Un paese che non sa accogliereLa poca trasparenza del Viminale sui migranti rischia di essere un problema sociale e politico

Il ministero dell’Interno tiene il conto degli ingressi negli hotspot e nei Cpr, ma non si sa in quali condizioni e in quali strutture si trovano queste persone. Intanto si vedono gli effetti del decreto Rilancio, che aveva fermato i rimpatri, con il rischio che l’Italia incorra in nuove condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo

PABLO GARCIA / AFP

Prima la fuga dal Cara di Caltanissetta, poi quella dalla tensostruttura della Protezione civile, allestita nella banchina di Porto Empedocle: centinaia di migranti scappati e solo in parte recuperati dalle forze dell’ordine. Mentre le notizie di cronaca si susseguono, però, i dati ufficiali latitano.

Se infatti il ministero dell’Interno comunica quanti migranti sono sbarcati in territorio italiano negli ultimi giorni (55 ieri, 402 il 27 luglio), sapere in che condizioni si trovano e soprattutto a quali strutture sono stati destinati è molto più difficile.

La denuncia arriva dal Cild (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) che ha scattato l’ultima fotografia del fenomeno a inizio luglio, quando risultavano presenti 451 persone negli hotspot, 332 nei Centri per il rimpatrio, 207 sulla nave Moby Zazà (una sorta di hotspot galleggiante, predisposto per far fronte all’emergenza sbarchi in tempo di covid).

A tale quadro, però, si aggiunge «un numero indefinito, per inesistenza di dati al riguardo, di persone trattenute in strutture ad hoc aperte durante l’emergenza epidemiologica in Sicilia per far espletare la quarantena a chi è approdato sulle coste italiane», spiegano dal Cild.

Ed è eloquente che a sostituirsi al Viminale sia stato, nei giorni di emergenza sanitaria, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, che ha pubblicato numerosi bollettini di aggiornamento. L’ultimo, però, è del 22 maggio.

Il tema rischia ora di diventare una bomba non solo sociale, ma anche politica per la tenuta della maggioranza. Nei giorni in cui diversi esponenti del Partito democratico chiedono di rivedere il decreto Sicurezza, infatti, tre deputati del Movimento cinque stelle (Mario Perantoni, Vita Martinciglio e Leonardo Penna), contravvenendo di fatto alle regole imposte dal vertice volte a mantenere i toni bassi, hanno presentato un’interrogazione parlamentare rivolta proprio al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, lamentando la mancanza di informazioni chiare e aggiornate.

A preoccupare sono soprattutto gli hotspot e i Centri per il Rimpatrio: a inizio luglio nei nove Cpr presenti gli ospiti erano 332. E non è detto che, visto l’incremento di sbarchi, la situazione non possa peggiorare. Al Sud, come in altre parti d’Italia: a Ponte Galeria, a due passi da Roma, le presenze in soli 14 giorni sono passate da 17 a 101. Quale sia la situazione aggiornata resta un mistero.

Non bisogna dimenticare, peraltro, che la legge prevede che la permanenza all’interno dei Centri per il Rimpatrio non possa superare i 180 giorni (salvo rare eccezioni). E tuttavia, scrivono i tre pentastellati alla titolare del Viminale, «continuano a verificarsi nuovi ingressi nonostante il persistere del blocco delle espulsioni».

Già, perché a rendere la situazione ancora più critica c’è la norma, inserita nel decreto Rilancio, che ha disposto la sospensione dei procedimenti di espulsione fino al 15 agosto. Tanto che, si legge ancora nell’interrogazione parlamentare, «al 2 luglio non si avevano notizie di rimpatri effettuati né di quando sarebbe stato possibile riprendere tale attività».

In altre parole, dunque, negli ultimi giorni starebbero aumentando gli ingressi negli hotspot e nei Cpr senza che sia possibile rimpatriare, col rischio non secondario che l’Italia incorra anche in nuove condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo per il trattenimento illecito di extracomunitari nei centri di accoglienza.

Nell’attesa che il Viminale comunichi numeri chiari e precisi in merito alla gestione dei migranti sul territorio italiano, che ci sia un’emergenza è evidente da un bando di gara che, nel silenzio assoluto, il ministero dell’Interno ha indetto nell’ultimo periodo: la richiesta è quella di una nuova nave-quarantena per «assicurare l’assistenza e sorveglianza sanitaria dei migranti soccorsi in mare o giunti sul territorio nazionale a seguito di sbarchi autonomi».

Il 26 luglio è stato pubblicato un nuovo avviso «non avendo avuto esito le precedenti procedure esperite». La durata del servizio è fissata fino al 31 ottobre 2020, ossia fino al periodo di emergenza nazionale. Il costo, che ricadrà sul dipartimento della Protezione civile e non sul Viminale, è stimato intorno ai 4,7 milioni di euro.

Una soluzione-tampone, però, che non risolve il problema alla radice. Il Movimento 5 stelle per ora nicchia gettando palla e responsabilità in campo europeo. Sperando di guadagnare tempo e rinviare a data da destinarsi un’eventuale revisione dei due decreti Sicurezza. Quel che vige tra i parlamentari pentastellati – al di là di alcune incursioni come nel caso dell’interrogazione di Perantoni & Co. – è il totale silenzio. In attesa di conoscere quale sia la linea ufficiale.

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