Washington chiama, Visegrád rispondeL’Europa centrale sta voltando le spalle al 5G di Huawei

Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia avevano mantenuto posizioni molto ambigue verso la Cina. Ora, dopo l’arresto del responsabile della multinazionale cinese a Varsavia e vari report di intelligence si moltiplicano i segnali di un riposizionamento della regione

Afp

La recente decisione del governo inglese di bandire Huawei ha riportato l’attenzione sulla presenza dell’azienda cinese in Europa e i rischi che questa comporta per la sicurezza dei paesi che decidono di affidarle lo sviluppo della rete 5G.

Il dilemma è semplice da enunciare, difficile da sbrogliare: a oggi l’azienda di Shenzhen offre le tecnologie più avanzate per lo sviluppo del 5G e quindi in prospettiva per quello dell’Internet of things, ma la sua supposta vicinanza al potere cinese la rende un cavallo di Troia pericoloso, secondo i critici. 

Gli Stati Uniti hanno più volte messo in guardia i propri alleati, intimando loro di limitare l’interazione con il colosso tecnologico paventando la possibilità che, qualora ottenesse le chiavi degli apparati di sicurezza nazionali, potrebbe trasmettere informazioni sensibili all’avversario cinese. Accuse puntualmente smentite da Huawei, che si professa un semplice attore economico privato, vittima suo malgrado di faide geopolitiche in cui non svolgerebbe alcuna reale funzione. 

Il grado con cui ciascun cliente degli Stati Uniti interagisce, o ambisce a interagire, con il gigante dell’hi-tech cinese è così divenuto un indicatore eloquente del grado di fedeltà a Washington.  

Con le loro variegate affiliazioni internazionali, le loro istituzioni permeabili e le loro velleità sovraniste, gli Stati del gruppo Visegrád offrono un punto d’osservazione illuminante sulla declinazione europea di queste tensioni globali. Se i quattro membri – Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia – avevano finora mantenuto posizioni molto eterogenee, si sono moltiplicati negli ultimi mesi i segnali di un riposizionamento dell’intera regione. Dettato verosimilmente dalla crescente intensificazione dello scontro Usa-Cina, che rende sempre più arduo il tentativo di mantenere un piede in due scarpe.

L’impressione è quella di un generale riallineamento al volere della Casa Bianca: nonostante i soldi cinesi facciano tuttora gola a tutte e quattro le capitali mitteleuropee, la stella di Huawei sembra brillare molto meno di quanto facesse anche solo un anno fa. 

Dopo alcune iniziali aperture a Pechino, Varsavia si è presto risintonizzata sulla frequenza di Washington, garante assoluta della sua sicurezza – ovvero deterrente insostituibile di qualunque tentazione militare russa. L’anno scorso Huawei aveva annunciato l’intenzione di investire fino a 700 milioni di euro nel mercato polacco, ma aveva vincolato l’investimento all’ottenimento di un ruolo primario nello sviluppo del 5G polacco.

Per evitare fraintendimenti, a gennaio 2019 l’Agenzia di sicurezza polacca ha arrestato il responsabile vendite di Huawei nel paese con l’accusa di spionaggio – primo cittadino cinese a essere incriminato per questo reato nella storia della Polonia. Pochi mesi dopo, contraddicendo precedenti uscite filocinesi, il presidente Andrzej Duda si è premurato di dichiarare la propria contrarietà alla presenza di operatori cinesi in infrastrutture strategiche come porti e aeroporti. 

Inoltre, già lo scorso settembre la Polonia è stata il primo paese Ue a siglare un Memorandum of understanding sulla sicurezza del 5G con gli Usa. Varsavia si è addirittura impegnata a varare norme più restrittive sull’adozione di tecnologie per il 5G, celebrando la campagna anti-Huawei indirizzata dal presidente Donald Trump agli alleati europei come uno “splendido successo”. Il messaggio è limpido: per i polacchi, qualunque interazione con i cinesi può avvenire solo nel saldo perimetro delle linee rosse stabilite dall’alleato transatlantico.  

Una posizione simile a quella oggi adottata da Praga, che però si è dimostrata molto più ondivaga nel proprio rapporto con Pechino. A differenza della Polonia, in Cechia esistono segmenti politici favorevoli al flirt con la Cina (e con la Russia), riuniti intorno al presidente Miloš Zeman. Qualunque questione dalle implicazioni geopolitiche, come la costruzione di un reattore nucleare, si innesta sulle divisioni dello spettro politico interno. La saga Huawei non ha fatto eccezione. 

Sebbene sulle prime la Cechia fosse parsa uno degli Stati dell’Unione europea più propensi a interloquire con la Repubblica popolare, a dicembre 2018 si è era verificata una brusca inversione di rotta. L’Agenzia ceca per la sicurezza del ciberspazio e dell’informazione, la Nukib, aveva bollato Huawei e Zte come una “minaccia alla sicurezza nazionale”, invitando le autorità a non adoperare le loro tecnologie. Il paese mitteleuropeo era così diventato il primo in Ue a seguire l’esempio degli Usa, che pochi mesi prima avevano approvato una legge per proibire agli enti pubblici di impiegare i prodotti dei due colossi cinesi.

L’uscita della Nukib aveva scatenato l’ira del presidente Zeman, che si era subito prodigato per disinnescare l’inevitabile crisi diplomatica e tutelare gli investitori cinesi nel paese. Nei mesi seguenti si era consumato un conflitto politico aperto, che aveva portato tra l’altro al licenziamento del direttore della Nubik. 

Incalzato da un dossier così incandescente, il premier Andrej Babiš ha optato per temporeggiare, rimettendosi alle future decisioni dell’intera Ue in materia. Tuttavia, con la dichiarazione congiunta siglata lo scorso maggio, che impegna Praga a cooperare con Washington per impedire che la fornitura di tecnologia 5G sia soggetta a “indebite influenze straniere”, i cechi sembrano aver fatto una scelta di campo simile a quella dei vicini polacchi. La partita, però, è ancora aperta.   

Diversamente dai due compagni regionali, Budapest ha sempre manifestato platealmente la propria ammirazione per Pechino. Nell’Ungheria odierna non paiono darsi forze apertamente anti-cinesi e, se esistono, sono precauzionalmente tenute ai margini dall’opinione pubblica grazie al controllo sull’informazione esercitato dalla cerchia del premier Viktor Orbán. Che nel 2013 aveva entusiasticamente accettato di ospitare in Ungheria il più grande centro logistico Huawei fuori dai confini cinesi. 

La politica estera orbaniana non solo permette, ma caldeggia l’interazione con qualunque Stato che possa portare soldi, investimenti e tecnologie, meglio ancora se illiberale come   i modelli del premier magiaro (Russia, Cina e Turchia), così da non doversi curare di opinioni pubbliche, elezioni e di tutti gli orpelli democratici che potrebbero ostacolare gli scambi economici. 

Le velate minacce degli Usa, come il monito pronunciato dal Segretario di Stato Mike Pompeo in visita a Budapest, non erano sembrate impressionare granché le autorità ungheresi. Ancora dopo l’intemerata di Pompeo, il ministro degli Affari esteri e del Commercio Péter Szijjártó, aveva ribadito l’intenzione di assegnare a Huawei un ruolo centrale – seppur non esclusivo – nella costruzione delle reti 5G del paese. 

Tuttavia, come ricostruito dal sito d’inchiesta Direkt36, i soggetti economici che operano in Ungheria stanno gradualmente piegandosi alle pressioni di Washington, per timore di incapare in ritorsioni su altri mercati ben più appetibili di quello magiaro (nemmeno dieci milioni di persone).  

Lo scorso aprile Magyar Telekom, primo operatore sul mercato ungherese, ha annunciato che svilupperà la rete 5G in partnership con la svedese Ericcson. Il secondo maggior operatore, Vodafone Hungary, che ha costruito la rete 4G proprio con tecnologie Huawei, non ha ancora ufficializzato la scelta, ma essendo un’emanazione di quella Vodafone registrata nel Regno Unito, sembra probabile che si adegui alla decisione di Londra e abbandoni l’azienda cinese. Resta in campo il terzo operatore, Telenor Hungary, di proprietà del magnate ceco Petr Kellner, imprenditore dai molteplici interessi in Cina, considerato vicino a Orbán. Al momento solo questa società starebbe valutando la collaborazione con Huawei. La propaganda filocinese dell’esecutivo, insomma, stenta a tradursi in intese economiche.   

Infine, storia a sé sembra invece fare, anche in questo campo, Bratislava. A livello di dichiarazioni ufficiali, il governo precedente aveva più volte ventilato la possibilità di collaborare con Huawei. Tuttavia, un anno fa un progetto per garantire l’accesso a Internet alle scuole del paese, che sembrava sarebbe stato assegnato all’azienda cinese, era stato in seguito commissionato a due imprese americane. 

Esulando dal settore del 5G, la Cina in Slovacchia non pare essere granché influente. Ha una presenza economica molto circoscritta – né import né export raggiungono il 5% – e l’elezione dell’avvocatessa-attivista Zuzana Čaputová alla presidenza ha spostato Bratislava su posizioni più critiche verso Pechino, stigmatizzato per il suo scarso rispetto dei diritti umani.  

Ancora più dei suoi tre colleghi del Gruppo Visegrád, la Slovacchia attende di scoprire cosa deciderà la Germania, per accodarsi prontamente. 

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