La cosca del CremlinoPutin voleva far fuori Navalny da tempo, ecco perché è stato avvelenato proprio adesso

La congiunzione astrale è sfavorevole al governo: diverse regioni russe si preparano al voto di inizio settembre, una tornata elettorale che il leader dell’opposizione si preparava a utilizzare per dare un’altra spallata al putinismo in crisi. E poi c’è il rischio che Biden cacci l’amico Trump dalla Casa Bianca

Afp

Ogni volta che un nemico del regime di Putin si beve un tè (si mangia un sushi o un borsch) avvelenato, o incontra un killer ceceno, la risposta del Cremlino è sempre la stessa: nessuno ne viene danneggiato più di Putin stesso, che non vuole certo screditarsi come assassino, quindi il mandante è da cercare tra gli oppositori che vogliono creare dei martiri, oppure il diretto interessato semplicemente ha esagerato con sostanze per tenersi su di morale.

Lo stanno ripetendo anche adesso, mentre Alexey Navalny è intubato nella terapia intensiva dell’ospedale di Omsk, dopo essersi sentito male su un aereo che lo riportava a Mosca dalla Siberia.

La diagnosi preliminare è un avvelenamento da farmaco allucinogeno, una droga sostanzialmente. La sua addetta stampa, che viaggiava con lui, dice che ha preso soltanto un tè in un bar dell’aeroporto. I media ufficiali e ufficiosi stanno già diffondendo versioni “alternative” su eccessi alcolico-farmacologici nella notte prima, o su un’overdose di «antidepressivi americani usati da tutti i liberali russi».

Ogni volta queste smentite non reggono alla prova dei fatti, ma mai quanto nel caso di Navalny, che metà del governo russo avrebbe voluto vedere morto.

Non solo per le sue denunce di corruzione di ministri e governatori, denunce sferzanti, documentate ed ironiche, videoindagini pubblicate su YouTube che hanno colpito tutti, dall’ex presidente e premier Dmitry Medvedev al comandante della guardia nazionale Zolotov, al sindaco di Mosca Sergey Sobyanin.

Non solo perché i suoi telegiornali alternativi in Rete avevano iniziato a fare concorrenza a quelli ufficiali, e ogni sua mossa si guadagnava centinaia di migliaia di “like” e milioni di visualizzazioni.

Navalny, che viene spesso definito “blogger”, un termine riduttivo per un uomo che ha creato per la sua opposizione un mini impero mediatico, è l’uomo che ha dato allo scontento russo non solo una voce e una lingua – la sua, e le decine di suoi collaboratori nelle regioni russe parlano come lui, indossano le camicie come lui e cercano di imitare il suo senso dell’umorismo sarcastico – ma anche un’organizzazione senza precedenti.

La piazza di Khabarovsk, che da due mesi ormai scende in piazza al grido di “Putin vattene”, funziona secondo le sue linee guida, e il suo “voto intelligente” ha fatto vacillare le maggioranze putiniane nelle regioni.

Navalny è diventato talmente pericoloso che i danni di immagine da un suo avvelenamento sono diventati per qualcuno all’interno del regime putiniano meno rilevanti dei benefici dalla sua eliminazione.

Era già stato vittima di strane intossicazioni, e ha perso in parte la vista a un occhio dopo un’aggressione con un agente chimico che gli ha bruciato la cornea. Viene pedinato dalla mattina alla sera. I suoi collaboratori, amici e perfino genitori subiscono minacce, arresti, ricatti e sequestri di beni. Passa metà della vita in prigione, e solo la rabbia di una piazza massiccia e spontanea a Mosca ha costretto il Cremlino a liberarlo dopo una condanna a 5 anni di carcere, riconosciuta poi illegale dalla corte di Strasburgo. Suo fratello Oleg ha scontato la sentenza per intero.

Chiedersi chi volesse Navalny morto è inutile. Resta da chiedersi perché si è deciso di procedere proprio adesso. La congiunzione astrale è quanto mai sfavorevole al Cremlino: mentre viene lanciata un’operazione “ibrida” per salvare il regime di Alexandr Lukashenko (che accusa Navalny di essere la mente anche dell’opposizione bielorussa), diverse regioni russe si preparano al voto di inizio settembre, una tornata elettorale che Navalny si preparava a utilizzare per dare un’altra spallata al putinismo in crisi.

Anche se il leader dell’opposizione sopravvive e non riporta danni dopo il risveglio dal coma, resterà comunque fuori gioco per parecchio tempo, in un periodo in cui il Cremlino farebbe volentieri a meno di sentire la sua voce.

Una delle ipotesi dell’avvelenamento fatte circolare su canali Telegram vicini al governo parla infatti di un’overdose più o meno casuale di un farmaco che non avrebbe dovuto uccidere Navalny, ma soltanto fargli perdere la testa durante il volo, e screditarlo come drogato violento.

Una teoria del complotto meno implausibile di altre, almeno fino a che le informazioni sull’accaduto, e sull’agente tossico utilizzato, non verranno confermate da fonti più attendibili di un ospedale siberiano presidiato da agenti e magistrati.

Nel frattempo, un’altra delle spiegazioni del perché Alexey Navalny sia finito tra la vita e la morte proprio in questo mi enti potrebbe venire cercata dall’altra parte dell’oceano, dove Joe Biden ha vinto la nomination democratica ed è in testa ai sondaggi.

Se alla Casa Bianca torna un presidente ansioso di dimostrare che l’America resta il faro delle libertà e dei diritti per il resto del mondo, i dossier più scomodi per gli autoritarismi devono venire chiusi per novembre, al massimo per gennaio.

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