Il mare del vicino è sempre più bluLa Turchia sfida l’Unione europea nel Mediterraneo

Ankara alza la voce per contestare la Zona economica esclusiva della piccola isola greca di Kastellorizo. Ma è solo un pretesto: nel Mare nostrum si gioca un’importante partita del settore energetico, con il progetto del gasdotto EastMed che impedirebbe a Erdogan di rendere il suo paese un hub regionale

DEFENCE MINISTERY PRESS SERVICE / TURKISH DEFENCE MINISTRY / AFP

Il Mediterraneo, soprattutto nella zona orientale, non è mai stato così caldo come nell’estate del 2020. A far alzare la temperatura nel Mare nostrum sono state le mire della Turchia e la partita ancora aperta tra Ankara da una parte e Cipro, Grecia, Israele e Unione europea dall’altra. Al centro della contesa vi è la non semplice definizione delle cosiddette Zone economiche esclusive di Cipro, Turchia e Libia e il conseguente sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio presenti nel Mar Mediterraneo.

Il nodo di Kastellorizo

Per poter comprendere la diatriba tra Cipro, Grecia e Turchia è prima di tutto necessario capire cosa si intende per Zona economica esclusiva (Zee), istituita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e a cui la Turchia non ha mai aderito.

Si tratta della porzione di mare adiacente alle acque territoriali di uno Stato costiero che può estendersi fino a 200 miglia marittime e su cui il suddetto Paese vanta diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse. La definizione nella pratica delle Zone economiche esclusive dei singoli Stati costieri però ha in alcuni casi causato delle divergenze, soprattutto a seguito della scoperta di giacimenti di gas o petrolio.

È questo il caso dell’isola di Kastellorizo, una porzione di terra emersa di 10 chilometri quadrati e scarsamente abitata che ricade sotto la giurisdizione greca di Rodi, da cui dista 80 miglia, ma che è situata a solo un miglio dalla costa turca con effetti negativi sulla definizione della Zee anatolica.

A questo proposito, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha di recente definito «assurdo» che la giurisdizione marittima di Kastellorizzo si estenda per 200 miglia nautiche in tutte le direzioni. «Quale paese accetterebbe una situazione del genere?».

La Turchia non si è però limitata a una condanna solo verbale dell’estensione della Zona economica esclusiva greca: a luglio una missione navale di esplorazione ha avviato le operazioni di ricerca di gas al largo di Kastellorizo, scatenando la reazione della Grecia e mettendo in allerta la marina di Atene e la stessa Unione europea. L’isola d’altronde è da tempo contesa tra il Paese ellenico e quello anatolico: Kastellorizo era stata ceduta da Mussolini alla Turchia, ma il Trattato di Parigi del 1947 consegnò l’isola ai greci. Ad oggi entrambi i Paesi ne rivendicano la sovranità.

La partita del gas

L’isola in sé per sé non ha un grande valore né per Ankara né per Atene, ma la giurisdizione greca garantisce una continuità tra le Zee greca e cipriota con un immenso vantaggio per quanto riguarda la realizzazione del gasdotto EastMed, un progetto che coinvolge Grecia, Cipro e Israele e che contribuirebbe alla diversificazione energetica europea. Una simile infrastruttura non è ben vista da Ankara, che rimarrebbe completamente esclusa dalle vie del gas vedendo sfumare l’idea di trasformare la Turchia un hub regionale energetico.

Ma la partita non si gioca solo sul fronte greco: ad essere coinvolta nel progetto turco è anche la Libia, Paese sconvolto da una guerra civile iniziata nel 2011 e conteso tra il generale Khalifa Haftar e il premier Fayez al Serraj del Governo di Accordo nazionale (o Gna).

A novembre del 2019, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e al Serraj hanno firmato un accordo – contestato dalla comunità internazionale – che ridisegna i confini delle Zone economiche turche e libiche a discapito di Grecia e Cipro. Anche in questo caso l’obiettivo è fermare il progetto EastMed e avanzare pretese legali sui giacimenti presenti nel Mediterraneo.

Le mire turche hanno trovato due principali ostacoli: la Grecia e la Francia. Quest’ultima ha ritirato a giugno le proprie forze dalla missione Onu Sea Guardian istituita per garantire il rispetto dell’embargo sulle armi imposto sulla Libia a seguito di un incidente tra le navi francesi e quelle turche.

La Grecia invece ha da mesi allertato la propria Marina nel mar Egeo mediorientale e sud-orientale in risposta all’invio di navi turche per l’esplorazione del gas. La situazione si è allentata solo a fine luglio, quando la Turchia ha sospeso le operazioni in attesa di una soluzione diplomatica della questione.

Il ruolo dell’Unione europea

Il comportamento della Turchia nel Mediterraneo ha inasprito ulteriormente i rapporti tra Bruxelles e Ankara, soprattutto alla luce della già precaria posizione del Paese anatolico per quanto riguarda l’entrata nell’Unione. La portavoce di Bruxelles ha infatti ripreso la Turchia, ricordando che «deve impegnarsi nelle relazioni di buon vicinato e applicare gli accordi internazionali». L’Unione europea ha anche definito più volte illegali le trivellazioni turche e invitato Ankara a ricorrere alla diplomazia per risolvere la diatriba con Grecia e Cipro.

Fondamentale in questo contesto è stato il ruolo della Germania, che detiene la presidenza semestrale del Consiglio europeo. La cancelliera Angela Merkel è intervenuta in prima persona a fine luglio per evitare che la situazione nel Mediterraneo orientale degenerasse, ma i colloqui segreti tra le controparti sulla definizione delle Zone economiche esclusive ha provocato non pochi malumori nell’opinione pubblica greca e cipriota.

In cambio di una soluzione pacifica della questione, la Turchia ha però chiesto che non vengano applicate sanzioni contro il Paese, ipotesi invece fortemente sostenuta dalla Francia e che era stata ventilata dallo stesso Alto rappresentante per gli Affari esteri, Josep Borrell, dopo aver consultato i ministri degli Esteri europei.

La Turchia in ogni caso non è interessata a uno scontro militare con la Grecia o Cipro – come confermano anche da Ankara – ma sta cercando di sfruttare la presenza in Libia e la sua stessa posizione geografica per inserirsi nella partita del gas, sfidando apertamente l’Unione europea nei suoi interessi energetici. Ben sapendo di poter ricattare Bruxelles su altri fronti.

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