Orgoglio e pregiudiziI Paesi del nord sono veramente frugali, ma non come lo intendiamo noi

La parsimonia, caratteristica nazionale dell’area culturale scandinava, è consustanziata nell’animo nordico che ammira con stupore ma resta amleticamente perplesso al cospetto della ridondanza del nostro barocco

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Il dibattito europeo intorno al Recovery Fund sta modificando il giudizio tutto italiano intorno ai Paesi dell’Unione che si oppongono all’eventuale connotazione assistenzialistica della misura di sostegno, attestandosi piuttosto su una gestione finanziaria più rigorosa e calibrata delle ingenti somme che andrebbero ai richiedenti.

Si tratta dei Paesi Bassi (così chiamati per la minima altezza del 20% del territorio sul livello del mare), Belgio, Lussemburgo, più Austria, Danimarca e Svezia, e se la Norvegia fosse in area euro, ci sarebbe anch’essa.

Di parere contrario anche la Finlandia,  inserita nella corsia privilegiata dell’Obiettivo Uno come un tempo tutto il  Mezzogiorno d’Italia, grande prenditore di fondi  con cui ha rivoluzionato la propria economia e modernizzato una società profondamente rurale e protoindustriale.

Nell’Italia del populismo al potere, li chiamano “paesi frugali” dando a questa espressione una connotazione ironica e sfottente che intenderebbe renderli ridicoli e farne l’ennesimo nemico agli occhi della pubblica opinione nostrana, ulteriormente provata nello spirito e nel corpo.

Eppure sono stati a lungo considerati il traguardo più avanzato della social democrazia mondiale, l’icona della rivoluzione sessuale, l’avanguardia dei diritti civili, il paradiso delle mamme, la meta turistica più selezionata, dopo esserci fatti arrostire dal sole del Mediterraneo, per recuperare forze e respiro nelle linde capitali e nei fiordi nel Grande Nord.

Sommando le popolazioni dei sei paesi entrati nel mirino degli odiatori in salsa stellata, si raggiunge la cifra di circa quaranta milioni di abitanti, di cui venti nella regione scandinava, distribuiti su un territorio immenso e, soprattutto a nord, scarsamente popolato.

L’Italia li scoprì negli anni ’70 grazie alla straordinaria capacità narrativa di Giorgio Manganelli che poi raccolse i propri reportage dal 1971 al 1989 in Svezia, Islanda, Finlandia, Danimarca, Isole Fær Øer, Germania Scozia e Inghilterra, nel libro L’isola Pianeta pubblicato da Adelphi nel 2006.

In particolare, i paesi scandinavi non erano molto noti non essendo stati meta dell’emigrazione italiana quanto la Germania o il Belgio e rimanevano sospesi nella mitologia nordica o nelle pagine spesso noiose e difficili da memorizzare delle Guerre di Successione e dei conflitti con l’Impero Russo sempre in cerca di sbocchi sul mare.  Solo le favole di Hans Christian Andersen ne raccontavano ai più piccoli le magiche atmosfere, non prive di truci ma istruttivi personaggi.

Per quanto il teatro proponesse frequentemente i testi di Henrick Ibsen e August Strindberg, fu il cinema internazionale ad essere determinante, rivelando al mondo l’attrice Ingrid Bergman e il regista Ingmar Bergman; il cinema italiano vi ha ambientato pruriginose e spesso amare commedie all’italiana con Alberto Sordi e Nino Manfredi.

Dopo la stagione delle ambite auto Volvo che per prime montarono le cinture di sicurezza di serie, le nuove generazioni conoscono la sigle commerciali che designano la parte per il tutto, Ikea e Nokia o, forse, la trilogia Millennium  dello scrittore scomparso Stieg Larson e i film a essa ispirati di cui sono protagonisti il giornalista investigatore Michael Nyqvist, interpretato da Daniel Craig e la hacker geniale Lisbeth Salander, resa in modo assoluto da Noomi Rapace.

Ho portato sempre con me il libro di Manganelli, quale inseparabile Baedecker nei frequenti e ripetuti viaggi per lavoro, studio o semplice turismo nei paesi scandinavi, meta agognata per un siciliano che può avere in quantità spiagge e tintarelle durante quasi sette mesi all’anno.

Ho percorso le autostrade deserte della nord della Svezia, spazzate in modo impeccabile e quotidiano da enormi macchinari come nel  film In ordine di sparizione con le interpretazioni magistrali  di Stellan Skarsgård e di Bruno Ganz, ho abitato nelle baite isolate della Finlandia, mare di isole e penisole boscose, prive talvolta di energia elettrica mai della sauna, ho passeggiato sulle spiagge tristi della Danimarca, ricordando Karen Blixen e cercando l’ombra di Ofelia nel castello di Kronborg (l’Elsinore shakespiriana), ho conosciuto i tre volti della Norvegia, Oslo, che i norvegesi, per clima e latitudine, considerano la loro Napoli, Trondheim, vero cuore nordico dell’identità nazionale e Stavanger,  baciata dal miracolo petrolifero che ha cambiato il futuro di un paese sostanzialmente povero e “frugale”.

Ho persino tenuto un corso universitario nell’Alma Mater svedese, l’Università di Uppsala e compiuto il percorso marittimo dell’Hurtigruten sul battello postale che da secoli collega in quindici giorni le decine di piccoli villaggi di pescatori, incastonati lungo le coste dei fiordi norvegesi.

Nelle città industrializzate ho conosciuto la storia operaia di quei paesi, gli alloggi minimali della borghesia e il  stile nazionale di vita, parco ed essenziale; nelle grandi capitali ho visitato i musei dove i quadri sono luce purissima attesa spasmodicamente da tutti nei lunghi e gelidi inverni che sembrano eterni.

Nulla può trattenere uno svedese o un danese dall’esporsi quasi nudo nei parchi già in aprile al primo sole primaverile e la fame di calore e di colori dei miei amici nordici in visita in estate nel sud dell’Italia ha il valore di una provvista da accumulare e conservare gelosamente per mesi. 

Ad eccezione della Finlandia, larga parte dei governi dei paesi frugali è di “centro sinistra” espressione che però non rende del tutto il senso della socialdemocrazia in paesi che consentirono il voto alle donne tra i primi in Europa ed i cui regnanti vanno in bicicletta e ricambiano il saluto dei passanti, togliendosi il cappello.

La frugalità e la parsimonia, caratteristiche nazionali dell’area culturale scandinava, sono consustanziate nell’animo nordico che ammira con stupore ma resta amleticamente perplesso al cospetto della ridondanza del nostro barocco, del vaniloquio,  un tempo almeno forbito, di molti dei nostri politici, dell’ostentazione dei nuovi ricchi, delle barzellette per loro astruse anche se ne ridono con cortesia e delle pacche sulle spalle,  dell’esibizionismo muscolar/canterino di molti nostri connazionali, magari più “felici” ma sempre in grave difficoltà economica e in ambasce politiche ed alle prese con costanti ed enormi problemi ambientali che essi, invece, hanno risolto con profitto sociale per tutti, già decine di anni fa.

Le origini calviniste della maggior parte delle pratiche religiose, la diffusione del buddismo e delle filosofie naturalistiche, hanno inciso il carattere almeno quanto l’esposizione al clima inclemente che pure amano e ne hanno fatto un’Isola Pianeta, un mondo a parte che spesso scopre nelle istituzioni europee vizi e virtù a loro sospette e comunque difficilmente accettabili per chi è abituato a vivere solo tra il bianco della neve e il nero della notte sub artica.

Mediazione e compromesso, anime della politica dal mondo greco ad oggi nell’Occidente romanizzato, sono per essi, che attingono ad altre origini,  una prova a cui si sottomettono malvolentieri e che preferirebbero evitare. Ciò riguarda soprattutto i leader, spesso giovanissimi e colti, sconosciuti ai più nell’Unione, che però sanno bene che il consenso si ottiene corteggiando il carattere popolare, rasentando talvolta anche il limite del rischio chauvinista.

Eppure, sono stati i paesi che prima di altri hanno incoraggiato, l’emancipazione femminile e la politica dell’immigrazione “di qualità” pur non soffrendo di deficit di natalità grazie al welfare generoso fondato su una pressione fiscale alta ma condivisa e civile, diventando il paradiso in terra per centinaia di nuovi cittadini a cui, finora, hanno garantito livelli dignitosi di benessere e  di tutele sociali, realizzando un reale e concreto multiculturalismo.

Forse hanno addirittura ecceduto, almeno secondo alcuni, prestando il fianco a rigurgiti neo nazisti che preoccupano e provocano sinistri scricchiolii in una società abbastanza sana e che, finora,  sono stati contenuti abbastanza dalle forze riformiste, progressiste e ambientaliste.

In fin dei conti, il mondo dei nostri giorni è stato scosso più da Greta Thunberg, con tutte le perplessità circa le possibili strumentalizzazione del personaggio, più che da Emmanuel Macron o da Angela Merkel, mobilitando i giovani del Pianeta e tenendo a battesimo nuove espressioni movimentiste, anche se confuse e dal futuro incerto, come le Sardine nostrane.

Odiata da Donald Trump e compagni di nefandezze nel mondo, dileggiata dai leghisti nostrani attenti più agli schei che all’Ambiente e dalla destra sovranista che aspira a governare l’Italia in orbace Armani, Greta è anche simbolo di un’integrazione dei disabili che per noi è solo storia recente ed ancora incompiuta.

E, non va dimenticato come norvegesi, danesi e svedesi siano i più presenti da decenni nel volontariato internazionale e nei contingenti delle Nazioni Unite per il  contrasto alla povertà, alle epidemie,  alla guerra e alla violenza razziale.

Abbiamo molto da imparare gli uni dagli altri, come sempre è avvenuto quando tra le parti vi è stata onestà intellettuale e trasparenza fattuale ed anche gli scandinavi sanno essere amici fedeli ed affidabili, pronti però a chiudersi immediatamente a confronto con l’inganno, l’ipocrisia e la furbizia levantina, a loro sconosciute e temute,  forse più del dovuto.

Il Recovery Fund è, dunque, anche per i paesi “frugali” necessario e nello spirito europeo della solidarietà, ma essi non accetteranno mai di consentire che se ne faccia una distribuzione incontrollata  in mille rivoli, elargendo sussidi a giovani  che hanno piuttosto il diritto e il dovere di lavorare, o pensioni facili ad arzilli cinquantenni, rimandando la modernizzazione di un Paese che essi amano ma le cui recenti manifestazioni di pressapochismo e arroganza  unita a mediocrità culturale e politica, li turbano non poco trasformando, talvolta,  le loro espressioni terrorizzate nell’Urlo di Munch.

Søren Kierkegaard, il filosofo danese post idealista, precursore dell’Esistenzialismo e autore di Aut Aut (dovere etico vs edonismo)  ha scritto: «È innegabile che nel mondo esiste tanta gente meschina che vuole trionfare su tutto quello che si eleva di un solo palmo dalla mediocrità». 

Dopo Manganelli, un’altra lettura consigliata a chi, forse avendo viaggiato troppo poco, letto di tanto in tanto e lavorato ancora meno, sogna un’ Italia assopita sul divano, avviluppata in confortevoli sciarpe di seta cinese.

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