Chi rompe, PragaPerché la visita di alcuni politici cechi a Taiwan ha irritato la Cina

Tra i partecipanti, oltre al presidente del Senato Miloš Vystrčil, anche il sindaco di Praga Zdeněk Hřib (Partito pirata) che lo scorso dicembre aveva siglato un accordo di gemellaggio ufficiale tra la propria città e la capitale Taipei

Afp

La visita a Taiwan di una delegazione composta da politici, giornalisti, accademici, giornalisti e imprenditori cechi guidata dal presidente del Senato Miloš Vystrčil, ha fatto infuriare la Cina. Pechino, che considera l’isola “parte inalienabile del territorio cinese” e non certo uno Stato indipendente, ha bollato l’iniziativa come una “provocazione” e ha utilizzato toni particolarmente aggressivi per ventilare possibili ritorsioni contro il paese mitteleuropeo e le aziende ceche che commerciano con la Cina. «Vystrčil pagherà un prezzo pesante per il suo comportamento poco lungimirante e il suo opportunismo politico», ha dichiarato un rappresentante del governo cinese.

Per comprendere una reazione così veemente a un fatto apparentemente secondario, bisogna ripartire dalla storia recente del rapporto tra la Repubblica popolare e l’isola che i colonizzatori portoghesi battezzarono “Formosa”.

Taiwan, nome ufficiale “Repubblica di Cina”, è di fatto uno Stato indipendente dal 1949, anno in cui i nazionalisti cinesi guidati da Chiang Kai-shek, sconfitti dai comunisti Mao Zedong, lasciarono la Cina continentale e si installarono sull’isola, a 143 km dal territorio rimasto in mano ai comunisti.

Se durante la prima parte della Guerra fredda, Taiwan servì a Usa e alleati come polo anticomunista, a partire dagli anni ‘70 un numero crescente di Stati interruppe i rapporti con Taipei per allacciarli con Pechino, che si affermò come l’unica Cina legittima. Il momento spartiacque avvenne nel 1979, quando il governo Usa guidato da Richard Nixon riconobbe ufficialmente la Cina popolare di Deng Xiaoping, che divenne il primo leader cinese a visitare gli States.

Rimasta sostanzialmente priva di appoggi internazionali davanti a una Cina popolare sempre più assertiva, prospera e potente, la dirigenza taiwanese iniziò gradualmente a prepararsi all’eventualità di un’unificazione, nonostante l’avversione di gran parte della popolazione a questa posizione.

Dal canto suo, già verso la fine degli anni ‘80, Pechino cominciò a ventilare la possibilità di offrire a Taipei il principio“un paese, due sistemi”, che sarebbe stato applicato da lì a poco a Hong Kong e Macao, le due ex colonie recuperate rispettivamente dal Regno Unito (nel 1997) e dal Portogallo (nel 1999). In questo modo, le unità amministrative sarebbero state parte del territorio cinese continuando però ad amministrarsi autonomamente e a perseguire relazioni commerciali parzialmente indipendenti. Dunque, uno status quo estremamente precario ed evidentemente transitorio, come dimostrato anche dalle recenti tensioni tra Pechino e Hong Kong.

Sostenitore radicale del principio “una Cina” sancito già nel 1992, il presidente Xi Jingping ambisce a inglobare l’isola nella Repubblica popolare nel contesto del “rinnovamento della nazione cinese”. Come spiegato dalla rivista Limes, sebbene l’invasione di Taiwan da parte della Cina non sia al momento un’opzione probabile, Pechino sta attuando una tattica articolata per far cadere nelle proprie mani Taipei, che attualmente intrattiene rapporti diplomatici solo con quindici Stati e in Europa solo con il Vaticano. Un piano che prevede di sfruttare il proprio peso economico, condurre una campagna propagandistica per persuadere i taiwanesi ad accettare l’annessione e isolare diplomaticamente il paese.

Tuttavia, nonostante non abbia più rapporti ufficiali con l’isola dal 1979, Washington non ha dimenticato del tutto Taipei. Ha continuato a fornirle energia e armamenti, ma soprattutto non ha mai abrogato l’accordo di difesa del 1954, in base al quale sarebbe tenuta a intervenire militarmente a Taiwan in caso di tentata invasione cinese. E qui si arriva alla situazione geopolitica attuale, dominata dallo scontro tra Usa e Cina.

L’esacerbazione di questo conflitto, accelerata dal presidente Donald Trump ma non imputabile esclusivamente a lui, sta spingendo sempre più stati a schierarsi: o con Washington o con Pechino. Così, tenere un piede in due scarpe sta diventando un’opzione sempre meno praticabile. Nei paesi più ricchi questo scontro si svolge soprattutto in un campo di battaglia specifico: la tecnologia. Washington sta conducendo un’intensa campagna diplomatica per convincere gli alleati a rinunciare ai servizi di Huawei, azienda leader nel settore e ritenuta la longa manus di Pechino.

A ogni modo, le tensioni internazionali non bastano a spiegare integralmente il senso di questa missione. Gli osservatori più attenti hanno infatti sottolineato come dietro alla mossa del presidente del Senato si celino anche esigenze di politica interna. La collocazione geopolitica del paese sta diventando un tema sempre più divisivo per la Repubblica Ceca, con il governo del premier Andrej Babiš apparentemente incapace di elaborare una sintesi. Come già scritto da Linkiesta, in Cechia esiste una radicata fazione filocinese, raggruppata attorno al presidente Milos Zeman, fautore di una politica estera “sovranista” slegata dagli obblighi atlantisti e ben disposta verso Stati non occidentali come Cina e Russia.

Da un lato, Babiš si è mostrato sensibile ai richiami di Washington, adottando un atteggiamento sempre più critico nei confronti di Huawei, soprattutto dopo che l’Agenzia ceca per la sicurezza del ciberspazio e dell’informazione (Nukib) aveva bollato l’azienda hi-tech cinese «una minaccia per la sicurezza nazionale» a dicembre 2018. Dall’altro, il premier sembra anche succube delle posizioni del presidente e dell’imprenditoria ceca, favorevoli al mantenimento di rapporti cordiali con Pechino. Lo scorso agosto, durante la visita del Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, aveva ribadito l’intenzione di richiamare più investimenti dalla Cina.

L’iniziativa del presidente del Senato Vystrčil, seconda carica più importante del paese, ha quindi avuto anche un chiaro significato simbolico. Vystrčil è membro del principale partito di opposizione, il Partito civico-democratico (Pcd), di orientamento sovranista e euroscettico. Con questa mossa, che rimarcherebbe il diritto della Cechia a perseguire una politica estera indipendente  e quindi filoccidentale, l’opposizione punta verosimilmente a sabotare ulteriormente i rapporti tra Praga e Pechino, mettendo pressione al premier Babiš e ostracizzando la fazione filocinese. Così, pur dissociandosi dall’iniziativa di Vystrčil, il ministro degli Esteri Tomas Petricek non ha potuto che stigmatizzare la reazione aggressiva dei rappresentanti della Cina popolare.

Questa missione diplomatica a Taiwan, la prima di tale importanza effettuata dalla Cechia dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe dovuto originariamente tenersi la scorsa primavera, ma era stata annullata per la morte improvvisa del predecessore di Vystrčil, Jaroslav Kubera. Secondo la vedova di Kubera, il fatale arresto cardiaco subito dal marito sarebbe stato causato dalle intimidazioni della Cina. In una lettera ufficiale le autorità cinesi avevano minacciato ritorsioni contro le compagnie ceche presenti nel mercato cinese, qualora il presidente del Senato avesse messo piede sull’isola.