Sta caricandoL’addio a Internet Explorer è stato fin troppo lungo

Devastato dalle falle di sicurezza, lentissimo e inadeguato ai nuovi protocolli del web, il browser della Microsoft andrà in pensione nel 2021. Era ora. Resterà disponibile, come un fantasma, solo per gli archeologi della rete

Christophe SIMON / AFP

Alla fine l’annuncio è arrivato: Internet Explorer sarà abbandonato. Il 17 agosto del 2021 – ha annunciato la Microsoft in un post che sa già di storia – i suoi servizi smetteranno di supportarlo, mentre Microsoft Teams, la piattaforma per le teleconferenze, del gigante di Redmond lo farà un po’ prima, a novembre 2020. Dopo 25 anni di attività, il motore di ricerca più longevo ha imboccato il viale del tramonto.

Del resto la scelta era ormai dovuta, anzi: è già tardiva. L’ultima versione in circolazioe è Internet Explorer 11, che risale al 2013 (ben sette anni).

La cosa incredibile è che sia tuttora in utilizzo in tantissimi computer, ormai vetusti, con versioni di Windows più che superate. E non solo: nonostante lo sganciamento annunciato, il mondo avrà ancora bisogno di Internet Explorer, dal momento che alcuni siti, mai aggiornati, non risultano accessibili con i browser più moderni.

Per questi (rarissimi) casi la Microsoft metterà a disposizione una particolare funzione, la “modalità Explorer”, con cui si potrà navigare negli anfratti più antichi del web.

Un ultimo omaggio, insomma, alla sua gloria passata. Perché nonostante l’attuale stato di rovina, Internet Explorer è stato uno dei principali dominatori della rete.

Uscito vincitore dalla prima cosiddetta “Guerra dei browser”, dove sconfigge Netscape (lo ricordate? Appunto) a suon di nuove versioni, raggiunge il nuovo millennio vantando un controllo del 90% del mercato. Al punto che gli sviluppatori creavano i siti basandosi sulle sue funzionalità.

Poi comincia il declino. La Microsoft nel tempo ignora i nuovi standard di rete, evita gli aggiornamenti, non segue più le indicazioni del World Wide Web Consortium. Il browser comincia a essere stonato, fa apparire le pagine web in modo diverso rispetto agli altri concorrenti (che dal 2004 in poi cominciano a crescere) e perde terreno.

L’arrivo di Mozilla è il primo ceffone: un programma leggero, in Open Source, che piace molto ai programmatori e comincia a diffondersi anche in altri ambienti.

Nel 2008 ci si mette anche Chrome, e la “Seconda Guerra dei Browser” ha inizio, con la conseguente perdita di quote di mercato da parte dell’ex gigante a vantaggio dei nuovi emergenti.

Ognuno di loro aveva come missione quella di superare il prodotto della Microsoft, con continui aggiornamenti per introdurre nuove funzioni e migliorare le prestazioni.

La differenza di passo era notevole: nel giro di dieci anni Chrome è stato aggiornato 70 volte. Internet Explorer, invece, solo quattro. Un abisso, che rispondeva a una logica aziendale e strategica del tutto diversa: rinnovare tutti i prodotti in vista di nuove release generali.

Gli effetti di questo disimpegno erano sotto gli occhi di tutti: problemi di funzionalità, soprattutto falle di sicurezza enormi, che hanno spinto aziende e interi Paesi (la Germania) a sconsigliarne l’utilizzo.

Per non parlare della lentezza, ormai diventata un marchio di fabbrica e oggetto di scherno, con tanto di meme, battute e un account Twitter dedicato, che posta notizie vecchie di mesi se non di anni.

Nel frattempo il mondo è andato avanti, la Microsoft stessa ha provato a lanciare un nuovo browser, Edge, dal 2015, ma ha incontrato gli stessi problemi che aveva con Internet Explorer (siti male visualizzati, scarsa compatibilità).

Con riluttanza, nel 2018 ha dovuto piegarsi allo strapotere di Chrome e adottare i protocolli di Chromium (la base di Chrome, appunto) per superare questi problemi. Di fatto, il mondo dei browser e della rete si sta restringendo alle opzioni presentate da Google.

Edge, però, non sfonda. Anzi: al momento (e siamo in una fase critica, di passaggio dal desktop allo smartphone), il 65% degli utenti usa Chrome, segue Safari (quello della Apple) con il 16%. Gli altri, cioè Firefox, Opera e Edge vengono dopo.

Quest’ultimo ha una quota intorno al 2%. Il programma “figlio” fatica a farsi strada, mentre l’anziano genitore, ormai in pensione, si accontenterà di qualche lavoretto fino al 2021. Prima o poi tutto deve finire, anche Internet Explorer. Anche se lo farà con la solita calma.

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