Il coraggio del futuroIl manifesto di Carlo Bonomi per la ripresa dell’Italia

L’intervento del presidente di Confindustria in occasione dell’assemblea pubblica dell’organizzazione rappresentativa delle imprese: «Serve una rotta precisa per dare significato complessivo alle misure, e per tracciare la rotta serve un approdo sicuro. Il futuro quindi, anche quello prossimo, si può subire, attraversare o invece progettare»

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Pubblichiamo la relazione “Il coraggio del futuro” del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, redatta in occasione dell’assemblea pubblica di Confindustria.

In questi quattro mesi, ci siamo prodigati con ogni energia applicando i dettami che ci vengono dai nostri due precetti fondamentali.

L’amore per l’Italia.

Certi, come siamo, che in questa nuova grande crisi si possano e si debbano evitare nuovi errori, traendo lezione da quelli compiuti nel post 2008 e negli anni alle nostre spalle, visto che a fine 2019 mancavano ancora 3 punti di PIL rispetto al livello di 11 anni prima.

E l’amore per le nostre imprese.

Per ciò che noi imprenditori, insieme ai nostri collaboratori, clienti e fornitori, siamo in grado di fare al meglio per dissipare incertezza e sfiducia, realizzando, con il concorso di tutti, un percorso di uscita dalla crisi che questa volta sia rapido, solido e sostenibile.

È proprio nell’incertezza che raddoppia di vigore il nostro impegno.

La prima lezione del passato da evitare è che, nelle fasi di grave perdita di reddito e lavoro, non debbano essere le ambiguità della politica economica ad aggiungere ulteriore incertezza e sfiducia nel Paese.

Nessun provvedimento di politica economica, nessuna misura istituzionale, nessun capitolo di spesa, generano effetti positivi, rilevanti e durevoli senza che la strategia in cui si inscrivono venga compresa e validata dagli operatori economici.

Non basteranno risorse ingenti, né disposizioni di legge, se questo passaggio logico non sarà compreso e condiviso in tutte le sue implicazioni.

Lo stiamo già sperimentando: senza una prospettiva credibile di sviluppo, il reddito, anche emergenziale, non si trasforma in spesa ma viene trattenuto sotto forma di liquidità; la disoccupazione aumenta nonostante le norme eccezionali introdotte; gli investimenti vengono rimandati.

Se l’incertezza economica connessa con la pandemia si salda con aspettative poco convincenti sul corso della politica economica, gli attori rimandano le decisioni ed il meccanismo della prosperità rischia di incepparsi.

Ripeto oggi, signor Presidente del Consiglio, quanto ho detto due mesi fa all’inizio del mio intervento agli Stati Generali: il compito che vi spetta è immane, nessuno può e deve sottovalutarne le difficoltà.

A maggior ragione in un’Italia reduce da venticinque anni di bassa crescita e bassissima produttività. Ma proprio per questo serve definire un quadro netto e chiaro di poche decisive priorità su cui riorientare la crescita del Paese e servono strumenti e fini per indirizzare la politica economica e industriale dell’Italia.

Serve una rotta precisa per dare significato complessivo alle misure, e per tracciare la rotta serve un approdo sicuro. Il futuro quindi, anche quello prossimo, si può subire, attraversare o invece progettare.

E occorre farlo da parte della politica, e delle istituzioni, coinvolgendo ogni grande soggetto della vita economica e sociale del nostro Paese non solo nell’ascolto, ma nella definizione stessa delle priorità.

Presidente, due settimane, e ancora pochi giorni fa, lei ha detto: “se sbaglio sull’utilizzo del Recovery Fund, mandatemi a casa”.

No, signor Presidente, non è così. Se si fallisce nel compito che abbiamo di fronte, nei pochi mesi ormai che ci separano dalla precisa definizione delle misure da presentare in Europa, non va a casa solo lei.

Andiamo a casa tutti. Perché in quel caso il danno per il Paese sarebbe immenso, e lo pagheremmo tutti. Per anni a venire.

Semplicemente non ce lo possiamo permettere. Questa convinzione ha ispirato ogni nostra posizione nei mesi del COVID. È tempo di azione comune, oppure non sarà un’azione efficace.

I DATI DELLA CRISI

Sono i dati, il punto da cui partire per capire che cosa fare. Nei primi due trimestri il crollo del PIL è stato del -17,6%. La stima di perdita a fine 2020 resta in una forbice tra -9% e -11%. La produzione industriale a luglio ha recuperato il 7,4%: ciò potrebbe condurci ad un rimbalzo rilevante nel 3° trimestre, di oltre il 20% rispetto al punto più basso toccato nel lockdown, ma su livelli ancora inferiori di circa il 7% rispetto a quelli pre-COVID.

Gli ordini interni dei produttori di beni di consumo e di investimento confermano un moderato recupero nel 3° trimestre. L’export di beni ha continuato a recuperare a luglio (+5,9% su giugno, a prezzi costanti), ma rispetto ai livelli pre-COVID restiamo a -9,1%.

I primi segnali dai mercati extra-UE in agosto non sono positivi. La ripresa ha caratteri molto eterogenei nei diversi settori e mercati: dinamica migliore per farmaceutici e alimentari, forte caduta nel tessile e abbigliamento, timidi segnali di ripresa dai mezzi di trasporto da livelli eccezionalmente bassi, sono solo alcuni esempi.

In ripresa le vendite in Germania, Cina e Giappone, mentre restano negativi gli andamenti negli Stati Uniti, Spagna, Turchia e Medio Oriente. Le prospettive internazionali restano incerte. Tra lo stallo in vista delle prossime presidenziali americane e i rischi evidenti di risalita del COVID in numerosi Paesi avanzati, si sono indeboliti in agosto gli ordini esteri delle piccole e medie imprese del manifatturiero.

Nonostante un parziale rimbalzo a luglio, in Italia il calo tendenziale dell’occupazione rimane molto ampio, con quasi 600mila persone occupate in meno rispetto all’anno precedente.

Al calo degli occupati si associa un altro fenomeno che misura la sfiducia degli italiani sulle prospettive, ovvero un forte aumento degli inattivi (+475mila su luglio 2019). Secondo le stime del nostro Centro Studi, anche la prima metà del 2021 sarà difficile per l’occupazione.

Ad essere maggiormente colpiti, come d’altronde in precedenti episodi di crisi, sono i giovani: del calo totale dell’occupazione, il 74% pesa sugli under 35. Sono in prevalenza giovani anche i nuovi inattivi (64%), che vanno ad aggiungersi all’esercito di chi in Italia non studia e non cerca più un lavoro.

Sulla base di questi dati, l’ottimismo di un recupero entro 2 anni del livello pre-COVID sembrerebbe in larga misura fuori luogo a meno di un forte impulso degli investimenti.

L’INDUSTRIA HA RISPOSTO

Eppure, anche altri dati dovrebbero essere considerati fondamentali. Dati che testimoniano la forza delle nostre imprese.

Guardiamo per esempio alle 2.120 società italiane censite da Mediobanca, che rappresentano il 47% del fatturato industriale e il 48% di quello manifatturiero, tutte le aziende italiane superiori a 500 dipendenti e il 23% di quelle medie tra 50 e 499 dipendenti.

Questi dati confermano che, nella drammatica caduta di PIL e reddito, l’industria e la manifattura pesano meno della discesa apportata da servizi, consumi e domanda interna.

Rispetto al 2009 le imprese industriali italiane sono entrate nella crisi COVID con maggior patrimonio, meno debiti finanziari, e una quota di export nazionale del 26% superiore a quella del 2009.

Le imprese private avevano aumentato il proprio fatturato del 14,6% sul 2010, la manifattura del 20,7%, l’industria del 12,2%. E tra di esse le medie imprese del 30,7% e le medio grandi del 25,6%. In paragone, il fat- turato delle imprese pubbliche rispetto al 2010 aveva registrato un -0,1%. I debiti finanziari delle imprese private erano scesi al 68,7% del capitale netto, rispetto al 108,5% di quelle pubbliche.

Sono dati che alimentano la fiducia che, a fine anno, per industria e manifattura il colpo complessivo potrebbe essere anche significativamente inferiore a quello subito nel 2009.

Lo voglio sottolineare con un certo orgoglio. L’industria mostrava a fine 2019 nel suo complesso di aver imparato la lezione del post 2008. Il record dell’export lo abbiamo fatto noi, lo scorso anno, con 455 miliardi di esportazioni ed un contributo netto alla bilancia dei pagamenti di oltre 100 miliardi.

La ripresa italiana del 2015-2017 l’abbiamo fatta noi. E se essa è stata modesta, per attenuarsi nel 2018 e spegnersi nel 2019 al cui termine eravamo già in recessione tecnica, si deve non solo ai colpi portati al commercio internazionale dal ritorno del protezionismo, ma al fatto che in Italia sono stati commessi errori, come l’abbandono di Industria 4.0 che, per inciso, aveva dato anche ottimi frutti sul versante occupazionale.

PARTIRE DA UNA VISIONE

Mi sono chiesto innumerevoli volte come potesse giustificarsi, la scelta di accantonare Industria 4.0. E non sto qui a elencare le nostre dettagliate proposte per riprendere, rilanciare e rendere strutturale negli anni a venire l’intero complesso di incentivi di Industria 4.0 e dei crediti fiscali per la ricerca, sviluppo e innovazione.

Tutte le proposte sono declinate in puntuale dettaglio – con tanto di aliquote indicate per ogni tipo di incentivo – nel nostro volume “Italia 2030-2050” che consegneremo a fine Assemblea, e in cui troverete un esame molto analitico delle misure che proponiamo per l’economia italiana.

La Banca d’Italia ci ha ammonito che in un quinquennio dovremmo raddoppiare la quota storica di investimento annuo. Il totale degli investimenti pubblici e privati italiani del 2019 è stato di 40,5 miliardi.

Se li raddoppiassimo, secondo via Nazionale, ne deriverebbe una crescita aggiuntiva di 3 punti di PIL. Utile, ma che non basta a invertire una tendenza negativa che dura da troppo tempo.

Era evidente a tutti che la “ripresina” italiana 2015-2017 era trainata dalle imprese industriali e manifatturiere, e dal loro export. E che questa componente era stata incoraggiata ulteriormente a tornare ad alti tassi d’investimento da Industria 4.0.

Eppure, il suo accantonamento non ha prodotto alcun vero dibattito nel Paese. E il motivo vero viene persino prima di quanto questo o quel partito considerasse importanti le imprese.

Il motivo è molto più profondo nella società italiana, è culturale. Da troppi anni in Italia manca una visione. Una visione di fondo capace di unire ciò che il nostro Paese sa fare con l’impatto della modernità, l’evoluzione formidabile delle tecnologie, gli effetti che tutto ciò può produrre in una società italiana che, in 25 anni, ha perso reddito e ha aumentato il tasso di diseguaglianza.

Ed è la mancanza di questa visione, a spiegare l’annegarsi della politica in mille misure ad hoc, il proliferare della normativa, l’astrusità delle procedure amministrative, la dilatazione dei tempi giudiziari, la perdita di punti in ogni ranking internazionale, si tratti del PISA (Programme for International Student Assessment) sulle competenze scolastiche o di quello DESI (Digital Economy and Society Index) sul digitale.

L’ho capito meglio tutte le volte che mi è capitato nei confronti pubblici di ripetere la frase “serve una visione”.

Non voglio scomodare Max Weber, e il suo libro sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Ma da noi, l’aggettivo “visionario” identifica automaticamente l’utopista, l’irrealista, il predicatore mistico che non sa tenere i piedi per terra. In inglese, visionary guy, è colui che sa volgere al meglio per il futuro ciò che gli offre il presente.

Ed è esattamente ciò che le imprese sono chiamate a fare, e fanno. Avere una visione non è solo ciò che spinse, con molti anni di anticipo, i fondatori di Amazon e Apple a capire che il mondo sarebbe stato rivoluzionato da enormi piattaforme di logistica insieme fisiche e digitali, o dalla tecnologia touch screen.

È ciò che ha spinto i raccoglitori di rottami bellici nel Secondo Dopoguerra a dar vita alla siderurgia italiana. Ciò che ha indotto geniali designer a far conoscere l’arredo italiano nel mondo alla fine degli anni Cinquanta.

Ciò che, negli anni Sessanta, ha spinto giovani ufficiali della Marina Militare a dar vita ad aziende dell’elettronica della difesa. Questa è la storia delle quasi 400mila piccole, piccolissime e medie aziende manifatturiere italiane, del loro fatturato – che era risalito oltre i 900 miliardi di euro – prima di spegnere Industria 4.0.

Ma non è una storia di fasti del passato. È una storia che continua ogni giorno. Se la chimica italiana oggi è la terza in Europa si deve a questo. Se la farmaceutica italiana è diventata, proprio in questi ultimi difficili anni, la prima in Europa superando i tedeschi, con la più alta percentuale di addetti giovani e laureati e post laureati dell’intera manifattura italiana, si deve a questo.

Se siamo primi in Europa per il recupero, riutilizzo e riciclo in settori ad alto impatto ambientale come plastica, carta, legno e oli industriali esausti, si deve a visionari consorzi di imprese private nati anni e anni fa.

E potrei continuare a lungo. Con l’imbarazzo di non poter citare tutti i mille esempi che sono la vita e la forza dell’industria italiana. Quando affermiamo “ora ci vuole una visione”, non stiamo affatto dicendo “la politica deve fare come noi”.

Il Governo ora dovrà stabilire priorità per usare, in pochi anni, oltre 200 miliardi che ci vengono dall’Europa; si trova di fronte proprio a una scelta di visione, prima che di misure concrete.

Una visione di fondo che deve scrutare in profondità i mali italiani, ma guardare lontano. Perché neanche 200 miliardi possono risolverli dandone una goccia a tutti.

Mentre bisogna concentrarli investendo sui maggiori nodi irrisolti, quelli la cui soluzione può sprigionare in tempi brevi il maggior apporto di crescita del PIL potenziale, più imprese e più lavoro.

Una visione in cui certo lo Stato è chiamato a svolgere un ruolo importante: un ruolo da regolatore per incentivare lo sviluppo di mercati più estesi basati su maggior offerta e concorrenza, non su statalizzazioni esplicite o velate.

Che non ci piacciono e non per ideologia, ma perché nella storia italiana lo abbiamo visto che cosa significa avere acciaio e panettoni di Stato. Esattamente come abbiamo visto il danno del protezionismo contro prodotti, imprese e capitali esteri.

O le storture gravi prodotte quando lo Stato regolatore fallisce i suoi obiettivi, e trasforma i suoi concessionari in titolari di rendite. Il gap digitale italiano non dipende dal fatto che la rete debba tornare a essere pubblica, ma da quale buona architettura regolatoria pubblica garantisca la concorrenza e il giusto rendimento per attirare gli investimenti necessari.

Una visione di fondo deve nascere dalla consapevolezza di come funzionano e vanno potenziate sia le matrici di crescente interdipendenza internazionale – che per un paese trasformatore come l’Italia restano prioritarie – sia quelle della crescente fertilizzazione incrociata tra settori diversi, frutto della digitalizzazione e dei tempi corti delle scorte dovuti alle trasformazioni della domanda, sia domestica sia estera.

Una visione che metta al centro di tutto i giovani e le donne, cioè ancora una volta, come avviene da troppi anni, le vere vittime della crisi italiana. Per questa ragione abbiamo voluto dedicare il film di questa Assemblea ai giovani e alle donne, a cui spettano scelte coraggiose per il futuro.
Istruzione e formazione dei giovani – come il governatore Ignazio Visco ci ricorda da anni – sono la sfida prioritaria. L’Italia deve smettere di concentrare sui giovani le più aspre diseguaglianze di reddito, lavoro, prospettive sociali.

E per i giovani avere una visione che guarda al futuro significa non più occuparsi dei banchi, con o senza rotelle, o solo di nuovi centomila dipendenti da immettere in ruolo, ma pensare a una riforma seria dei profili formativi della scuola secondaria superiore e dell’università.

Riforme che non guardino solo a chi nella scuola lavora, ma finalmente a chi la frequenta. E significa, all’esaurirsi di Quota 100 tra un anno, non immaginare nuovi schemi previdenziali basati su meri ritocchi, come leggiamo quando si parla di Quota 101. Cioè nuovi regimi che continuerebbero a gravare sulle spalle dei più giovani.

Giovani e donne pagano oggi un prezzo elevatissimo per via della crisi pandemica, in un Paese dove la natalità è già ai minimi e le proiezioni demografiche sono di un calo di 4.6 milioni della popolazione in età attiva già nel prossimo decennio.

Occorre un welfare che collochi la natalità al centro delle priorità. Ed occorre un progetto per l’occupazione di giovani e donne al cuore delle riforme fiscali, previdenziali e formative, come proponiamo nel nostro volume.

Nel tempo, le ineguaglianze si contrastano con un recupero serio del principio della mobilità sociale che in Italia si è inceppata: più opportunità con più responsabilità e merito.

Questo vale per i giovani che si stanno formando, e vale anche per chi ha il compito nobile e cruciale di formarli: misurare obiettivi e risultati si può, e sulla base di questo si deve orientare la bussola della premialità.

Non vi è futuro per le nostre società senza le energie e le intelligenze di giovani e donne. Inoltre, per le donne, altra vera sfida è la reale parità retributiva. Secondo il Gender Gap Report 2019 dell’Osservatorio JobPricing, a parità di lavoro con un collega uomo, in Italia è come se una donna cominciasse a guadagnare dalla seconda metà di febbraio.

Dal 2016 al 2018 la differenza retributiva è sì diminuita del 2,7%, ma resta comunque ampio il gap annuale che è di 2.700 euro lordi annui meno degli uomini.

La differenza a sfavore delle donne dipende dal fatto che ancora troppo poche sono quadri e dirigenti. Secondo i dati Istat, dal 2008 al 2018 la percentuale di dirigenti donna è passata dal 27% al 32%, quella dei quadri dal 41% al 45%.

Ma se escludiamo la PA e consideriamo solo le imprese private, la percentuale di dirigenti donne è solo del 15%, quella dei quadri il 29%. Quindi, cari Colleghi, va detto: siamo noi uomini nelle aziende private, che dobbiamo cambiare testa.

Inoltre, avere una visione di fondo significa obbligarsi allo sforzo di immaginare anche una PA diversa. Il Governo ha provato a risolvere alcuni nodi sui tempi biblici per realizzare infrastrutture, con il decreto semplificazioni. Ma lì siamo nel campo di misure specifiche, sul codice dei contratti e degli appalti. Una visione di fondo è una cosa diversa. Significa affrontare il problema della bassa produttività della Pubblica Amministrazione.

La media nazionale della produttività è abbassata dalla performance molto negativa nei servizi non di mercato – la PA, appunto – e in vaste aree dei servizi di mercato sottoposti a regime di concessione pubblica, tariffa pubblica, e settori del procurement di beni e servizi all’impresa comunque sottratti a meccanismi di gara aperta e trasparente.

Avere una visione di fondo significa rendere l’innalzamento della produttività un benchmark esplicito indicato, anno per anno, nella programmazione di finanza pubblica per tutti i settori della Pubblica Amministrazione.

Da almeno venticinque anni l’Italia cresce troppo poco, e si sta pericolosamente allontanando dai principali partner europei in termini di dinamica della produttività, dell’occupazione, del reddito pro-capite.

Non possiamo attendere oltre per invertire questa deriva, e l’occasione della ripresa, dopo l’irruzione della pandemia, non può essere sprecata.

Significa modificare in profondità gli obiettivi pluriennali di performance oggi posti nella Pubblica Amministrazione centrale e periferica.

È impensabile, ad esempio, accettare che l’obiettivo dei processi civili per i prossimi anni sia quello già raggiunto due anni fa, o che in alcuni comparti gli obiettivi di produttività siano indicati dal numero di riunioni svolte o dalla carta movimentata.

Significa, inoltre, adottare scrupolosamente quel che l’ordinamento dice ma resta oggi lettera morta, a proposito di analisi d’impatto della legislazione e regolamentazione pubblica.

In Italia continuano ad essere assunte misure per centinaia di miliardi di euro senza offrire altro che scarne relazioni tecniche allegate dai governi e non svolte da organi tecnici indipendenti, regolarmente smentite dai fatti successivi.

Spesso si assume consapevolezza dell’impatto reale delle misure solo dopo la loro approvazione, com’è avvenuto nel caso della plastic tax e della sugar tax, e in moltissime altre misure economiche.

E significa, inoltre, considerare la produttività come finalità del procurement pubblico. Negli Stati Uniti, gli acquisti pubblici rappresentano uno dei canali prioritari per balzi tecnologici in molti settori trainanti, non solo nella difesa e sicurezza perché gli standard tecnologici sono sempre stati concepiti come “dual use”.

La produttività cresce se le forniture pubbliche avvengono con regole trasparenti, se la concorrenza è garantita, e se il meccanismo di prezzo non è quello dell’accoglimento dell’offerta minima, che disintermedia le imprese fornitrici sane e agevola quelle infiltrate dalla criminalità.

In Italia abbiamo fatto passi indietro sulla concorrenza delle gare pubbliche, stiamo tornando a un uso massiccio dell’affidamento diretto, ancora non sappiamo i termini con cui sono avvenuti gli affidamenti per 2,4 milioni di nuovi banchi alle scuole.

Ma avere una visione significa, infine, identificare i tratti di fondo delle trasformazioni che stanno modificando il nostro modo di vivere, di consumare prodotti ed energia, di lavorare, di spostarsi, di curarci.

Avere una visione significa considerare il lavoro a distanza sperimentato nel lockdown come una sfida trasformativa e non temporanea, destinata a identificare nuove modalità dei tempi di lavoro e metriche delle prestazioni per molte mansioni e diversi settori.

Ancora una volta, l’esperienza in corso in molte grandi aziende italiane dell’industria e dei servizi finanziari indica una strada, ma è la politica a dover comprendere che anche la Pubblica Amministrazione e la regolamentazione del lavoro devono seguirla.

Le grandi aree urbane che erano nel pre-COVID i magneti della crescita e dell’attrattività, non solo in Italia ma in tutto il mondo avanzato, sono colpite in profondità dalla necessità di riorganizzare strategicamente i criteri del trasporto pubblico, della diagnostica sanitaria territoriale, del mix tra grande distribuzione e quella di prossimità.

Avere una visione di fondo significa valutare in concreto quali obiettivi e strumenti producono effetti su filiere decisive per la nostra industria e per chi vi lavora, prima di approvare qualsiasi misura sulla sostenibilità ambientale, quali la decarbonizzazione graduale, l’economia circolare, la chiusura del ciclo di trattamento dell’acqua, le nuove infrastrutture energetiche e il crescente utilizzo dell’idrogeno.

Senza fughe millenaristiche in avanti che ci espongano alla fine della siderurgia a ciclo integrato a caldo, o a sussidi che accrescano il nostro deficit estero di bilancia dei pagamenti sull’energia.

Avere una visione di fondo significa rivedere dalle fondamenta il modo in cui si affronta il tema della coesione territoriale tra Nord e Sud. Sommando le cifre ancora a disposizione a questi fini, non utilizzate o riassegnate all’Italia dei diversi fondi UE, si deduce che il vero problema non sono le risorse, ma la capacità tecnica delle Regioni a minor crescita di impegnarle e spenderle con progetti coerenti alle specifiche tecniche richieste dalla UE.

Quanto alle risorse italiane, abbiamo accumulato negli anni una lista molto numerosa di incentivi e bonus ad hoc per il Sud, dai criteri differenziati per accedere alla legge Sabatini, ai vari “cresci al Sud”, “Resta al Sud “, “Bonus Sud” per l’occupazione a tempo indeterminato, e altri ancora.

Nel Volume che consegneremo “Italia 2030 – 2050” il Governo troverà la nostra analisi del perché ciascuno di essi non ottiene i risultati indicati all’atto del varo.

E del perché dunque appare sconsigliabile affiancarvi altri bonus simili e a tempo. Al contrario, avere una visione significa inquadrare le risorse a questo scopo nell’ambito di pochi strumenti incisivi e nuovi, mirati ad aggredire i fattori che, per giudizio convergente, rappresentano il freno prevalente all’attrattività degli investimenti nel Mezzogiorno: le infrastrutture, sia fisiche sia digitali, e la legalità.

A proposito di visione faccio un ultimo esempio.Che riguarda il fisco.
Non conosciamo il dettaglio degli interventi a cui il Governo sta lavorando. Abbiamo letto di misure allo studio che riguardano l’IRPEF, un taglio delle detrazioni, e un intervento cosiddetto sul “cuneo fiscale” che però non allevierebbe la quota a carico delle imprese.

Infine, un ulteriore intervento dovrebbe essere il passaggio per quasi 5 milioni di autonomi alla tassazione mensile per cassa, presentato come una “grande semplificazione”.

Ecco, avere una visione significa prendere in parola tale annunciata capacità dell’amministrazione finanziaria, e tradurla in una potente leva per molti anni a venire: è quello che chiediamo da tempo.

Perché passare alla tassazione diretta mensile solo per i 5 milioni di autonomi? Facciamo lo stesso per tutti i lavoratori dipendenti, sollevando le imprese dall’onere ingrato di continuare a svolgere la funzione di sostituti d’imposta addetti alla raccolta del gettito erariale, e di essere esposti alle connesse responsabilità.

Del resto, INPS e Istat stimano che in Italia ci siano fino a 3 milioni di evasori fiscali tra gli autonomi e altrettanti tra i dipendenti.

Sarebbe una bella prova che lo Stato metta tutti sullo stesso piano senza più alimentare pregiudizi divisivi a seconda della diversa percezione del reddito.

UN PATTO PER L’ITALIA CHE ADERISCA AGLI INDIRIZZI UE

Le direttrici per la Commissione UE sulle quali si devono incentrare i progetti per l’utilizzo del Recovery Fund sono ben chiare: sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, innovazione tecnologica e produttiva, riforme di struttura a forti effetti sul PIL potenziale, come previdenza e giustizia oltre che sistema della formazione.

I progetti devono essere congrui alle finalità, precisi nell’indicazione delle risorse impegnate e nelle metriche dei risultati prefissi. E devono essere calibrati anche nell’effetto complessivo del mercato interno dell’intera Unione, non solo elenchi nazionali.

Un buon esempio di come seguire queste indicazioni chiare è venuto dal Piano Relance France. Il piano prevede 100 miliardi di interventi di cui 40 a carico della UE, ed è precisamente indirizzato secondo tre finalità prioritarie: un terzo alla sostenibilità ambientale; un terzo a quella sociale con profonda attenzione ai temi dell’inclusione, delle periferie urbane e del coinvolgimento delle reti sociali-solidali del Terzo Settore; e 35 miliardi volti alla competitività del sistema imprese, di cui 25 miliardi di incentivi all’innovazione e trasferimento tecnologico e 10 miliardi di taglio secco all’imposizione diretta sulle imprese.

Abbiamo bisogno di una scelta simile. Anche perché, se sommiamo le oltre 500 proposte avanzate nel complesso dai diversi Ministeri, quelle delle Regioni, delle Città metropolitane e dell’ANCI, si arriva a un multiplo di 3 o 4 volte i 208 miliardi del Recovery Fund.

L’uso del Recovery Fund deve esprimere una visione di fondo della crescita dell’Italia. La società italiana vi si deve riconoscere. Altrimenti, dopo tante promesse per centinaia di miliardi, le misure saranno foriere di contrasti, di difficile attuazione e facilmente reversibili.

La nuova produttività deve considerare contestualmente le politiche di innovazione, la formazione e l’advance knowledge, la regolazione per promuovere l’efficienza dei mercati, le infrastrutture abilitanti sia fisiche (ovvero ICT, logistica ed energia), sia istituzionali (PA, competenze e organizzazione sinergica) e interventi strutturali per la coesione sociale.

È su questo concetto ampio di produttività che si devono concentrare le azioni e le politiche dei prossimi anni, con l’obiettivo di massimizzare il ruolo di motore dello sviluppo del sistema delle imprese e del lavoro, e dare una nuova centralità alla manifattura.

Questo è il fulcro del patto che chiediamo di scrivere. Con noi e con tutte le parti sociali. È questo il senso del Patto per l’Italia che chiediamo alle istituzioni, alla politica, a tutti i maggiori soggetti economici e sociali del nostro Paese.

Un grande e comune Patto per l’Italia. Il primo ad aver richiamato più volte, negli ultimi mesi, all’urgenza di fissare chiare priorità è stato il Capo dello Stato.

Al quale esprimo in questa sede, a nome mio e dell’intero Sistema Confindustria, la più calorosa gratitudine e infinita stima per l’equilibrio e la fermezza con cui svolge il suo mandato di custode della Costituzione, e di grande moderatore della nostra Repubblica.

L’Europa ha compiuto nel COVID un grande passo in avanti, che non era avvenuto nel post 2008. Il passaggio da 60 miliardi circa di debito europeo a un multiplo fino a 750 miliardi circa, i trasferimenti netti ai paesi membri a fianco dei prevalenti prestiti, offrono la possibilità per uno spazio economico sulla base di risorse per la prima volta davvero comuni.

In questo, la ricostruzione dell’economia europea è l’occasione per una nuova visione. In prospettiva, si apre il tema di un vero Ministro dell’Economia Europea dotato di proprio

portafoglio e proprie entrate oltre la quota dovuta all’Unione Europea sull’IVA, superando l’attuale separazione tra le diverse competenze dei Commissari Europei.

Sullo sfondo di un mondo che attende le elezioni americane per capire se continuerà o no la spinta protezionista che ha frenato il commercio mondiale, che s’interroga sul mancato coordinamento delle maggiori banche centrali, sul ruolo della Cina, oltre che sul diverso contributo alla transizione energetica tra Paesi più e meno sviluppati.

Sugli effetti di quella che sempre più probabilmente sembra profilarsi come una Hard Brexit. E su nuovi focolai di tensione nel Mediterraneo, per effetto dell’aggressiva geopolitica della Turchia, che investe anche i nostri diretti interessi energetici.

Sono sfide sulle quali possiamo e dobbiamo influire. Sono tutti temi sui quali la presidenza del G20, affidata proprio all’Italia nel 2021, è chiamata a un contributo essenziale.

La presidenza italiana del G20 è un’occasione straordinaria, e cade in tempi ancor più straordinari.

Le misure proattive delle banche centrali e quelle di stabilizzazione dei mercati finanziari dopo il 2008 conobbero una prima cornice di coordinamento proprio grazie alla decisione del G20 di affidarne il compito istruttorio al Financial Stability Board.

Oggi ne serve una riedizione su proposta dell’Italia, per evitare asimmetrie tra l’operato delle maggiori banche centrali e per scongiurare che i mercati obbligazionari siano sempre più penalizzati dalla persistenza dei tassi negativi.

E nella grande sfida del G20 Confindustria sarà impegnata in prima fila, con Emma Marcegaglia a presiedere il B20, che coordina l’apporto delle associazioni produttive di tutti i Paesi membri, e con una squadra di eccellenti imprenditori italiani indicati alla guida delle 7 task force in cui si articolerà il lavoro e l’apporto complessivo delle imprese su tutti i temi dell’agenda mondiale.

Infine, aderire alle direttive europee significa ancora due cose. La prima, è scegliere la via giusta per sostenere imprese e settori più colpiti. E ovviamente noi parliamo per l’industria. Nei mesi del lockdown, il Governo ha assunto misure di sostegno alla liquidità delle imprese e di rifinanziamento al fondo PMI.

Ma i sussidi non sono per sempre, né possiamo o vogliamo diventare un Sussidistan, come è stato recentemente scritto. Già l’estate doveva essere il momento di altre scelte. Scelte su cui indirizzare più incisivamente il futuro.

E il futuro non può che essere letto in una chiave di filiere, possibilmente europee, come peraltro suggerisce la nuova strategia dell’UE.
Si tratta di filiere i cui fornitori disegnano una geografia molto più ampia delle singole imprese di settore. Su queste filiere dell’industria italiana occorre uno sforzo particolare.

Ma, voglio essere chiaro, non sono i sussidi, né ulteriore indebitamento sia pur con garanzia pubblica. Serve tutt’altro. L’esempio è quanto avvenuto nell’emergenza sanitaria. La struttura produttiva italiana non era pronta a maxi produzioni di dispositivi sanitari di protezione, mascherine, e reagenti. Ma lo Stato ha creato condizioni di incentivo tali da rendere possibile un balzo di quelle produzioni, perché giustamente considerate strategiche.

Per le filiere che rischiano perdite a doppia cifra, gli strumenti dovrebbero essere analoghi. Non sussidi ma condizioni regolatorie e di mercato tali da tornare ad accrescere produzione e occupazione. Vale per l’edilizia e l’immobiliare come per l’auto e i trasporti.

E il problema della logistica non si risolve da solo con l’Alta Velocità ferroviaria, è una somma di nodi concatenati da sciogliere, viari e ferroviari, tra porti e interporti, sui maggiori assi domestici e transfrontalieri usati dalle merci italiane e straniere.

C’è poi un’altra essenziale priorità, per aderire all’impostazione europea. Sui conti pubblici serve un’operazione verità. Primo. Nell’entusiasmo per i 208 miliardi che ci vengono dall’Europa, e che si aggiungono al SURE e alle nuove linee di credito BEI, tende a svanire l’attenzione sul danno certo per il Paese se il Governo rinuncia al MES sanitario privo di condizionalità.

Secondo. Non vorremmo trovarci un domani a constatare che l’onere della parte di Recovery Fund percepita in trasferimenti sia finanziato con nuove tasse solo a carico delle imprese, specie di quelle che producono e danno occupazione in Europa: plastic tax, carbon tax, web tax o quel che si voglia. Terzo. Non si scorge ancora una prospettiva solida di interventi che diano sostenibilità al maxi debito pubblico italiano, il giorno in cui la BCE dovesse terminare i suoi interventi straordinari sui mercati grazie ai quali oggi molti si illudono che il debito non sia più un problema.

Anche questa non è una posizione ideologica. Come ci ha ricordato ancora una volta Mario Draghi, nella crisi la differenza non è tra più o meno debito, ma tra quello “buono” e “non buono”.

La differenza è che il primo rende il debito meglio sostenibile attraverso meno spesa corrente, ma con più investimenti che alzino la produttività e riforme strutturali che estendano mercato e lavoro creando più coesione sociale. L’unico “debito buono” è quello utilizzato a fini produttivi.

LA SFIDA DELLE IMPRESE

Il Patto per l’Italia non ha come controparte solo le istituzioni, il Governo e la politica. Noi vogliamo apportarvi il nostro pieno impegno nel contributo che le imprese possono dare all’intero Paese per vincere incertezza e sfiducia, il nostro patrimonio di conoscenze e competenze, le nostre risorse da investire.

Ma, proprio per questo, dobbiamo avere le idee chiare ed essere molto uniti in ciò che ci proponiamo innanzitutto sul terreno delle relazioni industriali. Nella lettera inviata ad agosto a tutte le associazioni del nostro Sistema, ho illustrato finalità, caratteristiche e strumenti della profonda riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro, che abbiamo proposto in un documento inviato a metà luglio a Governo e sindacati.

Dal punto di vista delle imprese è da qui che bisogna partire, valorizzando il contributo di Governo, imprese e sindacati, nessuno escluso. Mentre, sin qui, è stato protratto l’errore di vietare per legge i licenziamenti, che non ha evitato una enorme perdita occupazionale, ma ha solo impedito alle imprese di ristrutturare e di assumere per ripartire.

Nel 2019 si sono registrati in Italia 7 milioni di contratti cessati e 7,3 milioni di nuovi contratti sottoscritti. Finora, i nuovi contratti rilevati dall’INPS si fermano poco oltre quota 2 milioni. Noi abbiamo chiesto di abbandonare questa prospettiva e abbiamo letto con interesse, due domeniche fa, che anche il Ministro Gualtieri sembra d’accordo. Non rientro nei dettagli della nostra proposta.

La cosa che più mi preme ricordare è che essa si ispira al varo di vere politiche attive del lavoro, smontando la parte di Reddito di Cittadinanza non destinata al contrasto della povertà ma destinato in teoria alle politiche del lavoro che però, di fatto, per constatazione ormai unanime, non funziona.

Occorre invece aprire alle Agenzie per il Lavoro, che conoscono, a differenza dei Centri Pubblici per l’Impiego, le competenze richieste dalle imprese, e collegarvi nei nuovi contratti l’assegno di ricollocazione, cioè coinvolgendo direttamente le imprese nelle procedure dell’outplacement, e gli enti bilaterali di formazione imprese-sindacato nella grande opera di riaddestramento a nuove competenze che servono nell’industria e nell’intera economia italiana.

Coerente a questa visione di interesse generale è la posizione di Confindustria sui contratti. Confindustria sta subendo una serie di accuse sindacali, e non solo, sulla nostra presunta contrarietà al rinnovo dei contratti. Nessuno ha mai parlato di blocco della contrattazione. Tanto è vero, poi, che nella sanità privata l’assemblea della nostra AIOP ha dato il via libera 4 giorni fa alla ratifica del nuovo Contratto Nazionale.

Mi sembra improprio essere considerati nemici dei contratti se quello sulla sanità si chiude in 14 settimane dalla mia nomina, mentre i sindacati dicono che mancavano da 14 anni! Io penso che la presidenza di Confindustria abbia in materia di contratti un duplice dovere.

Avere un sacro rispetto per l’autonomia delle associazioni. E al contempo richiamare fermamente tutti al rispetto delle regole. In questo caso, delle regole in materia di contratti che due anni fa abbiamo sottoscritto con tutti i sindacati confederali.

Qualche leader sindacale ha dichiarato che gli imprenditori sarebbero “furbetti”. Se proprio c’è qualcuno che vuol fare il furbo, è chi quelle regole due anni fa le ha firmate, e oggi s’inventa polemiche perché non vuole rispettarle.

Quelle regole fissano princìpi chiari sulla rappresentanza, per combattere la diffusione dei contratti pirata. E su come si calcolano le retribuzioni.

Il trattamento economico minimo: per ribadire che lo si stabilisce bilateralmente nei contratti, e non imponendo un salario minimo per legge enormemente superiore alla media retributiva come vorrebbero alcuni parti politiche, violando l’autonomia delle parti sociali.

E il trattamento economico complessivo: per dare spazio alla retribuzione di produttività, welfare aziendale, formazione e assegno di ricollocazione.

Queste sono le regole. Dove vengono rispettate, i contratti, dopo il legittimo e giusto confronto tra le parti, si rinnovano senza problemi, come nel settore della gomma-plastica e del vetro.

Il dovere della presidenza, oggi, è poi ancora più pressante. Perché ci sono settori e imprese che nel lockdown non si sono fermati e hanno accresciuto produttività e produzione. Ma ce ne sono tante altre e settori interi che hanno visto questi indicatori andare a picco.

Noi non discutiamo la libertà delle imprese di sottoscrivere i contratti che vogliono. Come sta avvenendo nell’alimentare. Ma non possiamo immaginare che accordi stipulati in violazione alle regole sottoscritte due anni fa possano ricadere a cascata su tutti i nuovi CCNL.

Essi metterebbero in enorme difficoltà tantissime imprese a minori margini, soprattutto le piccole. Oppure, in alternativa, si darebbe il via libera a un aumento di contratti che svuoterebbe dall’interno il senso stesso delle nostre associazioni, e sarebbe l’opposto della dichiarata volontà di ridurre e semplificare le centinaia di contratti oggi vigenti.

Per tutto ciò, mi auguro che il fraintendimento si possa superare presto, attraverso dialogo, rispetto e ragionevolezza. Non con accuse infondate. Se le regole sottoscritte due anni fa non vanno più bene ai sindacati, bene ridiscutiamole. Ma il blocco dei contratti non lo vuole nessuno.

Confindustria vuole contratti che siano compresi nello stesso spirito della svolta che ho sin qui illustrato e che vogliamo costruire insieme, nel Patto per l’Italia. In caso contrario, voglio essere chiaro. Noi non possiamo chiedere alla politica di rispettare regole e princìpi, se per primi non lo facciamo noi a casa nostra, e i sindacati nel confronto con noi nelle imprese.

Cari amici, concludo questa relazione rivolgendomi direttamente al Premier Conte e al Ministro Patuanelli. Ascolteremo con grande attenzione le vostre osservazioni e spero anche qualche risposta alle nostre richieste.

Ma è veramente difficile che possiate incontrare associazioni più rispettose, costruttive e comprensive di noi. Lo siamo così tanto, che alla nostra Assemblea, come vedete, parla uno per Confindustria, e due per il Governo! Al di là della battuta, spero davvero di esser riuscito a rendervi lo spirito che anima oggi gli industriali italiani.

La necessità di una visione alta con al centro l’impresa italiana. Una visione alta che ci consenta di correre di più, di soddisfare più bisogni, di assicurare un futuro migliore a giovani e famiglie. Una visione che oggi ci chiede coraggio. Il coraggio di scelte appropriate. Che possono sembrare difficili o impossibili. Ma non lo sono.

Fatemi evocare un campione che è un modello di caparbia capacità umana, che affronta senza scoramento e vince sfide impossibili, e che oggi sta combattendo una battaglia che spero vinca ancora una volta: Alex Zanardi.

A chi gli ha chiesto da dove venisse tanta forza, ha risposto: «La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi aver voglia e forza di girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente».

Ecco, all’Italia di oggi serve un po’ di quello spirito di Alex. Dobbiamo girarlo con forza, quel cucchiaino. Tutti insieme. E una volta per tutte, basta dire che gli imprenditori chiedono cose irreali e irrealizzabili. Era la stessa accusa rivolta a Henry Ford, il pioniere della motorizzazione industriale di massa.

Che rispondeva sorridendo: «Impossibile? Ricordatevi che gli aerei decollano ogni giorno controvento, non col vento in coda». Ecco, questo è lo spirito che serve. Scelte per l’Italia del futuro. Scelte anche controvento.
Il coraggio del futuro.

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