Una sicurezzaIl governo Conte, quello col Pd, continua la guerra ai taxi del mare come ai tempi del governo Conte con Salvini

A una nave Ong che raccoglie naufraghi davanti alle coste libiche si potrà ancora vietare il transito e la sosta nel mare territoriale italiano. Lo dice il “nuovo” decreto immigrazione

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Non si sa se il testo diffuso da Repubblica e poi fatto circolare tra gli addetti ai lavori fotografi con esattezza il compromesso maturato nella maggioranza sul superamento dei cosiddetti decreti sicurezza.

Non è chiaro neppure quanto il presunto via libera da parte del M5S garantisca il sostegno dei gruppi parlamentari grillini, libanizzati dallo scontro interno. Prescindendo da questi aspetti e fermandosi al testo diffuso, si possono però fare alcune considerazioni sulla portata riformatrice del decreto immigrazione tante volte annunciato dall’esecutivo.

La prima cosa evidente è che i decreti sicurezza non saranno affatto aboliti. Non ci sarà, in ogni caso, dal punto di vista normativo il ritorno allo status quo ante. Si prevedono interventi di correzione o moderazione delle misure più pesantemente “cattiviste” e in alcuni casi puri interventi di maquillage, che non mutano in nulla le disposizioni e gli effetti dei decreti Salvini.

Per quanto riguarda il primo decreto sicurezza, che interveniva in maniera pesantemente restrittiva sul riconoscimento della protezione internazionale e sulle misure di integrazione per i richiedenti asilo, non viene ripristinata la protezione umanitaria, abolita dal Governo Conte I, che rappresentava da anni la forma principale, ancorché residuale dal punto di vista normativo, di accesso alla protezione internazionale. È però prevista una forma di protezione speciale che dovrebbe, nelle intenzioni del legislatore, recuperare molti di quelli che in base al primo decreto sicurezza diventavano clandestini ope legis.

Sul fronte dell’integrazione, con il ritorno al sistema degli Sprar e la convertibilità dei permessi di soggiorno in permessi di lavoro ci sono i passi avanti più significativi. Sui tempi di permanenza nei centri di rimpatrio, che Salvini aveva portato a 180 giorni dai 90 prima previsti, la bozza governativa prevede un massimo di 120 giorni. Una piccola concessione al “cattivismo”.

Per quanto riguarda le politiche di contrasto a quelli che Di Maio battezzò “taxi del mare”, cioè all’attività di soccorso dei naufraghi, il decreto immigrazione del governo cancella le disposizioni introdotte dal decreto sicurezza bis nel testo unico delle leggi sull’immigrazione, per riscriverle nel codice della navigazione (Regio decreto 30 marzo 1942, n. 327), semplicemente con una diversa formulazione e con il trasferimento in capo al ministro dei trasporti, anziché a quello dell’interni, del potere di vietare l’ingresso e il transito di navi nel mare territoriale.

Il decreto sicurezza bis recitava: «Il Ministro dell’interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n.121, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, paragrafo 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento è adottato di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri».

Il “nuovo” decreto immigrazione prevede invece questo: «Per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, paragrafo 2, lettera g), della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689, limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti su proposta del Ministro dell’interno di concerto con il Ministro della difesa e previa informazione al Presidente del Consiglio può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale». Dove starebbe la differenza?

Il fatto che il “nuovo” divieto previsto non trovi applicazione per attività di soccorso «immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e soccorso in mare» non cambia in realtà nulla, perché anche il decreto Salvini, come è ovvio, non aveva autorizzato, né poteva autorizzare esplicitamente alcuna deroga rispetto agli obblighi previsti dalle convenzioni in materia di diritto del mare, ma si limitava a determinare le condizioni normative per una presunzione di colpa o di complicità nel fiancheggiamento dell’immigrazione clandestina in capo alle Ong.

Nella nuova formulazione, come nella vecchia, a una nave di una Ong che raccolga naufraghi davanti alle coste libiche si potrà continuare a vietare il transito e la sosta nel mare territoriale italiano, sulla base di una presunta violazione della normativa sull’immigrazione o per ragioni di ordine e sicurezza pubbliche. Per essere chiari, all’Alan Kurdi cui il Ministro Lamorgese ha negato lo sbarco pochi giorni fa – salvo concederlo in seguito ad Arbatax per il peggioramento delle condizioni del mare e il rischio di naufragio – si potrà continuare a vietare transito, sosta e attracco in Italia.

E in questo spirito si potrà continuare a osteggiare burocraticamente l’attività delle Ong, come sta avvenendo con la Mare Jonio, a cui la Capitaneria di Porto di Pozzallo ha vietato l’imbarco del personale necessario alle operazioni di salvataggio in mare dei migranti. Il fatto che le sanzioni amministrative per le Ong siano ridotte – da un massimo di 1 milione a uno di 50.000 euro – non rende di per sé più agevole e neppure più consentita la loro attività.

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