Pacta sunt servandaPerché Boris Johnson non vuole rispettare l’accordo con l’Unione europea sul confine nordirlandese

Il premier inglese vuole far discutere alla Camera dei Comuni la legge che viola alcune parti del Withdrawal Agreement per forzare la mano e puntare a ottenere un accordo commerciale migliore con Bruxelles. Ma il mancato rispetto di un accordo internazionale potrebbe danneggiare il Regno Unito in futuro

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Accordo o non accordo: questo è il problema. La settimana più intensa degli ultimi mesi della politica britannica è stata segnata dalla polemica sul disegno di legge sul mercato interno post Brexit con cui il governo inglese ha deciso deliberatamente di violare alcune parti del Withdrawal Agreement, l’accordo negoziato e firmato dallo stesso premier Boris Johnson con la Commissione europea.

Il rischio è che salti di nuovo il banco e si vada per davvero a una Brexit senza accordo. I danni stavolta sarebbero ben maggiori: stavolta c’è in gioco anche la credibilità internazionale del Regno Unito. «La legge sull’Irlanda del Nord infrange l’accordo internazionale in un modo molto specifico e limitato», ha dichiarato Brandon Lewis, ministro dell’Ulster alla Camera dei Comuni. Un’infrazione anche se piccola e limitata è pur sempre un’infrazione e inevitabile è stato il richiamo di Bruxelles. «Londra deve rispettare i patti», ha twittato Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, al termine di una telefonata con il Taoiseach (premier, ndr) irlandese Micheal Martin. «Senza accordo, i danni per l’economia britannica saranno più significativi di quelli dell’area europea», ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz.

La legge riguarda ovviamente il tasto dolente della Brexit, il famigerato backstop, tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Si tratta di un protocollo stipulato tra Londra e Bruxelles il 14 novembre del 2018, ben prima di qualsiasi altra negoziazione sulla Brexit vera e propria o sui futuri accordi commerciali, per evitare che ritorni un confine fisico di dogane e posti di blocco tra Dublino e Belfast che riporterebbe alla stagione del terrorismo da parte della minoranza cattolica nordirlandese che non ha mai smesso di sognare la riunificazione tra le due Irlande.

Il progetto di Johnson è quello di permettere la libera circolazione tra Belfast e il resto del Regno Unito. Un punto che non rispetta l’accordo firmato tra Londra e Bruxelles che prevedeva il controllo delle merci nel mare che separa l’isola d’Irlanda dalla Gran Bretagna a partire dal 1º gennaio 2021. Così l’Irlanda del Nord si sarebbe avvalsa delle regole doganali europee, evitando un ritorno al confine fisico tra le due Irlande.

Un problema non indifferente per le merci britanniche nell’Ulster, che nel 2017 hanno raggiunto il valore di 11,3 miliardi di euro, e una questione tutta politica per i sostenitori della Brexit, preoccupati di una divisione de facto del Regno Unito. Una questione quasi di principio che va anche oltre il problema alimentare sollevato da parte britannica: c’è il concreto rischio infatti che carni, pesce, uova, crostacei, latticini provenienti dalla Gran Bretagna non passino il confine irlandese se Bruxelles non concederà lo status di “Paese terzo”.

Le ragioni britanniche sono chiare, come chiaro è pure lo scopo. Come un giocatore di poker che cerca di bluffare, Johnson vuole far discutere una simile legge alla Camera dei Comuni per forzare la mano e puntare a ottenere un accordo commerciale migliore. Lo ha detto lui stesso in un articolo sul Telegraph: «L’accordo che abbiamo stretto allora lo abbiamo fatto con una mano dietro la schiena, visto che il Parlamento aveva votato contro il No deal. Dobbiamo impedire che l’Unione divida il nostro Paese e che vengano imposte tariffe inutili sulle nostre merci in Irlanda del Nord».

Far saltare l’accordo però rischia di mettere in gioco anche gli accordi del Venerdì Santo, che nel 1998 permisero alle due Irlande di iniziare un processo di pace dopo decenni di violenza settaria che aveva insanguinato l’isola. Un punto su cui anche l’amministrazione americana non vuole sentire ragioni: la speaker del Congresso Usa Nancy Pelosi ha infatti dichiarato che un accordo tra Regno Unito e Stati Uniti «è impossibile se verranno messi in gioco gli accordi irlandesi». 

A quattro mesi dall’entrata in vigore dell’accordo Londra e Bruxelles devono ancora sbrogliare alcuni nodi difficili. Il primo riguarda gli aiuti di Stato. Per il Regno Unito essere fuori dall’Unione, e in attesa di siglare un accordo commerciale, vuol dire poter aiutare nel frattempo le imprese senza essere sottoposta alle rigide regole di Bruxelles. Un problema per l’Unione, che teme possano arrivare sul Continente merci britanniche a prezzi stracciati.

Da ciò deriva la necessità europea di introdurre un confine fisico che possa controllare le merci, che tuttavia non può evidentemente essere posto al confine tra le due Irlande. Il secondo invece riguarda la pesca. Una questione che riguarda meno dello 0,1% del Prodotto interno lordo britannico ma che assume una importanza quasi esagerata. Infatti, molti dei pescatori sono convinti sostenitori della Brexit e non accetteranno sconfinamenti da parte delle navi europee.

Nonostante tutto, però, il diritto internazionale prevede la consuetudine del “pacta sunt servanda” (dal latino “i patti devono essere mantenuti): non rispettare un accordo internazionale regolarmente firmato rischia di nuocere gravemente all’immagine della Gran Bretagna. Lo pensano molti deputati conservatori, confusi e incerti, che hanno riversato il loro astio verso il premier Johnson in un gruppo Whatsapp dal titolo a dir poco evocativo “What the fuck is going on?”, la cui traduzione è abbastanza chiara.

Lo pensano anche numerosi ex premier del Regno Unito, conservatori e laburisti, come Tony Blair e John Major che in un appello pubblicato sul Times hanno fatto notare come «la legge sulla Brexit vada ritirata subito per non danneggiare l’immagine della Gran Bretagna».

La politica del wrecking ball del premier Johnson però non prevede prigionieri. Ma così tutto rischia di essere messo in discussione, se la parola della Gran Bretagna viene meno a livello internazionale. La Cina potrebbe far finta di nulla di fronte alle rimostranze britanniche per la repressione a Hong Kong, che vìola apertamente il trattato del 1984. Addirittura la Spagna potrebbe decidere di rivedere il trattato di Utrecht del 1713, con il quale cedeva il controllo di Gibilterra alla Gran Bretagna. La credibilità della più antica democrazia del mondo rischia di essere spazzata via con un colpo di spugna.

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