Distrazioni ideologicheLa Polonia è in recessione, ma il governo sovranista fa crociate anti Lgbti contro la Commissione europea

Varsavia minaccia di ricorrere alla Corte di giustizia dell’Unione per la decisione della commissaria all’uguaglianza, Helena Dalli, di non erogare finanziamenti alle città che hanno adottato risoluzioni sui diritti della famiglia “tradizionale”. Eppure l’esecutivo dovrebbe preoccuparsi dell’economia e della reputazione del Paese, ormai riconosciuto in Europa per le sue politiche reazionarie

Afp

Negli ultimi otto giorni la Polonia è stata scossa dalla recessione, in cui è entrata per la prima volta dalla caduta del regime sovietico, e dalle dimissioni sia del ministro della Sanità Łukasz Szumowski sia del suo vice Janusz Cieszyński, travolti entrambi dallo scandalo di presunte irregolarità nelle spese dei fondi pubblici per l’acquisto di mascherine e respiratori durante la prima fase della pandemia. Su Szumowski pesano inoltre i sospetti di aver far favorito e fatto approvare negli anni, prima come viceministro della Ricerca e poi come ministro della Sanità, progetti su nuovi farmaci, per un valore di 67 milioni di euro (in maggior parte finanziati con fondi europei), a favore di OncoArendi Therapeutics, la società biotecnologica gestita da suo fratello Marcin. Senza però che questa abbia mai introdotto un solo farmaco nel mercato.

Insomma, una tegola non da poco per il leader sovranista ed euroscettico del PiS, Jarosław Aleksander Kaczyński, i cui uomini di punta non hanno esitato ad attaccare in questi giorni ancora una volta Bruxelles nonostante i fiumi di denaro erogati. Motivo del contendere, ancora una volta, la questione dei diritti delle persone Lgbt che dalla campagna di Andrzej Duda per le presidenziali (riconfermato per un secondo mandato il 12 luglio) è tornata ad agitare gli animi e ad aprire, di fatto, una scia di violenze repressive.

L’attacco frontale è partito il 14 agosto con una nota del governo che ha minacciato un eventuale ricorso alla Corte di giustizia europea contro la decisione di non erogare finanziamenti alle città che hanno adottato risoluzioni sui diritti della famiglia “tradizionale” o sull’autoproclamazione di Strefa wolna od Lgbt (zona libere da Lgbt, ndr).

Il 28 luglio la Commissaria europea per l’Uguaglianza, Helena Dalli, aveva infatti twittato che per tali motivi erano state respinte le domande di gemellaggio avanzate da sei città polacche con la premessa che «i valori e i diritti fondamentali dell’Ue devono essere rispettati dagli Stati membri e dalle autorità statali». Secondo i termini del programma Europa per i cittadini i Comuni per gemellarsi a livello Ue possono chiedere sovvenzioni fino a 25.000 euro. Nonostante le richieste di chiarimento dall’ufficio di Dalli non è giunta finora alcuna risposta né sono stati resi noti i nomi dei sei Comuni, la cui richiesta è stata respinta.

Martedì il guardasigilli Zbigniew Ziobro ha dichiarato che tra le città penalizzate dalla decisione europea c’è Tuchów e ha annunciato che saranno erogate dal Fondo del ministero della Giustizia  alla locale amministrazione 250.000 złoty (poco meno di 60.000 euro). «Stiamo sostenendo un Comune – così Ziobro in conferenza stampa – che ha un’agenda a favore della famiglia, promuove il sostegno per il buon funzionamento delle famiglie, combatte contro l’ideologia Lgbt e del gender, che viene imposta dalla Commissione europea. Stiamo cercando di scoprire quali sono gli altri Comuni cui fa riferimento il Commissario Dalli. Se ne individueremo alcuni, li contatteremo». 

Al di là di questo braccio di ferro su una questione, che per i partiti d’opposizione e attivisti/e starebbe rendendo la Polonia lo zimbello d’Europa, a far amaramente sorridere è la negazione costante da parte del governo di «politiche o regolamenti – così la citata nota del 14 agosto – che limitano i diritti civili delle persone con un diverso orientamento sessuale» nel Paese.

La carcerazione preventiva di due mesi di Margot Szustowicz, attivista non binaria che usa i pronomi femminili, e le contestuali proteste, il 7 agosto scorso, in quello che è stato il venerdì nero di Varsavia  continuano infatti a essere al centro di polemiche dentro e fuori la Polonia su quella che è considerata una vera e propria persecuzione delle persone Lgbt.

Alle numerose lettere di richiesta per la liberazione di Margot, sottoscritte da intellettuali e rappresentanti internazionali del mondo dello spettacolo, del cinema, dell’arte (di cui l’ultima, lunedì scorso, è stata firmata, fra gli altri, da Pedro Almodóvar, Isabelle Huppert, James Norton, John Stellan Skarsgård, Margaret Atwood), è da aggiungersi quella indirizzata ieri al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro degli Esteri Luigi Di Maio e al ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola da 20 associazioni italiane. 

Ricordando che l’«Intergruppo Lgbti del Parlamento Europeo, il Commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, il Commissario Ue per l’uguaglianza e l’Unità Sogi del Consiglio d’Europa hanno già chiesto la scarcerazione immediata di Margot», le realtà firmatarie, tra cui Arcigay, Circolo Mario Mieli, Da’ voce al rispetto, Famiglie Arcobaleno, Snoq – Torino, hanno fatto appello «affinché il governo italiano intraprenda i passi diplomatici necessari» non solo a tal fine ma anche «per inviare un segnale forte al governo polacco» e per ribadire «che il nostro Paese condanna le detenzioni arbitrarie e la brutalità della polizia e sollecitare le autorità polacche a rispettare i diritti umani delle persone Lgbt».

Che invece, ancora una volta, sono state vittime, sempre a Varsavia, di insulti e istigazione all’odio nel corso della manifestazione Stop agresji Lgbt (Stop all’aggressione Lgbt, ndr), che ha avuto luogo il 16 agosto. Organizzata dai  gruppi di nazionalisti di estrema destra Młodzież Wszechpolska, Ruch Narodowy, Marsz Niepodległości e Roty Marszu Niepodległości davanti al cancello dell’Università, la breve parata e il seguente presidio sono stati accompagnati da slogan del tipo «Stop alla degenerazione» oppure «La Polonia non sostiene le deviazioni» e cori da stadio: «Chi non salta, un deviato è».

Il deputato Krzysztof Bosak, già vicepresidente di Ruch Narodowy (Movimento nazionale, ndr) e attuale vicepresidente di Konfederacja Wolność i Niepodległość, coalizione formata da RN e KORWiN – che alle elezioni parlamentari del 13 ottobre 2019 ha ottenuto 11 seggi al Sejm  –, ha parlato di «ideologia tossica, pericolosa, rivoluzionaria e radicale». Kaja Godek, attivista anti-abortista e vicina a Konfederacja Wolność i Niepodległość, ha invece annunciato una proposta di legge popolare per vietare i Pride e fermare così «l’omopropaganda». 

In un crescendo di concitazione parossistica gli ultranazionalisti hanno bruciato una bandiera arcobaleno, calpestandone e stracciandone altre. Vi erano ovunque strisconi col simbolo di Obóz Narodowo-Radykalny, ossia il movimento dei falangisti nazional-radicali rifondato nel 1993, e persone in t-shirt nera o con il logo di Manif pour tous. 

Poco distante, davanti all’Accademia delle Belle Arti, la contromanifestazione di otto organizzazioni, tra cui Koalicja Antyfaszystowska, Warszawski Autonomiczny Licealny Komitet Antyfaszystowski e Stop Bzudrom, che avevano precedentemente disegnato un arcobaleno tra l’Accademia e il cancello dell’Università. Dal presidio degli ultranazionalisti è poi partita la domanda offensiva: «Come sta Margot? Come sta?». Chiaro riferimento alla carcerazione dell’attivista di Stop Bzudrom. Non sono mancati momenti di tensione. Manifestanti Lgbti e antifascisti hanno fermato uno dei furgoncini con scritte omofobe dell’associazione Pro Prawo do Życia. La polizia ha sollevato di peso due attiviste (a una delle quali è stata strappata una ciocca di capelli), che sono state sottoposte a fermo momentaneo e poi rilasciate.

A Linkiesta l’attivista varsaviana Barbara Trojanowska ha dichiarato: «Mi dispiace che devo parlare del mio Paese su un giornale estero in maniera non del tutto positiva. Mi fa male che la Polonia è diventata nota in tutta l’Europa per la sua omofobia (siamo sull’ultimo posto nel ranking d’Ilga-Europe concernente leggi a tutela delle persone Lgbt). Però è così e bisogna parlarne. Anche degli avvenimenti di domenica, perché è inammissibile che nel centro di una capitale europea si organizzi una manifestazione omofoba e fascista, illegale, eppure protetta dalla polizia. Tuttavia gli avvenimenti del genere mobilitano anche noi. Si moltiplicano le azioni contro l’omofobia, ne parlano tutte le media, persone famose fanno coming-out e anche noi meno importanti, come io e i miei amici, troviamo il coraggio e parliamo con quelli “non convinti”: facciamo il nostro coming-out ogni giorno per mostrare alla nostra società che ci siamo, c’eravamo e ci saremo perché la Polonia è anche il nostro Paese e nessun tipo d’aggressione potrà cambiarlo».

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