La pazzia delle folleLa definizione della donna è l’origine dello scontro tra femministe e comunità trans

Nel corso degli anni le esponenti più radicali sono state sottoposte a pressioni e attacchi per aver negato la femminilità dei transgender. Il libro di Douglas Murray racconta come, attraverso conflitti del genere, la tolleranza abbia ceduto alle posizioni più estreme

JUAN MABROMATA / AFP

Le donne che hanno incespicato sul detonatore trans negli ultimi anni hanno una serie di aspetti in comune, ma uno in particolare è che sono state tutte nella prima linea di ogni problematica femminile. E la cosa ha perfettamente senso.

Se infatti una quantità significativa del moderno attivismo per i diritti si basa su persone desiderose di provare che la loro causa è una questione di hardware, il trans costringe altri movimenti ad andare nella direzione diametralmente opposta.

Gli attivisti trans, nella loro volontà di presentare il trans come hardware, possono dimostrare la validità della loro posizione solo convincendo la gente che essere donna sia una faccenda di software. E non tutte le femministe sono disposte a dirsi d’accordo.

La giornalista britannica Julie Bindel è stata una delle più coerenti e agguerrite femministe in Gran Bretagna o in qualunque altra parte del mondo.

Co-fondatrice di Justice for Women, dal 1991 fa campagne ovunque per portare aiuto alle donne che sono finite in carcere o rischiano di finirci per aver ucciso il proprio compagno o marito violento.

Lesbica dichiarata e femminista da una vita, della varietà precedente la terza e la quarta ondata, la Bindel è una che non si è mai tenuta per sé la sua opinione.

E nella parte iniziale di questo secolo ha iniziato ad accorgersi che persone nate maschi che ora pretendevano di essere considerate, e trattate, da donne (che avessero subito un intervento oppure no) avevano invaso quello che era stato il suo territorio – comprese le parti più comprensibilmente delicate.

Nel 2002 a far andare su tutte le furie la Bindel fu in particolare una notizia giunta dal Canada: un tribunale per i diritti umani di Vancouver aveva decretato il diritto di un transessuale diventato femmina, Kimberley Nixon, di diventare counselor per le donne vittime di stupro. In più, il tribunale aveva sentenziato che, rifiutandosi di permettere alla Nixon di formarsi per la professione, il Vancouver Rape Relief ne aveva violato i diritti umani.

Il tribunale riconobbe alla Nixon un risarcimento di 7500 dollari per i danni arrecati alla «sua dignità», la somma più alta che avesse mai concesso in casi del genere. Il giudizio fu in seguito ribaltato dalla Corte suprema della Columbia Britannica, a Vancouver.

Ma per una femminista della generazione della Bindel l’idea che, perfino nel counseling sulla violenza carnale, una donna non potesse essere certa che ad aiutarla fosse veramente un’altra donna era un Rubicone che non si poteva attraversare.

Si scatenò sulle pagine del Guardian, difendendo le sorelle del Rape Relief che «non credono che una vagina costruita chirurgicamente e un seno cresciuto a forza di ormoni facciano di te una donna».

E aggiunge, concitata: «Almeno per ora, la legge dice che per subire discriminazione in quanto donna devi essere almeno una donna».

Può darsi che la Bindel sapesse in che mare di guai si stesse cacciando, o forse no. Ma agli inizi degli anni Duemila far accidentalmente detonare questa mina era più facile di quanto non lo sarebbe stato in seguito. A ogni buon conto, concluse l’invettiva con il botto. «Non mi fanno né caldo né freddo gli uomini che si disfano dei genitali, ma non per questo diventano donne, allo stesso modo in cui infilarti un pezzo di tubo di aspirapolvere nei jeans non fa di te un uomo».

Per questa frase in particolare, oltre che per l’articolo nel suo complesso, la Bindel avrebbe subito conseguenze per il resto della vita.

In una prima fase il giornale fu inondato da lettere di protesta. La stessa Bindel si affrettò a scusarsi per il tono dell’articolo.

Ma negli anni a seguire incontrò difficoltà a parlare in pubblico senza che si provasse a far annullare un discorso o una sua partecipazione a una tavola rotonda. Quando le era consentito parlare, spesso venivano organizzati proteste e picchetti aggressivi per fermarla.

Addirittura un decennio dopo fu costretta a cancellare la partecipazione a un convegno all’Università di Manchester, dopo che erano state denunciate alla polizia dozzine di minacce di stupro e morte contro di lei.

La Bindel sarà stata una delle prime femministe di sinistra a inciampare sul filo che innesca la mina trans e a subirne le conseguenze, ma non fu certamente l’ultima.

Nel gennaio del 2013 Suzanne Moore buttò giù un pezzo per la rivista sinistrorsa New Statesman sul potere della rabbia femminile. Nell’articolo venivano discusse molte delle ingiustizie contro le donne che saltavano agli occhi della Moore, dall’atteggiamento di superiorità nei confronti delle parlamentari alle posizioni nei confronti dell’aborto al fatto che, a suo dire, il sessantacinque per cento della riduzione del personale nel settore pubblico colpisse le donne.

Purtroppo per la Moore, in tutta questa bufera di dati aveva inserito un’affermazione riguardo le donne stesse: «Siamo arrabbiate con noi stesse per non essere più felici, non essere amate come si deve e non avere la forma del corpo ideale – quella di un transessuale brasiliano».

Se un articolo avesse potuto avere uno sbuffo di fumo sopra di sé, sarebbe stato certo questo.

Nel mondo reale e in quello virtuale apparve chiaro che la Moore aveva fatto un errore madornale.

Fra le accuse più riferibili contro di lei vi era quella di essere «transfobica». La Moore non migliorò la situazione replicando, fra l’altro, che a lei di quell’epiteto non importava un bel nulla.

Chi era abituato ad accanirsi sulle donne con quell’accusa se la prese ancor di più per il fatto che l’arma avesse fatto cilecca. Ciò nonostante, le reazioni provocarono un tale baccano e furono talmente furiose che nel giro di qualche ora la Moore si vide costretta a «chiarire» le sue opinioni e assicurare i lettori di non essere la persona piena d’odio che veniva ora raffigurata.

Fino al giorno prima era stata una femminista progressista di sinistra. Adesso era un’astiosa e reazionaria intollerante di destra. Dopo essere stata perseguitata dai trans e da altri che l’accusavano della più bieca intolleranza, la Moore annunciò che per sottrarsi ai «bulli» e ai «troll» avrebbe abbandonato i social media.

Una delle persone che prese meno bene l’intera vicenda fu Julie Burchill. Enfant terrible del giornalismo degli anni Ottanta, la Burchill si era fatta una reputazione non solo di scrittrice raffinata, ma anche di pugile letteraria.

Come disse lei stessa, vedere la sua amica Moore fatta oggetto di bullismo, con il rischio di perdere il lavoro e i mezzi di sostentamento per un riferimento ai trans fatto di sfuggita, era troppo per lei.

Agli occhi della Burchill la Moore non era solo un’amica, ma una delle pochissime altre donne, come lei provenienti da un contesto operaio, che avevano sfondato nel giornalismo.

La Burchill non avrebbe permesso che la sua “sodale” venisse fatta fuori senza che vi fosse qualcuno a combattere con foga per lei al suo fianco. E così nell’Observer di quella domenica la Burchill decise di coprire la nuvoletta di fumo della Moore producendo un fungo atomico.

Fra le tante cose, la Burchill se la prendeva con i critici della Moore per essersela presa con una donna. Secondo le sue parole, donne come lei e la Moore avevano dovuto passare tutta la loro vita da donne. Avevano sofferto dolori nel periodo delle mestruazioni, avevano dovuto respingere le avance sessuali di maschi sconosciuti, affrontato il parto, poi la menopausa e ora i piaceri della terapia ormonale sostitutiva.

Donne come lei e la Moore col cavolo che si sarebbero fatte dare lezioncine o si sarebbero prese insulti da «cazzoni in abiti da gnocche» e da «un branco di piscialetto con parrucche da quattro soldi».

La reazione fu immediata. La sottosegretaria al ministero degli Interni con delega alle Pari opportunità, Lynne Featherstone, dichiarò seduta stante che «l’invettiva contro la comunità transgender» scagliata dalla Burchill non era semplicemente «disgustosa» e un «vomito intollerante», ma qualcosa «per cui l’Observer dovrebbe licenziarla».

La sottosegretaria chiese anche la destituzione del direttore del quotidiano. Debitamente intimidito, l’Observer pubblicò delle scuse per l’articolo e lo rimosse prontamente dal suo sito web.

Fra le giustificazioni addotte dal direttore sul perché il giornale avesse scelto di «ritirare» il pezzo dalla pubblicazione, John Mulholland scriveva: «Abbiamo commesso un errore e, alla luce del dolore e dell’offesa arrecati, scusandomi per l’accaduto ho deciso di ritirare l’articolo». Una cosa praticamente mai vista nel giornalismo britannico.

Cinque anni dopo fu la stessa Burchill ad attribuire a questo episodio la responsabilità, fra altre, del fatto che la sua carriera fosse finita, come si espresse, «nei pasticci».

Intanto, sebbene la Featherstone, la donna che ne aveva chiesto il licenziamento, avesse di lì a poco perso il posto in Parlamento, ottenne a stretto giro una sinecura a vita nella Camera dei Lord.

L’ulteriore persona a finire negli stessi pasticci della Bindel e della Burchill fu quella che è forse la femminista moderna più famosa di tutte. L’autrice di “The Female Eunuch” (“L’eunuco femmina”) aveva trattato in profondità di questioni trans una sola volta nella sua carriera.

Nel libro pubblicato nel 1999, “The Whole Woman” (“La donna intera”) Germaine Greer dedicò un capitolo di una decina di pagine (Dame da pantomima) alla sua convinzione che chi era nato uomo non potesse essere classificato come donna.

Pur non essendo il punto principale da lei sostenuto, en passant accennò alla «mutilazione» per cui «optano» i transessuali. «Gli interventi chirurgici per il cambiamento di sesso sono profondamente conservatori» deprecava, cosicché la forma corporea scelta dai tanti transessuali che da maschi diventavano femmine non faceva altro, a suo dire, che rafforzare gli stereotipi.

Ed era perfettamente consapevole che nessuno degli interventi chirurgici di cui spesso si parlava con tanta leggerezza fosse una passeggiata.

Nel 1977 la clinica di genere all’Università di Stanford aveva riferito che le sue procedure in due fasi per il cambio di sesso richiedevano di fatto una media di tre operazioni e mezzo, e che almeno il cinquanta per cento dei pazienti pativa una qualche forma di complicazione, cosa che spesso portava a far durare tutta la vita il rapporto fra chirurghi e paziente.

La Greer mise poi il dito su qualcosa che pochissime altre persone avevano notato, ma che ben presto cominciò a preoccupare i genitori di bambini che dichiaravano di essere affetti da disforia di genere: «Il transessuale può venire identificato in quanto tale solo in base al copione che lei/lui stessa/stesso recita, che può essere appreso, come qualsiasi comportamento sessualmente determinato, e ritoccato come lo sono di solito le autobiografie».

Negli anni successivi la Greer non aveva approfondito l’argomento. Ma sono bastati poco più di dieci anni perché le sue opinioni ricadessero decisamente al di fuori della norma accettabile.

Verso la fine del 2015 la Greer avrebbe dovuto tenere una conferenza all’Università di Cardiff dal titolo “Donne e potere. le Lezioni del Novecento”.

Tuttavia, un numero consistente di studenti non aveva nessuna voglia di ascoltare una delle femministe più importanti della fine del XX secolo e preferì fare pressioni sull’ateneo con le parole di scomunica tipiche del tempo.

Le opinioni della Greer in merito ai trans erano, a loro dire, «problematiche». Aveva dimostrato «più e più volte il suo punto di vista misogino nei confronti delle donne trans». Solo alcuni anni prima sarebbe stato considerato l’apice della follia liquidare la Greer come misogina.

Eppure eccoli lì, con l’organizzatrice della petizione anti-Greer che dichiarava di occuparsi di «politica femminista queer di sinistra».

Gli studenti affermavano che fra i crimini compiuti dalla Greer vi fosse anche «il continuo uso sbagliato dei pronomi nei confronti delle donne trans e la totale negazione dell’esistenza della transfobia».

Pur riconoscendo che «in una università andrebbe incoraggiato il dibattito», i firmatari della petizione avvertivano che «ospitare una relatrice con opinioni tanto problematiche e istigatrici all’odio verso gruppi marginalizzati e vulnerabili è pericoloso».

In una successiva intervista alla BBC a proposito della controversia la Greer disse: «A quanto pare hanno deciso che, siccome non penso che gli uomini transgender una volta fatta l’operazione siano donne, non mi è consentito parlare. Non sto dicendo che non si debba consentire a chicchessia di affrontare quell’intervento. Quel che dico è che non li rende delle donne. È solo un’opinione, non una proibizione».

Per di più, spiegò la Greer, le questioni trans non erano neppure quelle che trattava più di tanto. «Non sono una mia tematica. Sono anni che non pubblico nulla sui transgender».

Quanto però alle difficoltà di anche solo toccare un argomento tanto scottante, disse: «Mi hanno gettato addosso di tutto, mi hanno accusato di cose mai fatte né dette, la gente sembra non curarsi delle prove e nemmeno della diffamazione».

Alla domanda se avrebbe preso in considerazione l’idea di tornare all’Università di Cardiff rispose: «Sto diventando un po’ vecchia per queste cose. Ho settantasei anni. Non ho voglia di andare là a farmi ricoprire di urla e farmi tirare addosso cose. Fanculo. Non è che sia così interessante o dia chissà quale soddisfazione».

da “La pazzia delle folle. Gender, razza e identità”, di Douglas Murray, Neri Pozza Editore, 2020, 23 euro

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