L’omotransfobia vicino casaPerché il rimpasto di governo in Polonia ci interessa molto (intanto hanno tagliato il numero dei ministri)

Alla Sanità va un economista col compito di rimettere a posto il sistema pubblico, ma per gli Esteri è stato scelto un super conservatore digiuno di competenze internazionali e noto militante anti Lgbt, cosa che sta già inasprendo il confronto con le istituzioni europee. Parla la Commissaria europea per l’Uguaglianza

mercedes-mehling, Unsplash

Il rimpasto di governo in Polonia è iniziato in anticipo rispetto all’annuncio di Jarosław Aleksander Kaczyński, leader del partito di maggioranza Prawo i Sprawiedliwość, che il 5 agosto aveva parlato di settembre o al massimo primi di ottobre come riferimento temporale. Termine massimo ad quem, comunque, in cui si concluderà sì il riassetto dell’esecutivo Morawiecki II con la riconferma del fedele primo ministro. Ma anche con la drastica riduzione degli attuali 22 ministeri a 12.

Aspetto, questo, che ha sollevato non pochi malumori tra le file di Porozumienie Jarosława Gowina e Solidarna Polska, alleati del PiS nella coalizione informale Zjednoczona Prawica (Destra Unita, ndr), che hanno al momento rispettivamente due dicasteri ciascuno: Jadwiga Emilewicz, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministra per lo Sviluppo economico, e Wojciech Murdzek, ministro della Scienza e dell’Istruzione superiore, per il primo, Michał Piotr Woś, ministro dell’Ambiente, e Zbigniew Ziobro, ministro della Giustizia, per il secondo.

Ma a tagliare corto ci ha pensato subito Kaczyński, per il quale la maggiore spina nel fianco è costituita dal leader di Porozumienie, Jarosław Gowin, che si è dimesso, l’8 aprile scorso, da vicepresidente del Consiglio e da ministro della Scienza e dell’Istruzione superiore dopo la bocciatura della sua proposta: evitare le elezioni presidenziali a causa dell’emergenza Covid e prorogare il mandato di Duda per altri due anni ma impedendogli di potersi ricandidare. 

«Con un simile numero di ministeri – così Kaczynski sempre il 5 agosto – la riduzione è l’esito di un semplice calcolo aritmetico», anche perché «gli alleati sono stati trattati generosamente». Insomma, volendo riadattare la celebre frase di Agostino, Varsavia locuta, causa finita, tanto più che il leader del PiS è di fatto, da vero dominus incontrastato, colui che fa il bello e il cattivo tempo in Polonia.

E, così nell’attesa della riduzione, si è pensato, già da subito, a coprire due caselle importanti dell’esecutivo, ossia gli Esteri e la Sanità, andati rispettivamente a Zbigniew Rau e Adam Niedzielski, che il 26 agosto hanno prestato giuramento davanti al presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda. Quella di Niedzielski, economista, esperto d’informatica aziendale e presidente, finora, del Fondo sanitario nazionale, è stata una scelta azzeccatissima, dal momento che dovrà sanare il bilancio del ministero dopo la disastrosa gestione di Łukasz Szumowski. Il quale, come noto, si è dimesso il 18 agosto (il giorno prima aveva fatto lo stesso il suo vice Janusz Cieszyński) a seguito dello scandalo di presunte irregolarità nelle spese dei fondi pubblici per l’acquisto di mascherine e respiratori durante la prima fase della pandemia da Covid-19.

Meno riuscita, anzi per nulla, quella di Rau, che subentra al moderato Jacek Czaputowicz, dimessosi il 20 agosto dopo previo accordo col premier Morawiecki. «È giunto il momento opportuno per un cambio al vertice della nostra diplomazia – così Czaputowicz in un’intervista, rilasciata a inizio mese, a Rzeczpospolita – C’è una generale approvazione della linea adottata finora. Dopo la vittoria di Duda alle presidenziali si apre un periodo di stabilità politica che favorirà l’ulteriore rafforzamento della Polonia nell’arena internazionale».

Rafforzamento da intendersi, sicuramente, nell’ottica sia di consolidamento dell’asse con gli Stati Uniti (ma è da vedere quel che succederà con le elezioni presidenziali del 3 novembre) in chiave sempre più marcatamente antiputiniana sia di ruolo di coordinamento tra i paesi del Gruppo di Visegrád. Non a caso, il 20 agosto, festa nazionale di santo Stefano d’Ungheria, Viktor Orbán, tuonando contro un’Europa occidentale che, rinunciando alle sue radici cristiane, «sperimenta un mondo senza Dio, famiglie arcobaleno e migrazioni», aveva invitato i Paesi dell’Europa orientale a stringersi intorno alla «Polonia, nostra nave ammiraglia». La quale, invece, continua a esercitarsi in un duro scontro con Bruxelles, dopo che la questione dei diritti delle persone Lgbt, a partire dalla campagna di Andrzej Duda per le presidenziali (riconfermato per un secondo mandato il 12 luglio), è tornata ad agitare gli animi e ad aprire, di fatto, una scia di violenze repressive. Quelle messe in atto il 7 agosto a Varsavia dalla polizia, che ha caricato e arrestato 48 persone scese in piazza per protestare contro la carcerazione preventiva di Margot Szutowicz (rilasciata dopo proteste internazionali il 28 agosto), sono sicuramente indicative di un tale clima.

La nomina di Zbigniew Rau, sotto questo punto di vista, non favorirà certamente l’auspicata distensione nei rapporti con l’area occidentale Ue. Anzi, è da prevedere esattamente il contrario. Visceralmente antirusso e con scarse competenze in politica estera, il successore di Czaputowicz è stato professore ordinario di diritto all’università di Łódź, senatore del PiS dal 25 settembre 2005 all’11 novembre 2007, governatore del voidovato di Łódź dall’8 dicembre 2015 all’11 novembre 2019 e deputato del PiS nella legislatura corrente con in carico di presidente della Commissione Affari Esteri del Sejm (Camera bassa del Parlamento).

Ultraconservatore, è stato uno dei più forti sostenitori di Andrzej Duda nella recente campagna elettorale per le presidenziali, caratterizzata, come più volte accennato, da una violenta propaganda anti-Lgbt. Rau è ben conosciuto per le sue posizioni omotransfobiche. Ha fatto molto scalpore, nel settembre 2019, un suo lungo post sponsorizzato dal titolo Stop ideologii Lgbt. Stop “cywilizacji śmierci” (Stop all’ideologia Lgbt. Stop alla civilizzazione della morte, ndr), in cui, fra l’altro, riteneva che il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbti, la legalizzazione della zoofilia, l’eutanasia per le persone più deboli e malate, i tentativi di legittimare la pedofilia e l’aborto fino al nono mese afferirebbero tutti allo stesso piano messo in atto in Europa occidentale dopo il Sessantotto. 

«Uno scienziato svedese ha anche sostenuto – così Rau – la necessità di considerare la legalizzazione del cannibalismo. Sì, con il pretesto della difesa del clima, si vuole ridurre una persona non solo a un giocattolo sessuale, ma a un normale pasto». Conclusione di queste farneticanti affermazioni il dovere di opporsi a partiti di sinistra, che «non cessano di ribellarsi contro un modello della famiglia tradizionale, sostenuta dal cristianesimo e avversata dalla cultura delle soluzioni “moderne” presente nei Paesi occidentali», le cui azioni «barbare conducono dritto alla “civiltà della morte” infernale, della quale già ci avvisava san Giovanni Paolo II».

Una delle questioni che Rau dovrà affrontare è quella relativa al rapporto con la commissaria europea per l’Uguaglianza, Helena Dalli, che, il 28 luglio, ha annunciato la bocciatura delle domande di gemellaggio avanzate da sei città polacche, che hanno adottato risoluzioni sui diritti della famiglia “tradizionale” o sull’autoproclamazione di Strefa wolna od Lgbt (zona libera da Lgbt, ndr). Il che, in parole povere, significa che tali comuni non potranno ricevere le previste sovvenzioni Ue fino a 25.000 euro. Nonostante le richieste di chiarimento da parte del premier polacco, che ha minacciato un eventuale ricorso alla Corte di giustizia europea, Dalli non ha dato alcuna risposta né ha reso noti i nomi dei sei Comuni, la cui richiesta è stata respinta. Dalle dichiarazioni, rilasciate il 18 agosto dal ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, si è appreso che una delle città penalizzate è Tuchów. Ma nulla di più.

A Linkiesta l’Ufficio della Commissaria europea per l’Uguaglianza ha chiarito nel merito: «Possiamo divulgare i nomi delle realtà selezionate, tra quelle candidate a un progetto finanziato dalla Ue, sono una volta terminato il processo di valutazione. Tuttavia, questo non è il caso dei sei comuni richiedenti, la cui richiesta di fondi Ue è stata respinta. Ma non ne renderemo noti i nomi: vige, infatti, un principio fondamentale di parità di trattamento che è al centro dei nostri iter valutativi. Ciò detto, a livello generale, è necessario sempre ricordare quanto scritto, a fine luglio, dalla presidente Ursula von der Leyen, ossia che il suo è un impegno a promuovere un’“Unione di uguaglianza”. I nostri trattati assicurano che ogni persona in Europa è libera di essere chi è, di vivere dove vuole, di amare chi vuole e puntare in alto quanto vuole. Cosa, questa, che ha ribadito anche la commissaria Helena Dalli».

Situazione, nel complesso, che non può non destare preoccupazione. Secondo Ilaria Todde, componente EL*C – Eurocentralasian Lesbian Community, «non bisogna inoltre dimenticare che le azioni polacche fanno da esempio e stanno già cominciando a diffondersi. L’effetto è quello di rinforzare il cosiddetto fronte anti-gender nei paesi della Ue e del Consiglio d’Europa. È una battaglia di valori combattuta sulla pelle di donne (si pensi all’avvio della procedura di dissociazione dalla Convenzione d’Istanbul) e minoranze, che le istituzioni europee non possono permettersi di perdere perché gli attacchi contro i diritti delle donne e l’odio verso le persone Lgbti+ non possono avere posto nell’Europa fondata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti fondamentali».

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