Inversione a UAtlantia vuole cedere all’asta Autostrade per l’Italia, il contrario di quanto voleva il governo

Subito dopo l’accordo dello scorso 14 luglio l’esecutivo aveva annunciato di aver preso Aspi dalla holding, ma l’amministratore delegato Carlo Bertuzzo ha fatto sapere che le richieste avanzate da Cassa depositi e prestiti non erano accettabili

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Atlantia ha intenzione di vendere Autostrade per l’Italia all’asta. Un cambio di rotta significativo rispetto alla prospettiva del Governo, che aveva annunciato con grande enfasi di aver “sottratto” Aspi alla holding. In un comunicato stampa diffuso immediatamente dopo le trattative dello scorso 14 luglio, Palazzo Chigi riferiva di un «immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti – Cdp)».

Venti giorni dopo la realtà è molto diversa. Anzi, la distanza tra le parti potrebbe essere incolmabile, al punto che Atlantia ora valuta strade alternative per la valorizzazione della sua controllata.

La holding punta a cedere all’asta – gestita da advisor internaizonali indipendenti – il suo 88 per cento di Autostrade per l’Italia. Una competizione alla quale, ovviamente, Cassa depositi e prestiti potrebbe partecipare, al fianco di altri competitor.

In alternativa il board amministrativo ha considerato l’opzione di una scissione parziale e proporzionale di una quota di Aspi – da quotare in Borsa – a favore dei propri azionisti.

Opzioni che verranno discusse il prossimo 3 settembre in un Consiglio di amministrazione speciale già convocato.

La motivazione dietro questa inversione di marcia da parte della holding – di cui la famiglia Benetton è socia di riferimento – sarebbe da cercare nell’offerta messa sul piatto proprio da Cassa depositi e prestiti. Per Fabio Cerchiai, presidente della holding, e Carlo Bertazzo, amministratore delegato, sarebbero soprattutto tre i punti giudicati inaccettabili della proposta di Cdp.

La prima è una manleva sulla manutenzione autostradale, in pratica un’obbligazione che solleverebbe la stessa Cdp dalle conseguenze di eventuali incidenti sulla rete per i prossimi quattro anni; la seconda è la richiesta di destinare alla riduzione del debito verso Cdp la quota che la stessa Cassa dovrebbe versare in aumento di capitale; la terza è la possibilità di poter abbandonare la partita in qualunque momento e senza penali nel caso in cui non fosse stato ceduto il 22 per cento di Aspi a investitori graditi.

Rispetto alla posizione di Atlantia, però, va ricordato che sebbene la nuova formula garantisca comunque l’uscita dei Benetton dall’asset, questa muterebbe i presupposti dell’operazione: senza aumento di capitale, e con la vendita della controllata, l’azienda non avrebbe le risorse necessarie a rafforzare la stabilità della società e varare senza intoppi l’ambizioso piano di investimenti da 14,5 miliardi previsti per il 2038.

Inoltre la strada che vuole intraprendere Atlantia aumenta le probabilità di un passaggio di Aspi – che, va ricordato, gestisce 3mila chilometri di rete autostradale – a investistori stranieri.

L’amministratore delegato Carlo Bertazzo ha voluto ribadire, ieri, che «la decisione presa dal Cda intende individuare un percorso certo per la separaione di Aspi da Altantia. Un’operazione in linea con gli impegni assunti con il governo il 14 luglio. La scelta operata dovrà comunque passare da un’assemblea straordinaria e dovrà garantire ai soci italiani e internazionali la trasparenza del percorso. Restiamo comunque disponibili a proseguire nel confronto già avviato con Cdp».

Intanto, proprio ieri Atlantia intanto ha approvato la semestrale: un rosso di 772 milioni che stona rispetto ai 594 milioni di utile registrati nello stesso periodo del 2019.

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