Qualcosa di sinistraAlla disperata ricerca della linea di Zingaretti sul referendum

Il Partito democratico dovrebbe coerentemente invitare gli italiani a votare “No” al taglio dei parlamentari per non creare problemi alla qualità della democrazia italiana. Ma significherebbe mettersi in rotta di collisione con i Cinquestelle, con tanti saluti all’alleanza strategica

Sinistra, destra

Adesso Nicola Zingaretti dovrebbe dire qualcosa di sinistra, mettendosi di traverso al referendum grillino sul taglio del numero dei parlamentari del 20 settembre. O dovrebbe dire qualcosa anche non di sinistra (siamo sempre sulla immortale invocazione di Nanni Moretti a Massimo D’Alema), ma insomma un po’ meno flebile del finto ultimatum di ieri, quando ha detto che «le preoccupazioni espresse da molte personalità, in ultimo da Bartolomeo Sorge, sul pericolo di votare a favore del referendum sul taglio ai parlamentari senza una nuova legge elettorale, sono fondate e sono anche le nostre». Quindi si approvi la legge proporzionale entro il 20 settembre almeno in un ramo del Parlamento.

Una linea debole. Innanzitutto perché con questi chiari di luna non esiste garanzia al mondo che una legge venga poi approvata nell’altro ramo: lo ha fatto notare Giorgio Gori. E poi perché i renziani hanno detto e ridetto che il proporzionale non lo vogliono più e quindi adieu legge elettorale. Mettetela come vi pare, si è creato un labirinto dal quale il novello Icaro Zingaretti non sa come uscire.

E anzi la toppa rischia di essere peggiore del buco visto che, come si ventila al Nazareno, se le cose dovessero mettersi male, il Pd potrebbe non dare alcuna indicazione di voto, una non scelta che molto assomiglierebbe a scaraventare la palla in tribuna e che mal si attaglierebbe a un grande partito di governo.

Se poi la chiameranno “libertà di coscienza” sarà una presa in giro, perché ovviamente c’è libertà di scegliere rispetto a una indicazione precisa e dunque di votare non conformemente alla linea, ma questa è tutt’altra cosa rispetto alla linea del “fate un po’ come vi pare”.

La libertà di coscienza, quella vera, la chiedono gli esponenti dem per il “No” guidati da Giorgio Gori e Tommaso Nannicini. Come anticipato da Linkiestaanticipato da Linkiesta, hanno inviato una lettera a Zingaretti in cui si chiede «la possibilità di un confronto largo e diffuso a partire dalla Festa nazionale dell’Unità e in quelle territoriali e quella di diffondere in tutti i circoli la nostra posizione»: una richiesta che farebbe a botte con il proposito riferito dal Corriere della sera di mettere la sordina alla discussione interna.

Ma la domanda vera è questa: in assenza di novità, il Pd dovrebbe coerentemente invitare gli italiani a votare “No” per non creare problemi alla qualità della democrazia italiana.

La logica direbbe questo. Ma la realpolitik probabilmente no. Perché è chiaro che votare “No” significherebbe mettersi in rotta di collisione con il principale partner di governo, i Cinquestelle, con tanti saluti all’“alleanza strategica”, una posizione che ormai sembra più morta che viva. A meno che, come si sussurra negli ambienti di Italia viva, quella del segretario non sia tutta una sceneggiata per arrivare presto alle urne. Nella confusione totale è sempre più difficile interpretare gli abracadabra del Nazareno. O forse è solo la registrazione di una clamorosa impasse fra una linea che muore e un’altra che non si vede.

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