La pasionaria riccaTali Farhadian Weinstein, la prossima politica americana che piacerà a tutti

Candidata alla procura di Manhattan, la sua storia farebbe campagna elettorale da sola: è arrivata negli Stati Uniti a quattro anni, persiana ebrea in fuga con la famiglia da Khomeini, con visti turistici falsificati e la pentola per bollire il riso in valigia. E poi, è utile sottolinearlo, non è parente dell’Harvey produttore cinematografico, ma moglie di un finanziere (ci regalerà una nuova stagione di Billions?)

Immagine presa dal profilo Facebook di Tali Farhadian Weinstein

La prossima politica americana che piacerà a tutti – a Vogue e a Twitter, agli sceneggiatori televisivi e alle liberal newyorkesi – non l’avete ancora mai sentita nominare, o quasi: è una Weinstein.

È il cognome di suo marito, proprietario d’un fondo d’investimento, e naturalmente gliene hanno chiesto conto, la settimana scorsa, quando Tali Farhadian Weinstein s’è dimessa dal suo ruolo come consulente dell’ufficio del procuratore di Brooklyn e ha annunciato la propria candidatura a procuratore generale di Manhattan.

«Credo che gli elettori siano in grado di distinguere tra me e lui», ha detto, e «lui», l’innominabile, era l’altro Weinstein, quello in galera (e quello che potrebbe far perdere le elezioni al procuratore in carica). «C’è bisogno che dichiari esplicitamente che non sono parente di Harvey Weinstein, neanche alla lontana? È un cognome ebreo molto comune».

Il povero Cyrus Vance jr. si sentiva più al sicuro d’un direttore di Repubblica: era a capo della procura di Manhattan dal 2009, i suoi predecessori erano durati uno 31 anni e l’altro 35. Ma ci si è messo di mezzo un altro Weinstein, quello più notorio. Vance è stato accusato di non averlo perseguito per tempo, di aver lasciato cadere tutte le denunce finché il MeToo non l’ha costretto a occuparsene (i procuratori americani, essendo appunto soggetti a elezione, tendono a portare in tribunale solo le cause che sono certi di vincere, e prima che i reati sessuali divenissero una crociata morale servivano prove per ottenere una condanna, prove che in casi che non si fondavano su un coltello alla gola ma su un abuso di potere erano difficili da ottenere).

Perdipiù è anche sospettato di intelligenza col nemico, Vance: il nemico, a Manhattan, è la famiglia Trump. Insomma: attualmente è un impresentabile. Qualcuno ha anche scritto che forse non si ricandiderà (le elezioni sono nel 2021), ha raccolto pochissimi soldi per la campagna elettorale, magari ha capito che non è il caso. Fatto sta che contro di lui si candidano in parecchi, e si sa che essere donna di questi tempi è un vantaggio.

Se poi donna e pauperista, come l’archetipo Alexandria Ocasio-Cortez, figuriamoci. Eliza Orlins – anche lei candidata, già difensore d’ufficio e concorrente di reality tra cui “Survivor” – ha liquidato Fahradian come «un’altra candidata che è pappa e ciccia coi ricchi e i potenti e i privilegiati. Di certo non perseguirà la gente con cui villeggia agli Hamptons».

Il vantaggio che ha Tali, oltre ai depositi di dobloni del marito che in una campagna elettorale americana sono utili, è una storia personale magnifica. È arrivata in America a quattro anni, persiana ebrea in fuga con la famiglia da Khomeini, con visti turistici falsificati «e la pentola per bollire il riso in valigia» (le vite private dei politici americani sono sceneggiate assai meglio di quelle dei nostri). Il padre aveva preceduto moglie e bambini e aveva trovato un lavoro come lavapiatti in Maryland.

La madre non sapeva di poter chiedere asilo politico, e fu solo un agente della dogana caritatevole che, alla vigilia di Natale, le fece entrare temporaneamente in quello che sarebbe diventato il loro Paese. È per questa vicenda privata, e perché solo grazie all’amnistia di Reagan qualche anno dopo divenne americana, dopo aver visto la madre piangere quando un collega minacciava che l’avrebbe fatta deportare, che Tali ha particolarmente a cuore le politiche sull’immigrazione, e il modo in cui Trump tradisce «lo spirito della legge».

Chi l’ha conosciuta da giovane racconta d’aver subito pensato che Tali un giorno sarebbe diventata giudice della Corte Suprema, il massimo incarico giudiziario statunitense, e il posto da cui, come assistenti, iniziano i più promettenti e ambiziosi dei laureati in legge.

E infatti ha lavorato per ben due giudici, lì. Quando aveva trent’anni, era assistente di Sandra Day O’Connor. La settimana scorsa ha raccontato d’una volta in cui doveva stilare il parere del giudice su una sentenza, e quella le chiese d’accompagnarla a una mostra. Tali chiese quale delle due cose preferiva facesse, e la giudice rispose «entrambe».

Un’altra (una Ocasio-Cortez) l’avrebbe raccontato come aneddoto che svelava l’impossibile altezza dell’asticella per le donne che lavorano, da loro si pretende che facciano tutto, che eccellano in ogni campo, che non mollino mai. Un’altra avrebbe frignato sulle difficoltà d’essere madre e lavoratrice, Tali ha spiegato che era l’esempio che indicava che eccellente modello comportamentale fosse la giudice, una che non mollava su niente.

Certo, poi sa che al grande pubblico, quello che vuole immedesimarsi, che vuole vederti frignare perché frignare è quel che farebbe, che vuole sentirti dire quant’è tutto difficilissimo per essere così consolato nella propria incapacità di conciliare i piatti da lavare e il cartellino da timbrare, a quell’elettorato qualche contentino gli va dato. E quindi ha aggiunto che mai avrebbe pensato che, nell’anno professionalmente più impegnativo della sua vita, le sue tre figlie non sarebbero andate a scuola. Eccoci, abbiamo un gentile omaggio anche alle madri che vogliono la riapertura delle scuole, c’è un’immedesimabilità per tutti.

E se, grazie alla propria storia d’immigrata, si dice interessata ai problemi dei clandestini, poiché è una donna dice che vorrà un ufficio apposito per perseguire i reati di genere e la violenza coniugale. Siamo un’epoca identitaria? E lei non ci nega immedesimazioni identitarie. E un’indispensabile fotogenia. Un’intervista della settimana scorsa era illustrata con foto di lei vestita con un abito a quadri che ricordava moltissimo quello che Michelle Obama indossò a un comizio durante il primo mandato presidenziale del marito. Quello era rosso a quadri bianchi, e andò subito esaurito in negozio. Questo è a base verde (di sua beltà si fida), e se fossi un’elettrice pretenderei di conoscerne la marca per correre ad acquistarlo.

Ci accontenta in tutte le nostre debolezze, persino nell’illusione che la storia si faccia twittando dal divano il cancelletto giusto. Dopo aver liquidato come “misogina” la definizione “moglie d’un fondo d’investimento”, ha spiegato che suo marito tifa per lei e che, insieme, cambieranno il cancelletto, da #HedgeFundWife a #ProsecutorHusband. D’altra parte si sa che, più che la gerarchia dei sessi, può quella della notorietà, e lei è già la più famosa in casa. Ora deve solo vincere le elezioni e poi donarci la stagione di “Billions” che già sogniamo: quella in cui la procuratrice di Manhattan si trova sulla scrivania un fascicolo sui reati finanziari del marito.

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