Nati il 4 luglioPerché non possiamo non dirci americani

Per l’Italia gli Stati Uniti sono stati a lungo un modello sociale, di consumo e di ottimismo verso il futuro, prima ancora che liberatori dal nazifascismo e alleati nella Nato. Nei momenti più difficili abbiamo sempre guardato a quella terra scoperta per caso da un genovese e che porta il nome di un fiorentino

Afp

Donald Trump non è l’America, ma l’espressione transeunte di un disagio popolare che egli ha saputo sfruttare grazie ai troppi vuoti sociali lasciati da Barack Obama disattendendo le tante speranze alimentate nei confronti degli ultimi e a cui il messaggio di Hillary Rodham Clinton, intrinsecamente debole e rappresentativo dell’establishment, non parse abbastanza affidabile.

Gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del Pianeta, fondata da esuli in cerca di libertà e fortemente incardinata in una delle più ambiziose Carte Costituzionali mai scritte, dove compare per la prima volta il diritto di aspirare alla Felicità e che, sia pure attraverso trentatre emendamenti –  tra respinti ed accolti – mostra ancora oggi una forte efficacia,  sotto la guida  del Congresso e la vigilanza della Corte Suprema.

La rivoluzione americana anticipò di quattordici anni la presa della Bastiglia, fissando mete ed obiettivi che avrebbero poi ispirato il mondo libero per oltre due secoli.

Nel celebre saggio scritto dal filosofo laico e antifascista Benedetto Croce nel 1942 Perché non possiamo non dirci cristiani si legge: «Il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione che operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità, che per merito di quella rivoluzione non può non dirsi “cristiana”. Gli uomini, gli eroi, i geni che vissero prima dell’avvento del Cristianesimo compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze ma in tutti essi mancava quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all’uomo».

Fatte le debite differenze,  possiamo parafrasare quelle parole riferendole al ruolo che la rivoluzione americana ha avuto nel secolo XVIII in un’Europa retta, a eccezione del Regno Unito, da monarchie assolute ancora solide e destinate a durare nel tempo.

La rivoluzione americana fu unica, avvenne in minor tempo e con meno sofferenze, non essendoci in America una nobiltà da eliminare (anche se certamente non mancavano i latifondisti) mentre quella francese fu un’autentica tragedia, che si trascinò, a più riprese, fino al XIX secolo. Negli Usa la tragedia la subirono solo i nativi  (soprattutto dopo quella rivoluzione) mentre per emancipare giuridicamente i neri si dovette affrontare una dura guerra civile tra nord e sud dal 1861 al 1865.

Naturalmente la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 rappresenta un traguardo nella storia della democrazia di tutto il mondo: la parte dedicata ai diritti inalienabili dell’uomo è la prima trasposizione in un documento politico dei principi-base delle dottrine illuministiche europee (inglesi, olandesi, francesi e in parte italiane) e costituisce indubbiamente il modello della Dichiarazione francese del 1789. Significativo resta il fatto che entrambe le Dichiarazioni vennero formulate prima di qualunque altra Costituzione democratica.

La costituzione del New Jersey del 1776 permise il voto a tutti i cittadini adulti che possedevano un certo numero di proprietà. Le leggi emanate nel 1790 e nel 1797 si riferivano agli elettori testualmente con “lui o lei” e le donne votavano regolarmente, anche se il suffragio universale fu introdotto nel 1920 ed esteso alle minoranze solo nel 1965. 

Il cammino della Rivoluzione Francese si interruppe politicamente con Napoleone, l’Impero e la Restaurazione,  anche se la diffusione del pensiero illuminista contagiò l’intera Europa e preparò i risorgimenti nazionali che tuttavia fino al termine della Grande Guerra continuarono a mantenere in vita l’istituzione monarchica, seppur di natura costituzionale e non più assoluta.

Negli Stati Uniti, viceversa, quel cammino non fu interrotto e procedette attraverso fasi alterne alla creazione del “sogno americano” che agitò i sonni di masse di diseredati in Irlanda, in Italia, in Polonia, in Ungheria e, trasversalmente, di ebrei sefarditi e askenaziti del Vecchio Continente, già costretti dai  pogrom periodici e successivamente dalle prime avvisaglie del nazismo,  a considerare l’emigrazione come l’unica possibilità di salvezza.

Arricchita da una massa imponente di mano d’opera e da ingegni di grande e multiforme valore, la nazione uscì presto dall’isolamento in cui era nata e cresciuta fino a quel momento e si presentò già durante il primo conflitto mondiale come attore non secondario nel contrasto agli imperialismi europei, successivamente fu determinante per sconfiggere militarmente il nazismo e, alla fine del secolo,  con altre e più sofisticate armi, il comunismo sovietico.

Come ha ricordato Valerio Cappozzo sulla rivista AltriItaliani.net, l’Italia era andata alla ricerca della narrativa americana in corrispondenza, non a caso, all’ascesa del fascismo Cesare Pavese cominciò a tradurre i capolavori della letteratura «spinto dalla voglia di esplorare una terra a suo modo ancora vergine, primordiale, un mondo nuovo insieme fecondo e barbarico, appesantito dal passato europeo ma ancora innocente e con una freschezza inusuale». (La letteratura Americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1959)

Elio Vittorini  vide bene i due estremi di quella terra selvaggia: «se da una parte è un luogo nuovo dove sfogare le proprie nevrosi ancestrali, dall’altra l’America è una specie di nuovo Oriente favoloso» (Diario in pubblico, Bompiani, Milano 1970)

Italo Calvino colse l’idea di America e scrisse «Spesso il paese scoperto è solo una terra d’utopia, un’allegoria sociale che col paese esistente in realtà ha appena qualche dato in comune; non per questo serve di meno, anzi gli elementi che prendono risalto sono proprio quelli di cui la situazione ha bisogno. L’interesse per la letteratura degli Stati Uniti d’America non fu evasione e nemmeno contemplazione esemplare, fu punto d’arrivo stabilito» (Prefazione, in Cesare Pavese, La letteratura Americana e altri saggi,op.cit)

Giuseppe Prezzolini e Mario Soldati insegnarono alla Columbia University di New York, mentre Giorgio Bassani tenne corsi sulla propria opera in università della California, dell’Illinois e dell’Indiana. Nelle riviste Botteghe Oscure” e Paragone, delle quali era redattore, pubblicò scrittori come Hermann Melville, Emily Dickinson, Thomas S. Eliot, Truman Capote.

Negli anni ’50 Fernanda Pivano portò in Italia la Beat generation, grazie alla quale ancora una volta l’America esportava alternative e senso di libertà che hanno contribuito a crearne il mito. «Quei libri insegnavano un nuovo modo di vivere, oltre ad un nuovo modo di esprimersi: ce lo ricordiamo in tanti. La mia generazione  si è trovata ad essere giovane in un mondo in cui i valori, la prosa, il linguaggio, le cose in cui credeva erano in totale crisi». (Vittorini traduttore e la cultura americana, Terzo Programma, n. 3, 1966,)

La Guerra di Corea e soprattutto il Vietnam, indebolirono molto il mito del liberatore a stelle e strisce ma va anche ricordata l’influenza che ebbe la propaganda sovietica sui movimenti pacifisti, spesso finanziati cospicuamente. Resta il fatto che se oggi la Cina non si è ancora appropriata di quella che fu la penisola indocinese e la Russia di Afghanistan ed Iraq, un qualche merito va riconosciuto alle centinaia di migliaia di marines che combatterono, come già in Europa, nelle foreste, negli acquitrini e nei deserti  di luoghi molto lontani dalla madrepatria.

Sono note le contraddizioni e gli enormi interessi economici che si nascosero dietro quelle guerre e preminente fu il ruolo di vere e proprie menzogne mediatiche circa l’esistenza di armi batteriologiche nella disponibilità dell’ex alleato Saddam Hussein. Va tuttavia riconosciuto, senza quegli interventi, oggi in medio oriente l’egemonia della teocrazia iraniana sarebbe assoluta.

Gli Stati Uniti hanno avuto tra i propri presidenti il meglio e il peggio che la politica dei paesi democratici abbia mai espresso (schiavisti e abolizionisti fino a Abraham Lincoln, isolazionisti e aperturisti, simpatizzanti di Hitler e di Mussolini e persino di Mao Zedong,  seppur solo al tavolo di ping pong,  mediatori di pace e istigatori di ulteriori tensione tra Israeliani e Palestinesi, istrioni e pavidi,  guerrafondai e pacifisti) ma il loro operato è stato sempre sotto il controllo di una Costituzione ferrea che ne ha limitato il raggio d’azione e corretto gli eccessi politici e le passioni personali, anche attraverso l’efficacia della minaccia di impeachment o la spinta alle dimissioni formalmente volontarie di Richard Nixon nel 1974.  

Per l’Italia gli Stati Uniti sono stati a lungo un modello sociale, di consumo e di ottimismo verso il futuro, prima ancora che liberatori dal nazifascismo e  alleati nella Nato, nonostante le spinte del più grande partito comunista europeo di interrompere tale sodalizio, a mio avviso essenziale, almeno sino alla fine degli anni ’70. Anche in questo caso non sono mancate le influenze di servizi segreti, l’esistenza di reti di protezione contro colpi di stato da parte della Sinistra, come Stay Behind e Gladio, la copertura di legami antichi e recenti con la mafia e molto ancora.

Tuttavia se siamo ancora un Paese libero con una Costituzione all’avanguardia ed una vita democratica travagliata ma con ancora sufficienti anticorpi verso vecchie e nuove forme di autoritarismo, lo dobbiamo ad aver guardato nei momenti più difficili sia sul piano politico che economico a quella terra scoperta per caso da un genovese, che porta il nome di un fiorentino e in cui per lunghi anni si è atterrati in un campo d’aviazione intitolato al figlio di un immigrato di Cerignola, divenuto sindaco della città di New York per raggiungere la quale si attraverso un ponte che porta il nome di un navigatore toscano che vi approdò nel 1524.

Nell’edificazione dello stato federale, tre italiani in particolare ebbero un ruolo di primo piano negli anni della Guerra di indipendenza americana.

Filippo Mazzei (1730-1816), medico, filosofo e promotore della Libertà fu amico e confidente di Thomas Jefferson. Pubblicò un opuscolo contenente la frase Tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti (in inglese All men are by nature equally free and independent) che Jefferson riportò sostanzialmente intatta nella sua Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Carlo Bellini (1735-1805), amico e compagno di Filippo Mazzei fu il primo intellettuale italiano a lavorare in un’università americana, il College of William & Mary, negli anni 1779-1803 come professore d’italiano.

Giuseppe Maria Francesco Vigo (Francis Vigo; 1747-1836) aiutò le forze rivoluzionarie durante la guerra d’indipendenza americana, essendo uno dei finanzieri più importanti della Rivoluzione nel nord-ovest.

Come tanti irlandesi, polacchi, asiatici e altri latinos, siamo stati dunque tra i fondatori di quella democrazia e costruttori di un grande Paese. Nessun Trump al mondo, momentaneo inquilino di un edificio neo classico in stile palladiano, potrà mai far venire meno quell’antico patto che ci lega e che, ancor più che con il Regno Unito, in fin dei conti antico nemico ed oppressore ma saldato da un legame linguistico e strategico inestinguibile, dovrà farci rivendicare nel dopo Trump che ci auguriamo prossimo, non solo un passato comune, ma un futuro sempre più illuminato dalla luce della Libertà.

Vittorio Zucconi, grande giornalista scomparso poco più di un anno fa e profondo conoscitore degli Stati Uniti,  ha scritto nel 2017 su la Repubblica «La finzione del rifare l’America Grande si rivela per quello che è sempre stata: rifare l’America Bianca e cancellare l’onta di quel Presidente che per anni proprio Trump accusò di essere un falsario immigrato e non americano. Per ora, la sua Grande America è soltanto una Non America, consumata dall’odio e dal risentimento». 

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