Stallo alla bruxelleseI cinque motivi per cui non si è trovato (ancora) un accordo al Consiglio europeo

Quanti miliardi dovranno essere assegnati a ciascun Paese membro, chi e come dovrà approvare le riforme presentate, quanto ricco dovrà essere il bilancio 2021-2027, la questione dei rimborsi e se vincolare l’accesso ai fondi al rispetto dei principi dello Stato di diritto. Questi i nodi da sciogliere

Afp

Niente da fare. Tutto rinviato alle 16 di lunedì. I 27 leader europei non hanno trovato un accordo sul Next Generation Eu da 750 miliardi nel Consiglio europeo. Per questo dopo oltre tre giorni di notti in bianco, pranzi, cene e incontri separati in piccoli e grandi gruppi nel palazzo che li ospita a Bruxelles, i leader degli Stati membri hanno deciso di rinviare il negoziato a lunedì alle 16. Né la Cancelliera tedesca Angela Merkel, né il premier portoghese Antonio Costa hanno potuto così festeggiare il loro compleanno con un accordo. E anche la premier danese Mette Friedriksen che si è sposata giovedì dovrà passare la sua prima settimana di luna di miele con i colleghi europei. 

Ma su cosa sono divisi gli Stati membri? Non esiste al momento un fronte compatto nord contro sud, ma una serie di alleanze variabili su alcuni punti del negoziato per decidere a quanto dovrà ammontare prossimo budget 2021-2027 e se mantenere i 750 miliardi previsti dalla Commissione per il recovery fund che dovrebbe far ripartire l’economia europea dopo la pandemia. 

Sono almeno cinque i nodi da sciogliere e forse non basterà questo Consiglio europeo, anche se secondo alcuni analisti i 27 leader potrebbero decidere di prolungare le trattative a oltranza pur di non dover fissare un altro summit estivo. Mentre altri ancora sostengono che si troverà un accordo a fine luglio. Nessuno di questi ha la sfera di cristallo. 

Primo, la governance. Non c’è un accordo su come e chi dovrà approvare le riforme presentate dagli Stati per ottenere i miliardi di aiuti. Il premier olandese Mark Rutte chiede di approvare all’unanimità le erogazioni di fondi nel Consiglio (organo che riunisce i ministri dei 27 Stati membri). Tradotto: basterebbe un solo veto per impedire a qualunque Paese di accedere ai fondi. L’Italia si oppone a questa posizione e la considera una linea rossa da non oltrepassare perché teme un veto dei Paesi frugali alle proprie riforme. Nella proposta iniziale presentata dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il Consiglio dovrebbe approvare le proposte di riforma con una maggioranza di ⅔. Ma il Parlamento europeo protesta perché se a decidere fosse solo il Consiglio gli eurodeputati non avrebbero alcun potere.

Nella notte il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha proposto però un altro compromesso: se il Consiglio non raggiungerà un consenso sulle riforme presentate, i singoli Stati potranno sollevare i propri dubbi (diverso però dal mettere il veto) e chiedere di risolvere la questione al Consiglio europeo. In questa proposta di Michel la Commissione dovrebbe impegnarsi a non inviare i pagamenti agli Stati fin quando non saranno risolti tutti i dubbi sulle riforme presentate al Consiglio europeo.

Facciamo un esempio: se l’Italia chiederà di usare gli aiuti europei per abbassare l’Iva, l’Austria potrebbe congelare il pagamento chiedendo al Consiglio europeo di riunirsi per trovare un accordo e la Commissione sarebbe costretta a non pagare fino a un nuovo via libera dei 27 leader nel loro insieme. Ma il rischio è che un singolo veto di un Paese blocchi per lungo tempo i finanziamenti, addirittura fino alla scadenza del piano temporaneo del Next Generation Eu. 

Ecco perché l’Italia nella notte ha presentato una nuova proposta, come riporta il sito Politico.Eu che l’ha visionata. Per Roma deve essere la Commissione europea a giudicare le riforme presentate dagli Stati e decidere se approvare i pagamenti, informando però tempestivamente tutti i Paesi membri della sua decisione. A quel punto se uno Stato non fosse d’accordo con la Commissione potrebbe chiedere entro tre giorni un riunione del Consiglio che una volta riunitosi potrebbe presentare a Bruxelles una richiesta o fornire degli orientamenti. La Commissione avrebbe una settimana per rivedere la proposta o dare altri orientamenti al Paese giudicato.

Insomma l’Italia vuole dare tutto il potere alla Commissione di decidere se e come dare i finanziamenti in base alle proposte fatte, mentre i Paesi Bassi vogliono che a decidere sia il Consiglio all’unanimità, quindi dare a qualsiasi Stato il potere di mettere il veto.

Secondo, quanti miliardi deve avere il Next Generation Eu  e come devono essere distribuiti i fondi. Il piano della Commissione europea è di 500 miliardi di euro in sovvenzioni e 250 miliardi euro di prestiti. Un piano che non piace a Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia e in particolare Austria. Il premier austriaco Sebastian Kurz si è mostrato il più intransigente sul tema twittando in tarda serata:«Ovviamente vogliamo mostrare solidarietà, ma abbiamo anche in mente gli interessi dei contribuenti austriaci». In base alle ultime indiscrezioni dovrebbe rimanere intatta la parte più grande del piano Next Generation Eu, ovvero il Resilence and Recovery Facility da 560 miliardi che contiene 310 miliardi di sovvenzioni e 250 miliardi di prestiti. Gli Stati frugali, e in particolare la Danimarca, starebbero lavorando per diminuire le altre sovvenzioni per 190 miliardi. 

Il secondo tema è legato alle quote che ciascuno stato dovrà ricevere. La Commissione nel suo piano si è basata su tre principali criteri economici per distribuire i fondi: il prodotto interno lordo di un paese, il Pil pro capite e il tasso di disoccupazione medio tra il 2015 e il 2019. La critica è che si tratta di misure “pre crisi” che non hanno alcuna relazione con la pandemia. 

Nel piano di Bruxelles Commissione l’Italia dovrebbe prendere 172 miliardi, la Spagna invece 140 miliardi. E fin qui tutto bene perché sono stati i due Paesi più colpiti dalla crisi. Ma la Polonia che ha avuto relativamente pochi danni dalla crisi dovrebbe ricevere oltre 60 miliardi mentre il Belgio che ha avuto il più alto tasso di mortalità pro-capite nell’Unione europea non riceverà neanche 6 miliardi di euro.

Secondo le ultime indiscrezioni un criterio per l’assegnazione potrebbe essere dare più importanza alla perdita del Pil a causa della pandemia. Spagna, Francia e Croazia sono messi male come l’Italia: avranno un calo del Pil oltre il 10%. Invece Germania, Paesi Bassi e Finlandia del -6%, mentre la Polonia “solo” del -4,6%. Tutti però si riprenderanno più in fretta dell’Italia, secondo le previsioni della Commissione europea.

Terzo, quanto ricco deve essere il bilancio Ue 2021-2027. Nell’ultima proposta di Charles Michel il budget comunitario per i prossimi sette anni dovrebbe essere di 1074 miliardi, almeno 300 miliardi in meno dei 1300 miliardi chiesti dagli eurodeputati nella sessione plenaria del Parlamento europeo dello scorso maggio. I Paesi frugali e la Finlandia vorrebbero diminuirlo ancora di qualche miliardo mentre l’Italia chiede che sia molto più corposo. 

Quarto, gli sconti al bilancio comunitario. Ci sono cinque paesi che da alcuni anni godono di un privilegio: ottengono uno sconto (rebate) alla quota che versano ogni anno nel budget Ue. Tradotto: ottengono un rimborso di svariati milioni. Quattro di questi cinque Paesi sono i cosiddetti “frugali”: Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi che si oppongono con forza all’eliminazione dei rebates. Il quinto è la Germania. Tutti gli altri Paesi sono contrari agli sconti e sono favorevoli alla proposta della Commissione europea di eliminarli. Ma alcuni leader dei Paesi mediterranei hanno fatto capire che potrebbero lasciare gli sconti per ottenere qualche concessione in cambio. Insomma, un do ut des.

Quinto, Ungheria e Polonia non vogliono vincolare l’accesso ai fondi del bilancio Ue 2021-2027 al rispetto dei principi dello Stato di diritto.  Il premier ungherese Viktor Orbàn ha minacciato di mettere il veto a un accordo generale che includa disposizioni o accenni sul tema, mentre per il premier olandese Mark Rutte la clausola sullo stato di diritto nel budget Ue deve essere obbligatoria. Addirittura il premier polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato che non vuole nemmeno collegare il finanziamento europei al raggiungimento degli obiettivi climatici. Non a caso la Polonia non si è impegnata nello European Green Deal della Commissione europeo perché gli investimenti verdi penalizzerebbero la sua economia ancora molto legata al carbone. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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