Verità per GiulioIl Partito democratico finge di fare la voce grossa con l’Egitto

Una disastrosa riunione tra la procura di Roma e quella del Cairo sul caso Regeni è stata l’ennesima provocazione da parte del regime. I democratici si limitano a chiedere la «possibile sospensione» delle forniture militari al Paese. Ma Conte ha già firmato il contratto per la vendita di due fregate

Marco BERTORELLO / AFP

Si apre un nuovo fronte di attrito nel governo, tra il Partito democratico e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo l’esito disastroso della riunione di mercoledì tra la Procura di Roma e quella del Cairo, che ha visto gli egiziani non solo rifiutarsi per l’ennesima volta di aderire alle richieste dei magistrati italiani, ma addirittura proporre con voluta provocazione «istanze investigative sulle attività di Regeni al Cairo». Richiesta che lascia chiaramente spazio alle altrettante provocatorie ipotesi di attività  segrete da sempre prospettate dalle autorità egiziane.

Netta e indiscutibile la nota della famiglia di Regeni, che chiede l’immediato ritiro del nostro ambasciatore al Cairo: «A leggere il comunicato della Procura di Roma è evidente che l’incontro virtuale di oggi con la procura egiziana è stato fallimentare. Gli egiziani non hanno fornito nessuna risposta alla rogatoria italiana sebbene siano passati 14 mesi dalle richieste dei nostri magistrati. E addirittura si sono permessi di formulare istanze investigative sulle attività di Giulio in Egitto. Istanze che oggi dopo quattro anni e mezzo dalla sua uccisione, senza che alcuna indagine sui suoi assassini e sui loro mandanti sia stata seriamente svolta al Cairo, suonano offensive e provocatorie».

I guai per il governo a fronte di questo esito e della evidente volontà del regime egiziano di attuare una infinita attività dilatoria vengono dal comunicato dell’ultima direzione del Partito democratico del 26 giugno, che non è certo un esempio da imitare di esercizio di egemonia gramsciana, ma che aprirà un ennesimo fronte di attrito col presidente del Consiglio Conte.

Il dispositivo della risoluzione è un po’ contorto ma inequivocabile: «La direzione impegna il Pd a discutere con la maggioranza e il governo la possibile sospensione degli accordi di fornitura militare in assenza di risposte immediate e concrete sull’uccisione di Giulio Regeni». 

Ai suoi tempi, la cultura comunista avrebbe “preteso” la sospensione degli accordi di fornitura militare agli egiziani, senza circonlocuzioni e senza quel democristiano «possibile sospensione», ma ormai la direzione del Partito democratico ci ha abituato ai barocchismi che non evitano il problema.

È confermato che la procura del Cairo, obbediente ad al Sisi, si guarda bene dal fare il minimo passo sulla strada della ricerca della verità e disattende tutte le richieste dei magistrati italiani. Per di più provoca. Quindi il Partito democratico deve ora puntare alla sospensione del mega contratto miliardario per la fornitura al Cairo delle fregate Fremm (oggi due, in futuro altre 4) costruite da Fincantieri. Ma l’11 giugno scorso Conte si è affrettato a far approvare dal Consiglio dei ministri il via libera più che formale al contratto.

Che farà ora il Partito democratico? Chiederà di smentire l’operato di Conte nel Consiglio dei ministri? Sarebbe una scelta coraggiosa e coerente, ma certo non in linea il modus operandi dell’attuale segreteria. Di certo questo chiederà la sinistra di Matteo Orfini con l’avallo probabile di alcuni ex renziani come Marco Minniti.

Ma Nicola Zingaretti, nella sua lettera a Repubblica sul caso Regeni aveva escluso l’interdipendenza tra il contratto delle Fregate e l’atteggiamento della procura del Cairo. Poi ha dovuto cedere in direzione alla pressione di Marco Minniti e del responsabile Esteri Emanuele Fiano. E ora? «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», spiegava Don Abbondio al cardinale Borromeo.

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