Le anatre di NavalnyPerché a Putin conviene eliminare gli oppositori, anche se vuole convincerci del contrario

«Se hanno paura di me, vuol dire che mi rispettano» è un detto che spiega molto bene come mai il presidente russo utilizza qualunque metodo contro i suoi avversari, e non ha nessun problema a mentire sfacciatamente quando gli vengono contestati i fatti. D’altronde, diceva Stalin, «eliminato l’uomo, eliminato il problema»

Tra i vari inquietanti anniversari di questo agosto – il 19 agosto 1991, quando i golpisti comunisti hanno cercato di fermare la democrazia in Urss con i carri armati; il 20 del 1940, quando un assassino inviato da Stalin ha ucciso con una piccozza Lev Trozky; il 21 agosto 1968, quando i carri armati sovietici sono stati mandati a Praga – ce n’è uno passato inosservato: il 12 agosto di venti anni fa è affondato il sottomarino nucleare Kursk, distrutto dall’esplosione di un siluro difettoso durante la prima esercitazione navale dopo la fine dell’Urss. A bordo c’erano 118 uomini. 

Il comando della marina prima ha rifiutato i soccorsi, sostenendo che nell’equipaggio non ci fossero sopravvissuti, e poi, sotto la pressione di un’opinione pubblica sotto shock, ha inviato soccorritori che però non sono stati in grado di accedere al sottomarino, adducendo le scuse più svariate, dalla corrente troppo rapida alla posizione troppo incrinata dello scafo.

Soltanto una settimana dopo Vladimir Putin ha accettato, dopo averlo prima rifiutato, l’aiuto dei sommozzatori norvegesi, che hanno aperto lo scafo in poche ore, facendo uscire un’enorme bolla d’aria: dentro il nono compartimento erano sopravvissuti per diverse ore 23 sommergibilisti, morti soffocati in attesa dei soccorsi.

Fu la prima grande tragedia del ventennio putiniano e conteneva già tutti i tratti distintivi che si sarebbero poi visti al teatro Dubrovka e a Beslan, nella guerra in Cecenia, in Georgia, in Ucraina e in Siria: negazione dei fatti e disinformazione, inefficienza di un sistema obsoleto e povero, unita all’ambizione di grandeur e alla paranoia verso il mondo esterno, e singolare disprezzo verso le vite dei comuni mortali. 

Pochi giorni dopo, nella sua prima tournée americana, il neopresidente Putin ha avuto un invito molto prestigioso: si è fatto intervistare da Larry King. Alla domanda del celebre giornalista «cosa è successo alla fine al sottomarino», un Putin ancora giovane e relativamente timido ha nascosto negli angoli della bocca un sorriso compiaciuto, ha fatto una pausa e ha risposto: «È affondato».

Forse pensava di essere spiritoso. Forse non sapeva davvero come rispondere, in fondo era un politico alle prime armi. Forse era stato un modo goffo di dire «tanto non vi dirò la verità, fatevi i fatti vostri». Ma quella risposta, così surreale e inopportuna, ha fatto scuola.

Ha inaugurato un intero filone di politici, non solo russi o postsovietici, che mentono davanti alla telecamera, sfacciatamente, quasi allegramente, quasi provocatoriamente, sapendo di avere di fronte persone troppo civili – o troppo servili, o troppo spaventate – per contestarli apertamente. 

Solo negli ultimi giorni abbiamo sentito, per esempio, Alexsandr Lukashenko. presidente della Bielorussia dal 1994, sostenere che la sua oppositrice Svetlana Tikhanovskaya non è stata esiliata da lui in Lituania dopo aver ricevuto minacce alla sua famiglia, ma è stata lei a supplicarlo di aiutarla a tornare a fare la mamma, fuori dal suo Paese, dopo aver conquistato il primo posto alle elezioni. 

Abbiamo sentito medici russi in borghese affermare che Alexey Navalny è precipitato in coma per un «disordine metabolico» (Putin, nel suo classico stile, si è limitato a dire che si è «ammalato»). E siccome siamo vincolati dal principio che nessuno è colpevole fino a prova contraria, e dal codice deontologico che ci impone di ascoltare tutte le parti in causa, scriviamo «presunto avvelenamento del leader dell’opposizione russa» e «probabili brogli alle elezioni presidenziali bielorusse».

Ogni volta che un nemico del Cremlino cade falciato da uno strano morbo (o, quando si vuole andare più sul sicuro, da una pallottola), un coro di esperti di cospirazioni, russi e non, sfodera l’argomento principe: «Nessuno ne viene danneggiato più di Putin stesso».

Innanzitutto per ora Putin non è rimasto troppo screditato dai suoi oppositori che hanno bevuto tè al polonio o incontrato dei killer ceceni: ogni volta, per il presidente, è stato un problema in meno, e il clamore e le fiaccolate di protesta dei liberal non hanno che contribuito ad accrescere l’alone diabolico di cui i russi in fondo si compiacciono. 

«Se hanno paura di me, vuol dire che mi rispettano» è un detto russo talmente radicato da essere stato citato come principio di politica anche dal capo della diplomazia di Mosca, Sergey Lavrov.

In questa visione del mondo che tutti i regimi cosiddetti “forti” condividono, il danno alla reputazione semmai arriva dal tollerare la contestazione, dal non punire gli avversari, e non a caso gli apocrifi attribuiscono a Stalin la frase: «Eliminato l’uomo, eliminato il problema».

Uno dei simboli della contropropaganda di Navalny è un simpatico anatroccolo di gomma gialla, che tra tante altre cose rappresenta il “test dell’anatra” che il leader dell’opposizione russa spiega spesso nei suoi video: «Se una cosa sembra un’anatra, cammina come un’anatra e starnazza come un’anatra, è un’anatra». Una sorta di rasoio di Occam in forma divulgativa, con cui armare i suoi seguaci nel mondo delle fake news e della propaganda. 

Se un oppositore di cui Putin non voleva nemmeno pronunciare il nome sviene all’improvviso a bordo di un aereo, e 48 ore dopo ci vuole una telefonata di Angela Merkel al Cremlino per farlo trasportare dall’ospedale siberiano che non è riuscito a fargli una diagnosi, è probabile che qualcuno gli abbia fatto del male intenzionalmente.

Se in tutta la Bielorussia non si riesce a trovare nessuno che ha votato Lukashenko, mentre decine di migliaia di persone che scendono in piazza urlando «Vattene», vuol dire che l’80 per cento ottenuto dal dittatore è stato truccato. Qualche volta bisogna credere ai propri occhi. Se sembra un’anatra, è un’anatra.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta