La ragazza di AvetranaLa confessione di Michele Misseri su come avrebbe ucciso Sarah Scazzi, dieci anni dopo

Esce oggi in libreria “Sarah” (Fandango Libri) un romanzo inchiesta sulla quindicenne scomparsa nel nulla il 26 agosto del 2010. Fra testimonianze inedite e rivelazioni inaspettate sono tante le domande inquietanti sugli esiti giudiziari della vicenda per cui scontano l’ergastolo due persone

Esistono due tipi di pozzi. Ci sono quelli freatici, ovvero delle cavità a sviluppo verticale creati perforando o scavando in una falda esistente, e quelli artesiani: pozzi naturalmente effluenti, cui le acque sotterranee arrivano senza l’ausilio di tubi, semplicemente zampillando. 

Nella campagna salentina, di pozzi artesiani se ne contano a centinaia; alcuni sono conosciuti ai più, altri solo ai proprietari dei terreni, altri vengono scoperti così, per sbaglio, magari lavorando la terra, magari smottandola con il trattore. 

Michele Misseri che nella vita ha fatto tante cose, ma che resta contadino per vocazione e conoscenza, la terra la capisce con uno sguardo. E una mattina, mentre lavora poco dopo l’alba in contrada Mosca, tra San Pancrazio e Avetrana, direzione Erchie, scopre un piccolo pozzo. È profondo tre metri e mezzo, largo quarantacinque centimetri; ne parla con il proprietario del terreno, contiguo a quell’appezzamento che condivide con i fratelli, ma di cui si prende cura per tutti. Non pensa, Michele, a quel pozzo per quasi due anni. Ma le cose, anche le più apparentemente inutili, all’improvviso sanno rivelare la loro essenzialità. Ed è così che il 26 agosto, mentre il sole smarmella di luce la campagna salentina, e lui ha il corpo di Sarah ricoperto di cartoni sul retro della sua Seat Marbella targata CN865107, si ricorda proprio di quel frammento di buio lì. 

Sono minuti concitati, “quel giorno ero come un pazzo e correvo così tanto da non vedere nemmeno la strada”, spiega lui. 

La via crucis di Sarah Scazzi è già iniziata da oltre un’ora: dopo averla strangolata, prima Michele ha portato la salma al rudere del casolare di famiglia, poi sotto il vicino albero di fico. “Con la macchina – rivela – mi sono infilato a retromarcia sotto questo grande albero che ora è spoglio, ma d’estate si chiude come un ombrello. Dentro era come un garage con le pareti di foglie e rami che scendevano sino a terra. Qui ho scaricato il corpo e l’ho messo giù.” E fra le fronde, nell’odore dolce e fruttato, Michele abusa della ragazza, in quel posto maledetto dove – si scoprirà poi – suo padre lo aveva violentato da bambino. 

“La stavo lasciando, quando mi sono ricordato che lì veniva spesso mia cognata e l’avrebbe vista. Non volevo farla trovare, e così mi sono ricordato del pozzo che si trova dietro a quel canneto che si vede in lontananza. Allora ho preso di nuovo in braccio Sarah, l’ho messa nel cofano della macchina e l’ho portata lì.” 

Michele non teme di incontrare nessuno. Perché queste sono terre desolate, e se non sai dove vuoi andare diventano solo un labirinto di verde e di sassi in cui smarrirsi. 

Le strade in contrada Mosca lo rassicurano, per Michele sono un ordinato dedalo che conduce a quel nulla che è la sua infanzia, e al pozzo. 

Parcheggia, utilizza la zappa per alzare il cofano perché ha il pistone rotto, avanza sudato e angosciato, il cappellino alla pescatora calato sulla fronte, la maglietta sporca. Il sole riflette sulla terra per accecare. 

“Allora – racconta – ho preso in braccio il corpo che era leggero e l’ho portato qui. Ho tolto una grande pietra che ricopriva la cisterna, altre pietre più piccole che si trovavano intorno a incastro ed è venuto fuori il foro dove ho infilato il povero angelo biondo.” Dice proprio così, Michele: il povero angelo biondo. Il corpo di Sarah svanisce nel baratro profondo e stretto, fa un rumore leggero, da pioggia sull’ovatta. 

Un senso di salvezza pervade Michele; ricopre l’imbocco con terra ed erba secca, ci mette pochissimo tempo e poi, come se non fosse mai accaduto, l’orrore sprofonda inghiottito in quell’abisso privato. A coprire tutto una grande pietra. 

Quando si mette in macchina per tornare ad Avetrana, deve ancora sistemare un’ultima cosa. Deve bruciare gli abiti e lo zaino di Sarah, perché sa che non può permettersi di lasciare traccia. Va allora in un grande uliveto in località Sierri – una distesa di chiome e di tronchi attorcigliati, gli stessi che lo incantavano quando era bambino – e qui appicca un fuocherello. Sta per andare via, quando si ricorda del telefonino, quello che Claudio ha regalato alla sorella qualche settimana prima e da cui lei non si separa mai. 

“Lo avevo lasciato nella macchina. Allora l’ho preso e l’ho buttato nel fuoco, ma poi qualcosa mi ha detto di riprenderlo e così ho fatto prima che si bruciasse del tutto. Dopo sono subito rientrato ad Avetrana perché dovevo andare a raccogliere i fagiolini con mio cognato.” Mentre torna a casa, e guida fra i campi con i finestrini abbassati, negli occhi di Michele si imprime il pesante masso posizionato a coprire l’ingresso del pozzo, e poi i rami, le foglie, i sassi. È in quel pozzo che il corpo nudo di Sarah, in posizione fetale, galleggerà nell’acqua piovana per quarantadue giorni. 

Da “Sarah” (Fandango Libri) di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, pp. 320, 18 euro

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