la tua famiglia; se quando arrivi manca della merce o è rovinata, noi uccidiamo la tua famiglia; se ti fai truffare, uccidiamo la tua famiglia. Insomma, qualunque cosa fosse andata male: noi uccidiamo la tua famiglia.

Che, come spesso mi capita di sottolineare, non è un bel modo di fare affari.

Molti mesi dopo, mentre papà attraversava un passo di montagna, un gruppo di banditi aveva assalito il camion su cui viaggiava.

La notizia della sua morte ci era arrivata di sera, a braccetto dell’oscurità, e nonostante i nostri tentativi di lasciarla fuori – non è vero, no, non può essere – alla fine era entrata, ed era rimasta a dormire con noi.

Al mattino era ancora lì. E non solo. Era arrivato anche il facoltoso commerciante, che venuto a conoscenza dell’accaduto si era subito presentato da mia madre, ma non per dirle, che so, condoglianze, o mi spiace, o posso fare qualcosa; ma per comunicarle che mio padre morendo gli aveva causato un danno, che la merce era andata dispersa per colpa sua che non era stato in grado di difenderla, e che ora lei doveva ripagargliela.

Nel caso in cui non avesse trovato i soldi, non c’era problema: avrebbe preso me.

In Pakistan ho vissuto poco più di un anno. Poi Iran (due anni e mezzo circa). Poi Turchia e Grecia. E alla fine sono arrivato in Italia. Era il 2004. Settembre, per essere precisi. E dato che non solo non avevo documenti validi, ma non ne avevo proprio, nemmeno uno, e manco sapevo con esattezza quando ero nato, in questura hanno deciso che per il resto della vita avrei festeggiato il compleanno il primo di quel mese, il primo di settembre – questo in caso voleste farmi gli auguri.

Quattro anni dopo essere arrivato in Italia, dopo aver trovato un posto da chiamare casa, dopo che un giorno alla volta, combattendo contro i miei demoni, tra testa, cuore e stomaco si era creato uno spazio nuovo, mi son reso conto che forse potevo anche smetterla di starmene ripiegato sul pensiero della sopravvivenza, e ho iniziato a chiedermi se era possibile ritrovare la mia famiglia: mia madre, mio fratello, mia sorella, e certi zii a cui ero legato.

Volevo scoprire che fine avevano fatto. Per molto tempo li avevo come cancellati, perché dimenticare è un modo buono per non soffrire; e questo non per cattiveria o cosa, ma perché, prima di avere abbastanza spazio nella testa per occuparti degli altri, devi trovare il modo di stare bene con te stesso.

Infatti, quando ho capito che, grazie a chi mi aveva accolto, con la mia vita davvero potevo farci qualcosa di bello, e non solo, magari anche qualcosa di utile, ecco che certe domande hanno cominciato ad affiorare senza che io dovessi neppure scuotere troppo il fondo dei ricordi.

Mia madre e i miei fratelli erano ancora vivi dopo sette anni di guerra? Dall’autunno del 2001 in poi, a causa del conflitto scatenato dagli attacchi terroristici dell’undici settembre, l’Afghanistan si era trasformato in un inferno.

Non che prima fosse una passeggiata, eh, beninteso, soprattutto per noi hazara, ma dal 2001 la faccenda si era complicata ulteriormente: a causare migliaia di morti non c’erano più solo i gruppi fondamentalisti, c’erano pure i bombardamenti della coalizione Nato in supporto al governo afghano contro i talebani e al-Qaida.

Che vita avevano fatto in quel periodo? Erano rimasti feriti? Erano ancora insieme o si erano divisi? Erano fuggiti? E dove? Per loro era impossibile mettersi in contatto con me, perché a) non avevano la più pallida idea di dove fossi finito e b) non avevano i mezzi per scoprirlo.

Io invece qualche possibilità di capire cose gli fosse successo ce l’avevo. E ho deciso di darmi da fare.

Un giorno ho chiamato uno dei miei amici afghani di Qom – una città iraniana dove avevo lavorato durante il viaggio – uno che aveva il padre in Pakistan, a Quetta, e gli ho chiesto se era immaginabile che uno degli uomini della sua famiglia si mettesse in viaggio per andare a cercare la mia in Afghanistan.

Ho detto: Se tuo padre riuscisse a trovare mia madre, mio fratello e mia sorella, io potrei pagarlo per il disturbo e fargli avere soldi sufficienti a portarli con sé a Quetta. Preso dalla foga non ho neppure atteso che mi dicesse sì o no e sono partito con uno spiegozzo su dove abitavano e via dicendo, sempre che fossero ancora a Nava, ovviamente, o per lo meno nell’Hazarajat.

Il mio amico, un ragazzo gentile con cui di tanto in tanto andavo a giocare a calcio finito di lavorare in fabbrica, mi ha lasciato parlare (ero sovreccitato, da non respirare) e quando finalmente ho finito ha detto che per lui era troppo complicato condividere quella valanga di informazioni con i suoi e che rischiava di incasinarsi: Facciamo che ti do il numero di telefono di mio padre, lo chiami in Pakistan e gli parli tu, va bene?

E così ho fatto. Gli ho telefonato. Suo padre – che da ora in poi chiameremo mama Asan – è stato gentilissimo. Per prima cosa mi ha detto di non pensare ai soldi.

Ha affermato che, se mia madre era nell’Hazarajat senza sapere se ero vivo o morto così come io non sapevo se lei era viva o morta, be’, per lui andare a cercarla era un dovere. Ho risposto che, anche se per lui era un dovere, avrei comunque pagato il viaggio e il disturbo e tutto quanto, perché il senso del dovere è una buona cosa, ma pure i soldi sono importanti. E poi era un viaggio pericoloso. In una zona di guerra. Mi sono messo buono buono ad aspettare. È passato diverso tempo. Avevo quasi perso le speranze.

Poi, una sera, ho ricevuto una telefonata. Era mama Asan. Mi ha salutato, ha raccontato che trovarli non era stato per niente facile perché erano andati via da Nava e si erano trasferiti in un villaggio in un’altra zona dell’Hazarajat, ma che alla fine ci era riuscito e che, quando aveva spiegato a mia madre che ero stato io a mandarlo e che desideravo che si trasferissero a Quetta, lei lì per lì non ci aveva creduto.

Neppure mio fratello. Non volevano partire. Aveva faticato a convincerli. Poi ha detto: Aspetta. Voleva passarmi al telefono qualcuno. E mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, perché avevo già capito chi era, quel qualcuno. Ho detto: Mamma. Dall’altra parte non è arrivata nessuna risposta. Ho ripetuto: Mamma. E dalla cornetta è uscito solo un respiro, ma lieve, e umido, e salato. Stava piangendo anche lei.

Ci parlavamo per la prima volta dopo otto anni, otto, e quel sale e quei sospiri erano tutto ciò che un figlio e una madre possono dirsi dopo tanto tempo. Siamo rimasti così, in silenzio, fino a quando la comunicazione si è interrotta. In quel momento ho saputo che era ancora viva. E forse, lì, mi sono reso conto per la prima volta che lo ero anch’io.

da “Storia di un figlio. Andata e ritorno”, di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari, Baldini + Castoldi, 2020, 16 euro

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