When in trouble, go bigLe dimensioni del bilancio dell’Unione europea contano, eccome

Non si possono affrontare le sfide globali con solo l’1 per cento del prodotto nazionale lordo dei Paesi membri nel loro insieme, tanto più quando l’opinione pubblica (persino quella sovranista) chiede sempre più spesso alle istituzioni europee di intervenire per compensare la debolezza dei singoli Stati nei grandi dossier del nostro tempo

Afp

Nel 2014, un parlamentare d’opposizione danese osò criticare lo stimolo fiscale della ministra Margrethe Vestager, ritenendolo inadeguato in termini macroeconomici. Vestager, oggi vicepresidente della Commissione europea, replicò con sagacia: «Le dimensioni non contano, conta come lo usi».

L’Europa del 2020 deve reagire a una crisi economica senza precedenti, che ha colpito contemporaneamente la domanda e l’offerta aggregata, distruggendo milioni di posti di lavoro e paralizzando il mercato unico, la libera circolazione dei cittadini e delle merci. Se c’è un caso in cui – oltre alle modalità d’uso – le dimensioni di uno stimolo economico contano, siamo di fronte a quel caso.

A fronte di una potenziale contrazione del prodotto interno lordo europeo nell’ordine di quasi 10 punti percentuali, i 750 miliardi di euro del pacchetto della Commissione Next Generation Eu – inimmaginabili nel mondo pre-Covid – rappresentano un ordine di grandezza più necessario che sufficiente. Affinché siano sufficienti, è necessario che la Commissione riesca a “portare a casa” anche il prospettato aumento del bilancio dell’Unione, ossia di passare dagli attuali 166 miliardi l’anno al doppio.

L’auspicio per il futuro è allora che queste dimensioni dell’azione europea diventino ordinarie piuttosto che emergenziali. Il nodo rimane l’entità del bilancio dell’Unione. Non si possono affrontare le sfide globali con la potenza di fuoco dell’1 per cento dell’economia europea, tanto più quando l’opinione pubblica (persino quella sovranista) chiede sempre più spesso alle istituzioni dell’Unione di intervenire per compensare l’evidente debolezza dei singoli Stati nei grandi dossier del nostro tempo.

Passare permanentemente al 2 per cento del reddito nazionale lordo degli Stati membri, con un orizzonte a lungo termine del 4 per cento, significherebbe avere munizioni per affrontare il cambiamento climatico, assistere i Paesi membri nella gestione dei fenomeni migratori, prevenire possibili nuove pandemie, investire in infrastrutture e capitale umano e regolare il commercio globale, al livello che può incidere maggiormente: quello europeo.

L’introduzione di nuove risorse proprie dell’Unione (cioè le entrate in bilancio che non derivano da rimesse degli Stati membri) è sicuramente un pezzo indispensabile per completare il puzzle. Le risorse proprie impegnerebbero chi ha i mezzi per pagare, ad esempio introducendo un livello “federale” di tassazione per le grandi imprese transnazionali, senza creare una doppia imposizione sui cittadini, che certo non riscontrerebbe favore.

L’altra componente indefettibile è la revisione di alcune politiche e competenze, che, da essere appannaggio degli Stati membri, dovrebbero essere devolute all’UE (e con esse, evidentemente, le relative risorse). Questo, nello spirito del principio di sussidiarietà, per il quale le funzioni pubbliche vengono esercitate a livello di competenza superiore se questo è più efficiente rispetto al livello territoriale inferiore.

Si pensi proprio a quanto accaduto in questa pandemia: in quanti hanno invocato un’azione dell’Unione europea per regolamentare la disponibilità di stock sanitari e i movimenti nello spazio Schengen? In questa direzione vanno le cinque proposte di PiùEuropa su coordinamento sanitario, difesa comune, fiscalità europea, carbon tax, digital tax e valori democratici.

L’Unione deve anche iniziare a ripensare la sua politica della concorrenza che, consolidato il successo nel mantenere un level playing field tra stati dell’Unione, deve adesso mirare ad altre dimensioni, che contino a livello globale.

Un’azione coordinata europea avvantaggerebbe per prima cosa il livello locale: i comuni italiani più virtuosi applicano il Patto dei Sindaci alla lettera e ottengono risparmi energetici significativi nel corso di qualche anno. Una proposta interessante viene dai sindaci di opposizione delle quattro capitali del gruppo di Visegrad (Bratislava, Budapest, Praga e Varsavia).

I firmatari del “Patto delle città libere” nel dicembre 2019 hanno chiesto alla Commissione europea di rivedere la gestione dei fondi dell’Unione, in modo che parte di essi vengano erogati direttamente alle amministrazioni locali, aggirando così gli ostacoli posti da governi nazionali illiberali. Stessa cosa hanno richiesto in passato coalizione di ONG che operano nel settore della tutela delle libertà e dei diritti delle persone.

Restaurare la democrazia sul territorio è il primo passo per contrastare regimi nazional-populisti. Il vicepresidente della Commissione Timmermans, che guida il Green Deal europeo, è favorevole a questa proposta e la giudica idonea anche per l’Italia, per esempio per decarbonizzare i trasporti pubblici; il Parlamento europeo l’aveva valutata favorevolemente per il fondo che accompagna le politiche di immigrazione e integrazione.

Non da ultimo, il modo in cui si usa lo stimolo economico include anche l’attenzione per l’uguaglianza di genere. A questo riguardo, Più Europa sostiene Half of it, cioè la richiesta che almeno la metà dei nuovi strumenti dell’Unione europea siano destinati a contrastare l’emergenza economica generata dalla pandemia tramite un sostegno diretto e indiretto per incrementare l tasso di attività femminile. Questo perché il COVID-19 ha avuto un maggiore impatto economico sulle donne, che già soffrono di barriere all’entrata nel mondo del lavoro, ostacoli nella carriera e differenze salariali.

D’altronde, è opinione comune che un incremento importante dell’occupazione femminile sarebbe la ricetta più immediata per la crescita. Secondo alcuni osservatori, una crisi profonda come quella indotta dalla pandemia può consentire all’Unione Europea di beneficiare di un “momento Hamilton”, un salto di qualità e di profondità dell’integrazione paragonabile a quello vissuto nel 1790, quando gli Stati Uniti assunsero su di sé il debito pubblico e si trasformarono in una federazione di fatto.

La differenze che caratterizzano oggi le finanze pubbliche dei vari stati europei sono oggi tali da rendere molto più complicato il processo, ma ciò di cui c’è assolutamente bisogno da parte della classe politica continentale è il senso della storia. Viviamo uno di quei momenti in cui le dimensioni contano. When in trouble, go big.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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