L’epoca dell’indignazionePer fortuna sono cresciuta senza social, almeno ho sviluppato il senso del ridicolo

Quand’ero ventenne vivevo nelle caverne rispetto a un ventenne di oggi, ma almeno non mi ritrovo a puntesclamativare contro gli adattatori una serie tv, come i giovani che oggi vedono “La tata”

OZAN KOSE / AFP

Era il 1995, cioè un secolo fa. Nel pomeriggio televisivo (era un secolo fa: la tv aveva orari) arrivò una sit-com irresistibile. Un produttore di musical si metteva in casa una tata di Frosinone, coi capelli gonfi proprio come certe tizie di Roma nord. Il maggiordomo era ironico come t’aspetti da un maggiordomo inglese, la socia del produttore era acidamente zitella come oggi non potresti mai tratteggiare una donna.

Nella primavera del ‘95 avevo ventidue anni e mezzo e vivevo nelle caverne, rispetto a un ventenne di oggi. Non c’era Google a dirmi ogni retroscena d’una serie tv. I dettagli che non vedevi sullo schermo li venivi a sapere quando (meglio: se) di quella serie s’occupava qualche giornale, e quando (se) ne leggevi sul giornale ti fidavi di quel che c’era scritto (ve l’ho detto: era un secolo fa).

Ricordo bene l’articolo che scostò la tenda di Oz. “La tata” andava in onda già da un po’ e io mi sentii scemissima. Zia Assunta, spiegava il giornale, non era mica sua zia. Nell’originale si chiamava Sylvia, era sua madre, ed erano ebree di Queens, periferia di New York, mica ciociare di Frosinone, periferia del Lazio.

La decisione, spiegavano gli adattatori, era stata presa perché il pubblico italiano non avrebbe ritenuto possibile che Francesca Cacace (il personaggio della tata, che nell’originale si chiama Fran Fine) avesse un rapporto così disinvolto con la madre (passano il tempo a insultarsi: era l’Italia prima dei reality, eravamo innocenti, credevamo a quei proverbi sui panni sporchi da non esporre in pubblico).

Adesso capisco, sospirò la me poco più che ventenne, rendendosi tardivamente conto non tanto del senso delle cerimonie ebraiche spacciate per usanze ciociare, quanto d’una scena d’un compleanno in cui, in casa del produttore, c’erano i festoni «Buon compleanno mamma», e nei dialoghi la zia Assunta era lì a festeggiare il compleanno della sorella rimasta a Frosinone (com’era disposto a complicarsi la vita, il doppiaggio, quando lo si faceva prendendosi il disturbo d’avere delle idee).

C’è una ragione per cui ogni mattina mi sveglio e ringrazio ogni dio inesistente di avermi fatta crescere senza social, di non aver fatto arrivare i social nella mia vita se non quando ero grande e avevo sviluppato quella malattia senile che è il senso del ridicolo.

Se avessi avuto i social nella seconda metà degli anni Novanta, avrei notificato al mondo la mia scoperta, giacché probabilmente anch’io, a venticinque anni, pensavo le cose avessero diritto di stare nel mondo e dignità d’essere raccontate solo quando m’accorgevo io della loro esistenza. Mi ci vedo, a puntesclamativare «la zia Assunta non era sua zia, ci hanno truffati».

Più o meno è quel che sta succedendo adesso, che “La tata” è su Prime. Lo guardi, e ti chiedi cosa ne capiranno mai i giovani d’oggi, quelli della generazione di Genny Savastano (che il padre nella prima stagione di Gomorra efficacemente sintetizzava in «nun sape mai nu cazz’»).

Il ragazzino viene sorpreso a fumare e dice «non ho aspirato»: figurati se capiscono il riferimento a Clinton. Un ospite si rivolge in francese alla tata, e lei risponde «Frère Jacques, dormez vous»: figurati se sanno che è Fra’ Martino campanaro.

E infatti apri Twitter, e ci trovi trentenni che fanno i trentenni: non capiscono, ma s’indignano. «Un trattamento berlusconico classico», «Ciociar-washing», «Esempio di antisemitismo», «Cancellazione culturale dell’ebraismo già in atto dalla Shoah», e altri commenti che la prendono così drammaticamente che i commentatori sembrano ciociari.

Un tizio accusa l’adattamento di averlo privato dei riferimenti culturali ebraici che avrebbe potuto farsi in giovane età. Ma in quegli anni c’era ogni anno un nuovo Woody Allen al cinema, per dirne uno che ha fatto scoprire l’ebraismo a tutti i consumatori di cultura popolare del tardo Novecento (tranne a quelli che vogliono darsi un tono e quindi dicono che già alle elementari leggevano Philip Roth).

E in ogni film di Woody Allen ci sono cento volte i riferimenti ebraici che si trovano in una stagione della Tata (che però in effetti a un certo punto andava in un kibbutz, purtroppo su Prime non c’è il doppiaggio italiano e non riesco a ricordare per cosa ce lo spacciassero).

Le femmine, poi, erano così avvantaggiate che avrebbero potuto vederlo in lingua originale già allora: quando la tata parlava d’una shiksa e il produttore britannico e zero addentro alla cultura ebraica le chiedeva cosa significasse quella parola, noi ci sentivamo grandemente superiori.

Non avevamo Twitter per dirlo al mondo, ma avevamo letto Erica Jong. L’avevamo rubato dalla biblioteca dei grandi solo per le scene zozze, ma già che c’eravamo avevamo imparato tre o quattro cose sulla psicanalisi, tra cui il complesso di superiorità delle ragazze ebree nei confronti d’ogni shiksa.

Diceva a un certo punto tata Francesca che la sua gente aveva inventato il senso di colpa, «ma abbiamo compensato col vaccino per la polio e Barbra Streisand». Hanno inventato e ci hanno fatto scoprire – quand’eravamo piccole e andavamo al cinema e leggevamo libri, invece di twittare – anche l’ironia, quel malanno che non sembra affliggere chi è pronto a indignarsi anche per l’adattamento d’una serie comica.

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