Tirocinio, ItaliaL’assurdo 2020 degli stagisti tra rinvii, smartworking e interruzioni anticipate

Iniziare un percorso di formazione professionale lavorando solo a distanza non sempre è possibile, soprattutto per quei lavori che hanno necessariamente bisogno della presenza in ufficio o sul campo. È cambiato tutto anche per gli studi professionali e le aziende, che hanno avuto maggiori difficoltà ad accogliere persone da formare

PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP

«Ho iniziato il mio stage in Lussemburgo a marzo, ma dopo due settimane c’è stato il lockdown e ho lavorato quasi sempre da casa, quindi è stata un’esperienza completamente diversa dai presupposti iniziali». Sono le parole di una ragazza italiana, che preferisce rimanere anonima, riguardo il suo stage al Parlamento europeo. Lavora nel settore “Audio&podcast”, un’unità di recente formazione che dalla sede in Lussemburgo produce contenuti nelle 24 lingue dell’Unione per raccontare le attività dell’Europarlamento, spiegandole ai cittadini europei nel modo più semplice possibile.

«Ho ripreso ad andare in ufficio a giugno – dice – ma solo una volta a settimana. È stata un’esperienza atipica perché lavorare da casa non è formativo come lavorare sul posto. Hanno avuto difficoltà anche le persone che dovevano supervisionare il mio lavoro, che si sono trovate in una situazione inedita. Poi chi fa uno stage nelle istituzioni europee lo fa soprattutto per la parte di networking, di socializzazione, che è importante tanto quanto il lavoro effettivo, forse anche più importante. L’obiettivo è creare una fitta rete di contatti, che lavorando a distanza non c’è».

Questo racconto di stage alternativo, vissuto in condizioni del tutto impreviste a causa dell’emergenza, non è un caso isolato. Anzi, in alcuni settori fare il tirocinio formativo in presenza è fondamentale. Lo spiega a Linkiesta Valeria, studentessa della Sapienza, al primo anno di magistrale in Archeologia, che in questi mesi estivi avrebbe dovuto fare un tirocinio curricolare, viaggiando in Iran con un docente per vedere in prima persona gli scavi che ha studiato sui libri. Solo che il suo stage al momento è sospeso, rimandato a data da destinarsi, come quello di migliaia di altri studenti.

«Nel nostro caso – dice Valeria – la formazione si fa in due momenti: prima c’è lo studio nozionistico; poi si passa in laboratorio e sul campo, fondamentale perché il completamento della formazione avviene capendo il contesto, che si può fare solo visitando gli scavi. Lo smartworking si può fare, con lo studio dei materiali e la loro catalogazione, ma è incompleto per la nostra professione».

Per gli studenti in cerca di uno stage formativo quest’anno è stato un caso eccezionale, ma non ci sono solo aspetti negativi. Iniziare una internship a distanza può essere un modo per far accedere allo stage tutte quelle persone che, per varie ragioni, non avrebbero potuto: magari per questioni di budget messo a disposizione dal datore di lavoro: un costo che lo smartworking può tagliare. E non solo, in alcune professioni le mansioni si possono svolgere con efficacia anche da casa.

Come dice Mirko, studente al quinto anno di Giurisprudenza all’Università di Torino, «avrei dovuto iniziare a giugno uno stage di quattro mesi in una Law Firm internazionale. Ho fatto i primi tre mesi in lavorando da casa con il pc che mi hanno fornito loro. E a settembre dovrei andare allo studio. Ho lavorato con persone che non conosco di persona, interfacciandomi solo via mail o con la chat interna dello studio. Ma non ho avuto difficoltà. Anzi l’esperienza formativa è stata positiva, penso di essere cresciuto e non ho perso molto, a parte la componente di networking, alla quale però non avrei potuto accedere in nessun caso vista la situazione».

Per molte professioni è stato un punto interrogativo anche il tirocinio post laurea. «In un certo senso sono stato fortunato – dice a Linkiesta Alessio, laureato in Giurisprudenza a luglio 2018 – perché quando si è fermato tutto io avevo già fatto 17 mesi di praticantato e avevo già svolto le 20 ore di presenze obbligatorie in udienza per il terzo e ultimo semestre. Ma tanti miei colleghi che hanno iniziato dopo di me hanno avuto altre difficoltà perché non avevano abbastanza presenze, e penso sia una condizione anche di altre professioni, con molti neolaureati che non hanno potuto iniziare il loro tirocinio».

Non è stato facile anche per chi sta dall’altro lato, cioè studi professionali e aziende che non hanno potuto garantire i percorsi formativi ai tirocinanti, magari perché non rientravano nei parametri legali per avviare o mantenere gli stage.

«Nella maggior parte dei casi i tirocini sono stati sospesi perché non si potevano svolgere in smartworking: in particolare per avere l’attestazione del tirocinio effettuato è necessario fare almeno il 70 per cento di presenze in ufficio», dice a Linkiesta Nevia Crispino, direttore del personale di Ala (Advanced Logistics for Aerospace) – distributore e fornitore di logistica avanzata e servizi di supply chain per l’industria aerospaziale, con sede principale a Napoli e società operative in Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

«I nostri tirocinanti sono principalmente ingegneri gestionali e aerospaziali, poi laureati in economia o in lingue. In generale noi facciamo da anni tirocini formativi specifici perché in Italia poche aziende fanno il nostro lavoro. Quest’anno è stato diverso perché non potevamo garantire la presenza in ufficio, e non sarebbe formativo fare troppi mesi di lavoro da casa. Noi ora ripartiremo con nuovi tirocinanti a settembre, avvantaggiati dal fatto che i nostri uffici ci permettono di lavorare rispettando il distanziamento», spiega Nevia Crispino.

In un mercato del lavoro completamente stravolto dall’emergenza sanitaria ed economica, rispettare i parametri per avere accesso ai tirocini è diventato complicato per molte aziende: ad esempio nella maggior parte dei casi chi attiva la cassa integrazione per i suoi dipendenti non può assumere stagisti, con una legislazione che può variare da regione a regione.

In generale, sono cambiati i percorsi da fare per ottenere lo stage. Come dice a Linkiesta Eleonora Voltolina, fondatore e direttore responsabile della testata specializzata La Repubblica degli Stagisti, «si sono perse tante occasioni per ottenere uno stage, penso ai career day, dove si parla direttamente con le aziende».

I career day sono eventi aperti al pubblico, spesso affollati, e da marzo in poi sono stati tutti annullati. Quindi si battono strade alternative: «Si cerca online – dice Voltolina – con alcune aziende che stanno implementando le procedure di recruiting via internet perché non erano preparate. Ovviamente questo non vale solo per lo stage, anche per essere assunti. Erano cambiamenti già in atto che ora hanno subito un’accelerazione».

Una grande criticità, però, riguarda il binomio “stage e smartworking”. «Su questo tema – spiega Voltolina – la nostra posizione è cambiata. In linea di principio non sarebbe accettabile perché manca il contatto umano che è parte integrante della formazione. Però in poche settimane la situazione del mondo del lavoro è cambiata moltissimo. C’è stata una spinta incredibile verso lo smartworking anche da parte di aziende che non lo usavano o lo usavano poco. Adesso sono cambiate le priorità per i lavoratori e ci stiamo battendo affinché si creino programmi per seguire gli stagisti anche a distanza, magari prevedendo delle videocall per fare il punto della situazione almeno una volta al giorno».

In questa fase, infatti, l’obiettivo principale è garantire continuità professionale e di retribuzione, più che la presenza fisica in ufficio. «Quando ti trovi in una situazione di crisi sei costretto a ricalibrare le priorità e prendere una decisione», dice Voltolina.

Nelle ultime settimane la Repubblica degli Stagisti ha registrato numeri record di visite sul sito e di richieste d’aiuto da parte di stagisti e aziende, «segno che per molti era indispensabile fare il loro periodo di tirocinio formativo, e molte imprese sono interessate a una figura importante nel nostro mercato del lavoro».

Proprio il mercato del lavoro non sembra ancora vedere all’orizzonte una soluzione. C’è l’aspetto economico, che frena assunzioni, nuovi ingressi e nuove voci di spesa a bilancio, quindi c’è meno offerta di posti anche da parte delle aziende, che sono – come si suol dire – in hiring freeze, cioè hanno congelato le assunzioni, stagisti compresi. «Per qualcuno – dice Voltolina – significa aspettare tempi migliori, oppure, una scarsa fiducia: si resta in posizione guardinga prima di settembre che di solito è il mese in cui arrivano i grandi numeri sugli stage, perché se poi dovesse esserci un nuovo picco di contagi in autunno si troverebbero tutti in difficoltà».

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