Contro le intimidazioniIl problema europeo delle querele temerarie

I giornalisti che raccontano il potere in tutte le sue forme, da quello locale a quello internazionale, sono spesso vittime di cause per diffamazione con richieste di risarcimento esorbitanti basate sul nulla. Chi le deposita non rischia niente, mentre i reporter perdono energie e soldi per provare a difendersi

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La giornalista Raffaella Cosentino non si aspettava di essere citata in giudizio per aver scritto sulla presunta corruzione mafiosa e sul maltrattamento dei richiedenti asilo del centro di Isola Capo Rizzuto. «Sono rimasta davvero sorpresa», mi ha spiegato Cosentino. «Mi aspettavo che mi sparassero, non che mi citassero in giudizio».

Cosentino è stata vittima di una querela temeraria (note in inglese come SLAPP – Strategic Lawsuit against Public Participation) un tipo di azione legale non intrapresa per avere successo ma per indurre paura, silenzio e inazione. Le querele temerarie sono tipicamente utilizzate da entità potenti nel tentativo di impedire a individui o organizzazioni di esprimere opinioni critiche su questioni di interesse pubblico. Possono assumere la forma di azioni civili o penali, di solito per diffamazione. Mettono in pericolo non solo il giornalismo indipendente ma anche il mondo accademico, l’attivismo e altre forme di impegno civico. 

Cosentino è stato citata in giudizio da un politico legato al centro d’accoglienza, che aveva sperato di scoraggiarla dal continuare le sue indagini. Nell’aprile del 2016 è stato avviato nei suoi confronti un procedimento per diffamazione aggravata – un reato. «È più ingegnoso – dice Cosentino riflettendo sulla denuncia – perché se metti dei proiettili in una lettera e la mandi a qualcuno, fai molto rumore».

Lo scopo di una querela temeraria è quello di esaurire il tempo, il denaro, e l’energia della vittima. In genere ha poco o nessun merito legale: nel maggio 2017 il politico è stato arrestato, e nel giugno 2020 è stato condannato a 5 anni e 8 mesi per quello che aveva scritto Cosentino (non come risultato del suo articolo, perché l’inchiesta era già in corso). Ciò nonostante, ci volle più di un anno e mezzo perché a Cosentino venisse finalmente detto che non sarebbe stata processata. «Queste persone che denunciano i giornalisti solo per minacciarli sanno che quando si è intrappolati nel sistema giudiziario italiano i procedimenti possono durare anni», spiega Cosentino.

Ormai il fenomeno, documentato per la prima volta negli Stati Uniti negli anni ’80, è stato osservato in tutta l’Unione europea. La giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è tra le vittime più note delle querele temerarie: erano 47 le cause pendenti contro di lei quando è stata assassinata nell’ottobre 2017. Finora quest’anno sono state presentate sei segnalazioni sulla Piattaforma del Consiglio d’Europa sulla protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti in relazione a minacce legali vessatorie e azioni contro giornalisti in Bulgaria, Belgio, Francia, Polonia, Romania e Malta.

Le querele temerarie minacciano non solo la libertà dei media e la libertà di espressione, ma anche l’accesso all’informazione, lo stato di diritto e la democrazia, che si basa su “cani da guardia” liberi di esprimersi e di chiedere conto delle proprie azioni a chi detiene il potere. Tuttavia non stupisce che, se questo comporta sistematicamente una causa costosa che richiede tempo, energie e denaro per poter essere affrontata, alcuni scelgano di rimanere silenziosi.

Il Parlamento europeo e la Commissione hanno preso atto del problema. Le querele temerarie sono tra le misure da considerare come parte del prossimo Piano d’azione europea per la democrazia, considerato una priorità dalla Commissione Von der Leyen. Il Commissario per i valori e la trasparenza, Vera Jourová, ha ripetutamente indicato di essere a favore di un’azione contro le querele temerarie. A giugno ha risposto agli eurodeputati, che le avevano scritto per chiedere una direttiva anti-SLAPP, promettendo che avrebbe esaminato «tutte le opzioni possibili per affrontare la questione».

Come delineato in un documento programmatico pubblicato da 119 organizzazioni della società civile, tra cui Index on Censorship, è necessaria una direttiva “anti-SLAPP” per stabilire uno standard minimo di protezione contro le liti temerarie a livello dell’Unione. La direttiva non impedirebbe agli individui di perseguire il loro legittimo diritto di chiedere riparazione per le violazioni alla loro reputazione o alla loro privacy, che sono protette dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani.

Una direttiva del genere proteggerebbe invece coloro che usano le loro voci da procedimenti provocati in malafede. Legislazione simile è già in vigore in altre giurisdizioni, tra cui le Filippine, l’Australia, e più di 30 stati e territori negli Stati Uniti e in Canada.

Parlando a una tavola rotonda virtuale organizzata da Index on Censorship il mese scorso, l’avvocato californiano Thomas R Burke ha descritto la legge “anti-SLAPP” della California come «uno sviluppo straordinario».

Index on Censorship ha finora intervistato 121 giornalisti, avvocati ed esperti dei media nell’Unione europea, nel Regno Unito e in Norvegia, nell’ambito della nostra ricerca in corso sulle querele temerarie. Anche se è difficile dire con precisione quante querele sono state presentate, non c’è dubbio che l’Italia sia tra i paesi più colpiti in Europa. Le leggi draconiane sulla diffamazione, le lunghe procedure giudiziarie, e la mancanza di sostegno al giornalismo indipendente sono tra le ragioni per cui le liti temerarie hanno prosperato in Italia.

«È un problema molto diffuso, soprattutto nel sud Italia», racconta l’avvocato esperto di diritto dei media Andrea di Pietro a Index. Ha contribuito a difendere diversi giornalisti – tra cui Raffaella Cosentino – dalle querele temerarie.

A giugno, ha accolto con favore la decisione della Corte costituzionale di deferire al Parlamento italiano una decisione sull’abolizione delle pene detentive per diffamazione penale nei confronti dei media. «Sulla carta, si prevede una pena che può arrivare anche fino a 6 anni di reclusione. Questa non è una pena in linea con un paese democratico come l’Italia. È una pena da paesi autoritari, quindi non è più ammissibile», ha detto. 

Secondo Greenpeace, nel 2017 sono state 9.479 denunce per diffamazione in Italia, tra loro molte querele temerarie. Ma non è meno probabile che i giornalisti siano minacciati dalle liti temerarie nei Paesi che hanno depenalizzato la diffamazione, tra cui Regno Unito, Malta, Cipro, Romania e Irlanda.

Paradossalmente le azioni civili possono essere un’arma ancora più spaventosa se vengono usate in modo vessatorio. Ciò è dovuto alla mancanza di un controllo giudiziario preliminare, che rende i procedimenti più complessi e lunghi. Le azioni civili possono essere intentate fino a cinque anni dopo la presunta violazione, e non c’è un limite massimo all’eventuale risarcimento.

«Pagare l’avvocato è un grande problema per i freelance. E anche quando hai un’azienda che ti sostiene, non significa che ti sostiene fino alla fine», ha detto Cosentino, che lavorava da freelance quando è stata citata in giudizio nel 2016. Ha avuto la fortuna di ottenere un finanziamento dall’Ong Media Defence, che le ha permesso di ottenere l’assistenza legale di Di Pietro.

«Immagina quanto coraggio deve avere un giornalista a scrivere un’inchiesta, per un articolo che magari gli viene pagato 40 euro quando va bene, e con il rischio che quell’articolo gli possa causare una causa», spiega di Pietro, riferendosi anche al rischio che i freelance si assumono. «Una causa del genere fa venire voglia di cambiare argomento, sicuramente, quindi si genera una forma di autocensura determinata da una querela milionaria».

Neanche i giornalisti che lavorano per i grandi giornali sono immuni dalla paura e dall’intimidazione causate dalle querele temerarie. «Le richieste partono da 30 milioni [di euro]», ha raccontato giornalista Federica Angeli, giornalista di Repubblica, in un’intervista con Index. «Se tu apri una lettera con una cifra del genere ti prende un colpo». Nella sua carriera Angeli è stata vittima di 126 querele temerarie. Finora ne ha vinte 110, mentre le altre 16 sono in corso. «Ci sono stati dei periodi in cui si sono accumulate tante cause che avevo in corso, e quindi quando scrivevo ero terrorizzata», ha detto.

Nel 2018, il presidente dell’Ordine dei giornalisti (Odg) Carlo Verna, ha definito le querele temerarie una «emergenza democratica. Le iniziative giudiziarie temerarie imbavagliano la libertà di stampa, costituiscono oggettiva compressione del diritto di informare e soprattutto di essere informati».

Ma gli sforzi per proteggere i giornalisti sono stati pochi. Perché? La percezione che gli italiani hanno dei media è probabilmente una delle ragioni principali: secondo uno studio del 2019 condotto dal Reuters Institute for the Study of Journalism, soltanto il 33% degli italiani pensa che i media si occupano di controllare le azioni dei più potenti, il secondo dato più basso d’Europa.

«Il giornalista in Italia è visto come un fastidio, come qualcuno che ficca il naso nelle vicende. Non è visto come una risorsa per la democrazia del paese, non è visto come uno strumento nelle mani dei cittadini», dice Di Pietro. «Questo è molto sbagliato».

Questa mancanza di sostegno amplifica l’impatto negativo di una querela. “I giornalisti vivono un forte isolamento economico, anche dal punto di vista sindacale – dei diritti – quindi indebolire un giornalista attraverso una causa, in Italia, è ancora possibile» ha spiegato di Pietro. «Se il giornalismo fosse forte nel nostro paese, non ci sarebbero le querele temerarie». 

Uno sforzo recente per affrontare le liti temerarie è stato il ddl presentato dal senatore Primo di Nicola (M5S) che è un ex giornalista, e discusso in Senato alla fine dello scorso anno. Attualmente chiunque sporga una querela temeraria non rischia nulla, mentre la vittima rischia di perdere tutto. Questo ddl affronterebbe lo squilibrio introducendo sanzioni non inferiori a un quarto dei danni richiesti nel caso in cui una causa si rivelasse vessatoria.

Ma, come riportato nella rivista Index on Censorship, c’era un certo scetticismo circa la possibilità che un tale ddl potesse mai essere approvato, soprattutto perché i politici sono tra i soggetti che più ricorrono, in Italia, a querele temerarie. «Non credo più nelle riforme», ha raccontato Federica Angeli. «Se i politici sono i principali responsabili, perché si impegnerebbero in qualcosa che potrebbe ritorcersi contro di loro?».

La legislazione a livello nazionale è importante, ma non sarà sufficiente per eliminare le querele temerarie. Come sottolineato nelle raccomandazioni di un rapporto pubblicato a luglio dalla commissione LIBE del Parlamento europeo, il crescente problema delle liti temerarie richiede un’azione legislativa urgente anche a livello europeo.

Dei provvedimenti a livello europeo sono necessari perché le querele temerarie sono una questione transfrontaliera: le parti in causa possono spesso scegliere quali giurisdizioni hanno più probabilità di servire i loro interessi. Dopo che il pubblico ministero lussemburghese ha respinto la causa penale contro l’EUObserver all’inizio di quest’anno, il ricorrente ha espresso l’intenzione di presentare una denuncia penale in Belgio. Pertanto, anche se la legislazione viene rivista (in meglio) in Italia, i giornalisti italiani potrebbero essere comunque a rischio di querele temerarie in altri paesi.

La presentazione di cause legali in giurisdizioni sconosciute massimizza la quantità di tempo e di denaro che può essere sottratta alla parte lesa. Se un giornalista non cede alle pressioni per fermare le sue indagini o rimuovere il suo articolo, rischia di essere costretto a navigare in sistemi legali sconosciuti, trovare un avvocato locale, pagare le spese di viaggio, le spese di traduzione e altre spese – per periodi di tempo difficili da prevedere.

Nel 2018, il blogger maltese Manuel Delia ha ritrattato una storia che aveva pubblicato sul suo blog (Truth be told) su un’operazione di riciclaggio di denaro sporco da parte della banca maltese Satabank, dopo essere stato minacciato di una causa nel Regno Unito.

Sebbene la Satabank sia stata nel frattempo multata di 3 milioni di euro per violazioni sistematiche della legge antiriciclaggio, il suo proprietario ha comunque intentato una causa per diffamazione contro Delia per un successivo articolo pubblicato su Truth be told: Satabank: How I let them bully me into silence (Satabank: Come ho lasciato che mi costringessero al silenzio). La causa, che è stata intentata in Bulgaria, chiede 2.500 euro di risarcimento danni e chiede la rimozione dell’articolo.

Anche la testata investigativa danese Danwatch ha ricevuto minacce transfrontaliere. «Non è una questione nazionale, ma è qualcosa di cui siamo sempre più consapevoli», dice il suo direttore esecutivo, Jesper Nymark. «Possiamo pubblicare qualcosa in danese senza alcun rischio legale, ma se pubblichiamo lo stesso in inglese, per esempio, abbiamo già sperimentato minacce legali da parte di aziende britanniche e irlandesi».

L’armonizzazione del diritto europeo in materia delle querele temerarie è essenziale per consentire ai giornalisti di prevedere dove dovranno difendere le loro storie. Ci si dovrebbe aspettare che le difendano solo nel loro paese di residenza, a meno che entrambe le parti non abbiano concordato diversamente.

«Speriamo davvero che possiate far capire ai politici e alle parti interessate l’importanza di questa questione», dice Nymark. «Penso che per i giornalisti indipendenti e anche per le piccole squadre investigative questo sarà un problema sempre più presente».

Jessica Ní Mhainín è Senior Policy Research and Advocacy Officer presso Index on Censorship, un’organizzazione che difende la libertà di espressione in tutto il mondo

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