Dura lex sed lexMolte leggi europee non vengono applicate nei Paesi del sud-est Europa

Uno studio dello European data journalism network analizza la pratica di molti Stati dell'Unione che evitano di applicare alcuni regolamenti e direttive comunitarie

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La forza dell’Unione europea richiede coesione e cooperazione tra gli stati membri, che vengono consolidate da un quadro giuridico vincolante. Per capire lo stato di salute dell’UE, può quindi essere interessante guardare al grado di applicazione delle norme europee. Ogni anno la Commissione europea introduce nuovi regolamenti e direttive, che gli stati membri sono chiamati a osservare: se non lo fanno, la qualità di vita dei cittadini ne può risentire – e le istituzioni dell’UE possono aprire delle procedure di infrazione, che talvolta risultano in pesanti sanzioni.

Dall’inizio del 2020, la Commissione europea ha aperto quasi 400 nuove procedure di infrazione contro gli stati membri, causando un aumento del 10% del numero di casi pendenti rispetto al settembre 2019. Anche i paesi del sud-est Europa sono stati colpiti dalle iniziative della Commissione, e assieme raccolgono un buon numero dei nuovi casi. Cipro (37 casi), Grecia (26), Romania (31), Bulgaria (27) e Croazia (14) sono investite da 141 delle 371 procedure di infrazione aperte nel 2020. Nonostante i nuovi procedimenti a suo carico, la Croazia è l’unico paese della regione dove il numero di casi pendenti è diminuito significativamente rispetto all’anno scorso.

Con l’eccezione della Romania, per cui le procedure di infrazione riguardano soprattutto questioni legate al mercato unico, la maggior parte dei nuovi procedimenti a carico di Cipro, Grecia, Bulgaria e Croazia riguardano l’ambiente. Ad esempio, la Commissione europea preme affinché Grecia e Croazia adattino la loro legislazione a quanto previsto dalla direttiva europea sulla valutazione d’impatto ambientale  . Queste norme prevedono che l’impatto ambientale di vari progetti pubblici e privati venga preso in considerazione prima di rilasciare le relative autorizzazioni.

Anche se il numero assoluto di procedure di infrazioni pendenti cresce anno dopo anno, in realtà la Commissione europea sta aprendo ogni anno un numero minore di nuovi procedimenti contro gli stati membri della regione, tranne che per la Romania.

L’Unione europea sta insomma trovando meno ragioni di scontro con questi paesi, ma allo stesso tempo rimane complicato risolvere i casi attualmente pendenti. Ad esempio, il 2 luglio 2020 la Commissione europea ha deciso di portare la Romania alla Corte di giustizia dell’UE, chiedendo di sanzionarla per la mancata trasposizione della direttiva  europea sui marchi d’impresa  nella legislazione nazionale. Questa legge europea costituisce un provvedimento importante per modernizzare e armonizzare le norme sui marchi; la Romania è l’unico stato membro che non l’ha ancora applicata.

Se la Romania è forse il paese più problematico tra quelli della regione, dal punto di vista dei contenziosi con l’Unione europea la Grecia al contrario ha nettamente migliorato la sua situazione, benché sia stata il paese che ha subito il maggior numero di procedimenti negli ultimi cinque anni.

In molti casi le procedure d’infrazione non giungono alla Corte di giustizia e non sfociano in sanzioni, ma vengono risolte prima. Tuttavia, negli ultimi quattro anni sono aumentati i casi in cui gli stati non riescono a trovare una soluzione con la Commissione europea: la percentuale di risoluzione dei procedimenti di infrazione è calata dal 79% al 58% in Romania, e anche in Bulgaria è diminuita del 25%.

Dall’altra parte, la percentuale di risoluzione dei casi aperti è aumentata del 31% in Croazia. Questi numeri dipendono dalla diversa capacità (o volontà) dei singoli governi di dialogare in modo costruttivo con le istituzioni dell’UE, e magari evitare l’apertura di nuove procedure di infrazione contro di loro.

Questo articolo è pubblicato in associazione con l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0 

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