Bolkestein e i suoi fratelliL’Italia ha un problema serio con le procedure d’infrazione

Dal 2002 a oggi il nostro Paese ha subito oltre 1700 procedimenti, pagando almeno 655 milioni di multe per casi passati in giudicato. L’ultima volta la Commissione ha chiesto di procedere per i mancati rimborsi ai passeggeri di treni e aerei, la prossima potrebbe essere per la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi, tra cui le spiagge

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L’ultima procedura d’infrazione è stata chiesta dalla Commissione europea per la violazione dei diritti dei passeggeri, costretti ad accettare buoni e voucher al posto dei rimborsi per i voli cancellati. La prossima potrebbe arrivare a breve, visto che la proroga delle gare per le concessioni balneari fino al 2033, firmata dalla deputata di Forza Italia, Deborah Bergamini, è contraria alla direttiva europea Bolkestein del 2004 che indica agli Stati membri di liberalizzare i loro servizi. «L’Italia riceve da tutte le concessioni balneari circa 100 milioni di euro, praticamente zero. Non è giusto che queste concessioni, che si perpetuano sostanzialmente nelle famiglie, non vadano mai a gara e si paghino cifre irrisorie», ha sottolineato il leader di Azione, Carlo Calenda.

Non è bastato all’Italia aver subito oltre 1700 procedure d’infrazione dal 2002 a oggi, con un ritmo di quasi sei al mese, e di aver pagato negli ultimi otto anni almeno 655 milioni di euro di sanzioni pecuniarie per sentenze passate in giudicato, come riporta la relazione della Corte dei conti.

Secondo gli ultimi dati forniti dal dipartimento per le politiche europee del Governo italiano, sono 91 le procedure d’infrazione aperte a carico del nostro Paese.  Non siamo i peggiori in Europa, solo perché prima di noi c’è la Spagna (98) ma caso dopo caso abbiamo distanziato nel tempo Grecia (90), Portogallo (89), Belgio e la Polonia (83).

Non tutte le procedure d’infrazioni sono uguali. Tra le 91 attualmente a carico dell’Italia ci sono 69 violazioni del diritto dell’Unione e 22 mancate attuazioni delle direttive (un atto legislativo che stabilisce un obiettivo che tutti gli Stati membri devono realizzare, ma spetta a lor decidere come).  La maglia nera dell’Italia è l’ambiente (24 su 91). Seguono le procedure su fisco e dogane (12), trasporti (12) ed energia (6).

Poco più della metà dei casi (52 su 91) è ancora allo stadio iniziale, cioè allo stato di messa in mora, quando la Commissione europea manda la lettera contenente le sue osservazioni allo Stato membro. Il 19% invece (18 di 91) è allo stadio di parere motivato, la fase in cui viene confermato l’inadempimento del Paese e lo si costringe a intervenire entro un periodo di due mesi mentre sono soltanto 11 le sentenze, i casi cioè risolti dalla Corte di Giustizia europea. 

Nell’ultimo mese insieme alla procedura relativa ai voucher la Commissione ha aperto anche un’infrazione contro l’Italia perché il nostro governo non ha inviato a Bruxelles il programma di tappe e obiettivi in cui doveva indicare come avrebbe ridotto le emissioni per ottenere un’aria più pulita. L’obbligo scadeva il 1° aprile 2019.

Se entro ottobre la Commissione non avrà un piano nazionale italiano che si impegna a recepire la direttiva avanzerà un parere motivato. La questione è per l’Italia assolutamente rilevante, come evidenzia il rapporto “Air quality in Europe” che sottolinea come il nostro Paese sia primo per morti da biossido d’azoto (14600 all’anno); da ozono (3 mila) e il secondo per morti da particolato fine PM 2,5 (58600). 

Altra procedura aperta quest’anno contro l’Italia riguarda la direttiva 2018/68 sulla tracciabilità delle armi. L’Unione stabilisce che tutti i Paesi devono controllare e verificare che armi e munizioni rispettino le normative europee e siano quindi munite di contrassegni chiari. Una questione di non secondaria importanza, visto che il nostro Paese ha esportato armi per un valore di 5,17 miliardi di euro nel solo 2019. 

Sempre nel 2020 la Commissione ha aperto contro l’Italia un’infrazione “sull’attuazione dei rispettivi quadri strategici nazionali sull’infrastruttura per i combustibili alternativi”. Tradotto dal burocratese: i punti di rifornimento del diffuso metano, del raro idrogeno, ma anche delle sempre più essenziali colonnine per le auto elettriche. Come il Portogallo e il Regno Unito il nostro Paese non ha recepito la direttiva 2014/94 dell’Unione e non ha stabilito un quadro direttivo nazionale. Sembrano dettagli insignificanti, ma queste pigrizie burocratiche, se trascurate, si traducono in multe dispendiose.

La questione delle colonnine è poi assolutamente rilevante, specie in un momento in cui si cercano nuove forme di mobilità. Il rapporto di 1 a 5 tra le colonnine e le auto elettriche, evidenziato dall’ultimo Smart Mobility Report del Politecnico di Milano, è un passo in avanti rispetto al recente passato ma va sottolineato come il numero di auto elettriche sia ancora ridotto (nel solo 2019 ne sono state vendute circa 10 mila, lo 0,5% del mercato automobilistico italiano).

Tra le procedure di infrazione aperte contro l’Italia si segnala anche il mancato recepimento da parte del nostro Paese della normativa UE del 2018 relativa allo scambio transfrontaliero di informazioni tra Paesi membri nel settore fiscale. L’entrata in vigore del Mandatory Disclosure (Dac6) è stata però rinviata al 2021 a causa del Covid-19 e di questo probabilmente se ne potrà avvantaggiare anche l’Italia, che avrà così più tempo per recepire una normativa UE da cui potrebbe trarre un certo vantaggio, visto che ci sono almeno 100 miliardi di euro di evasione fiscale nascosti all’estero.

La lista potrebbe andare avanti per molti paragrafi. L’Italia ha procedure aperte perché non sta pienamente applicando la legislazione Ue sul riciclaggio delle navi, né quella sulla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo. Per non parlare dell’infrazione aperta nel 2018 contro l’Italia in materia di pornografia. Il nostro governo non sta applicando la direttiva contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile. Sul tema, così come sulla procedura di infrazione aperta nel 2013 per la mancata parità di trattamento tra uomini e donne in materia di sicurezza sociale, tutto tace.

 

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