Todo cambia, tranne ZizouZidane, l’allenatore antipopulista che vince sempre

Arrivato in un Real Madrid reduce da un periodo poco brillante per provare a limitare i danni, alla fine è riuscito a conquistare una Liga insperata rimontando il Barcellona di Messi e trasformando una squadra considerata vecchia e sazia in una macchina da gol. «Tutto ciò che tocca diventa oro», dicono i suoi calciatori. E hanno ragione

GABRIEL BOUYS / AFP

Avevamo bisogno, nel 2020, di qualcosa che non cambiasse, di un po’ di stabilità. Avevamo bisogno di ricordare che ci sono leggi immutabili al mondo. Ad esempio, che Zinedine Zidane vince sempre. Ieri, appunto, il Real Madrid ha festeggiato la sua trentaquattresima Liga spagnola. La seconda di Zizou. Donald Trump può essere presidente americano, la cancel culture può abbattere tutte le statue di Colombo e Churchill, una pandemia globale fermare l’economia planetaria. Okay. Almeno un mobile del salotto del mondo rimane al suo posto.

Per Zinedine Zidane, per Sergio Ramos e per Karim Benzema le cose non cambiano. Niente. Assolutamente nulla. Continuano a vincere. E a sorridere. Poi ognuno alle sue cose: Ramos si farà un altro tatuaggio orrendo, Benzema prenderà un’altra multa per aver superato i limiti di velocità e Zidane… Zidane continuerà ad essere immacolato. E se non siamo d’accordo su questo punto, non vale la pena che continuate a leggere.

Zidane era arrivato l’anno scorso con il Real allo sbando. Dopo il fallimento di Julen Lopetegui e un periodo invisibile con Santiago Solari. Arrivava con tre Champions in tasca e nessun conto da risolvere col passato. Niente da vincere e tutto da perdere. Proprio per questo nessun madridista dimenticherà questo ritorno.

Senza Cristiano, con una squadra detta di “vecchi” che l’anno scorso non ha vinto nulla, Zizou è riuscito a strappare una Liga che, come ha detto, è quasi più bella di quelle 3 champions di fila. Da meno 2 a più 7 sul Barça. Una goduria per i madridisti. Dieci vittorie di fila dopo il lockdown. Si gode tantissimo.

I “vecchi” sono diventati i Rolling Stones nel loro ennesimo ultimo tour. Il Real è stato fisicamente travolgente. Sembravano tutti ragazzini anche se, grazie a Dio e Santiago Bernabéu, non giocavano con i pantaloni di Mick Jagger. E questo nonostante scelte di mercato non riuscite, come quella di Eden Hazard, fatto comprare da Zidane per raccogliere l’eredità di CR7 e costruire la squadra intorno a un nuovo campione… ma Hazard non si mai fatto vedere fra infortuni, partite invisibili e una noia mortale. Non importa. Zizou ha vinto lo stesso.

Non sembrerebbe, ma il marsigliese non è stato neanche tanto tempo al Real come allenatore. Cinque anni. In realtà addirittura meno: per due volte è arrivato a metà stagione, e i campionati completi sono soltanto tre. Risultati, due volte in testa alla Liga, oltre alle leggendarie tre Champions di fila. E poi volete convincermi che sia umano. Per carità, siamo seri.

Zizou è l’allenatore antipopulista. Ci sono tanti quaquaraquà che promettono titoli e meraviglie quando arrivano. Lui non promette niente. Arriva. Fa quel mezzo sorriso in conferenza stampa, senza parlare granché. Si mette semplicemente una tuta bianca da ginnastica, con con quella sigla sul petto, ZZ, che ricorda più il logo di un supereroe che delle semplici iniziali. Poi, come se fosse tutto naturale, va alla Cibeles a festeggiare. Tranne ieri, pandemia oblige. 

Non fa parte nemmeno di quelli bravi ma con quel briciolo spocchioso, un po’ alla Emmanuel Macron, alla Pep Guardiola, ai tipi che sembrano convinti di aver scoperto l’acqua calda e non vedono l’ora di raccontarlo in giro. No. Lui arriva. Lui fa. Lui vince.

Zidane mi ha battezzato

Potrei annoiarvi parlando ancora di calcio. Invece vi divertirò raccontandovi il giorno in cui ho incontrato Zizou. Era il mio primo giorno di lavoro nella tv francese Canal+. Non avevo fatto nemmeno un provino davanti a una telecamera in Spagna. Mai. Il francese lo parlavo, perché ero corrispondente da un giornale spagnolo, ma non ero abituato a questo tipo di lavoro. E così sono finito lì, a masticare i miei nervi pensando a come sarei rimasto paralizzato dalla paura 30 minuti dopo. 

Il conduttore, Hervé Mathoux, tutt’oggi il volto del calcio francese in tv, mi dice: «Vieni, che ti devo presentare una persona che sarà con noi in studio. Zinedine, Javier. Javier, Zinedine». Mavaff… Subito dopo, non esistevano gli spettatori. Solo lui. 

Stavo per fare la figuraccia della mia vita, da cui non mi sarei mai più ripreso, a 2 metri da Zizou. Fantastico.

Entriamo in una sala Vip dove c’erano i suoi fratelli e cugini. Lì, salutando dieci uomini tutti di origini berbere, ho fatto un master accelerato sulle leggi della genetica con tante deduzioni non molto pol cor. Ma diciamo che Zidane ha avuto fortuna di essere un Dio greco-francese.

Le cose non sono poi andate così male. Tredici anni dopo, faccio il conduttore nella tv spagnola, ho raccontato in diretta anche le Champions di Zidane e mi chiedo spesso se tutto questo non sia altro che una conseguenza non dal mio lavoro, ma dal suo battesimo al mio esordio.

Benzema, il saggio buddista

 Lavorando alla tv francese, ho anche coperto l’arrivo di Karim Benzema, allora giovane star del Olympique Lyonnais, a Madrid. Sono stato con lui 2 ore in un albergo bruttissimo, di quelli che solo un giocatore di calcio puó trovare bello. Ha detto forse tre parole. E io ne ho capite due.

Dopo ci siamo rivisti altre volte in tv e agli Champs Élysés. E devo dire che si è trasformato, è diventato una specie di saggio buddista, forse il madridista più silenzioso che ci sia. Non vuole giocare altrove e non ascolta nessuna critica. A volte credo che sia troppo intelligente, altre volte mi chiedo se sia cerebralmente morto. Non importa.

Gioca come un angelo generoso, un attaccante da 22 reti in questa stagione, molto utili per vincere il campionato. Ha anche creato una posizione inesistente: il 9 regista. E non ditemi “pure Messi”. Primo perché questo articolo non è razionale, è un’esplosione di ebbrezza calcistica in piena celebrazione di uno Scudetto. E poi perché Messi è stato sempre più un 10 che un 9. Benzema è l’antitesi cosmica di Pippo Inzaghi.

Perché questo pezzo andasse bene e fosse davvero cartesiano, dovrei ora raccontare un aneddoto su un mio incontro in televisione con Sergio Ramos. Ma non ce li ho. Che ci posso fare.

 Sergio Ramos, 34 anni, è tornato dal lockdown con una superiorità fisica simile a quella di Lebron James in NBA. È stato capace di giocare come difensore centrale e come centravanti. Ha segnato su punizione. Ha segnato in contropiede. Ha segnato su rigore. Sicuramente ha segnato anche nei suoi sogni. Di sicuro nei miei.

 Dopo la partita, il capitano Ramos ha fatto il riassunto che facciamo tutti noi madridisti: «Tutto ciò che Zidane tocca diventa oro».

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