Chicago 7Storia dei figli dei fiori e della sinistra che una volta si occupava di cose serie

Il nuovo film di Aaron Sorkin, sceneggiatore innamorato della musicalità delle parole, racconta il processo ai pacifisti che interruppero la Convention democratica del 1968 per protestare contro la guerra in Vietnam. E tra le altre cose, nel dialogo tra l’hippie e il moderato di cinquant’anni fa si ritrova, a parti invertite, il dibattito attuale del mondo liberal

Jack Nicholson che cazzia l’avvocato dei buoni dicendogli che lui vuole dormire al caldo sapendo che ci sono dei cattivoni armati, di guardia ai muri, in Codice d’onore.

Alec Baldwin che dice a chi gli vuole fare causa «io non ho il complesso d’essere dio: io sono dio», in Malice.

Jesse Eisenberg che, nel ruolo di Mark Zuckerberg, dice all’avvocato dei gemelli Winklevoss «se i suoi clienti avessero saputo inventare Facebook, avrebbero inventato Facebook».

Ad Aaron Sorkin tutti chiedono sempre dei dialoghi, quel ritmo che riconosceresti ovunque, e lui risponde sempre (è uno scrittore: quando trova una storia che funziona, la ripete all’infinito) che i suoi lo portavano a teatro da piccolissimo, e lui non capiva la storia ma era innamorato della musicalità delle parole.

Prima o poi qualcuno gli obietterà: ma non sarà che un’influenza persino più rilevante le deriva dal venire da una famiglia di avvocati, visto che la cosa che evidentemente le piace di più scrivere sono le deposizioni, le testimonianze, le arringhe?

Il processo dei Chicago 7 – che se siete gente che va al cinema potete vedere dal 30 settembre, e se siete gente che guarda i film nel telefono trovate su Netflix dal 16 ottobre – l’ha voluto scrivere perché era quasi solo un tribunale.

È il processo davvero avvenuto a un manipolo di cliché – figli dei fiori, un sindacalista, una Black Panther – che nel 1968 organizzarono una manifestazione a Chicago durante il Congresso dei Democratici. Finì in scontri con la polizia, e in quel processo. Un processo politico, dice il più fricchettone di tutti, Abbie Hoffman. Non esistono processi politici, esistono processi penali e processi civili, risponde l’avvocato. È un dialogo che si svolge abbastanza all’inizio, è il momento in cui capisci che tutto il film servirà a smentire quell’analisi e ti metti comoda.

(A un certo punto una ragazza dice «La maggior parte della gente è intelligente», e un avvocato risponde «Se lo credi davvero, ti si spezzerà il cuore ogni giorno» – e tu pensi: ehi, è un film ambientato nel 1970 o una sintesi di quel che pensiamo scorrendo Twitter nel 2020?)

Ad Aaron Sorkin piace dare i meriti agli altri. Nella sua prima stesura, la prima puntata di The Newsroom cominciava col protagonista, un conduttore televisivo, accompagnato da una guardia del corpo: aveva ricevuto minacce per qualcosa che aveva detto. Non sapevamo cosa fosse. Racconta Sorkin che fu Scott Rudin – produttore di grandi successi e di leggendario brutto carattere – a dirgli: sì, ma io quella scena in cui si inguaia voglio vederla.

E allora Sorkin scrisse la scena più amata e più odiata degli ultimi anni di televisione. Quella in cui Will McAvoy è sul palco in un’università, una studentessa gli chiede perché l’America sia il più bel paese del mondo, e lui fa una tirata su tutti i fallimenti americani, dall’alfabetizzazione alla sanità, e conclude: non lo è.

Quando Steven Spielberg lo chiamò per scrivere la storia del processo di Chicago, doveva dirigerla lui. Era il 2006, Sorkin era uno sceneggiatore strapagato ma non aveva mai diretto niente. Negli anni il film è passato per molte ipotesi di regia, tra cui quella di Paul Greengrass (quello dei Bourne, i film di correre e di sparare, ma anche il regista di varie storie vere).

Sorkin gli si rivolse per un consiglio: aveva studiato il caso, erano due anni che si scervellava su come dar forma al film, ma gli sembrava di metter giù sempre «la versione drammaturgica d’una paginetta di Wikipedia». Vanno a cena a Londra: «Gli ho raccontato degli scontri e del processo e poi ho detto: Nel mezzo di tutto questo c’erano questi due tizi, fratelli separati alla nascita, che non si sopportavano anche se avevano gli stessi obiettivi, ma che alla fine arrivano a rispettarsi. E Paul dice: “Scrivi dei fratelli”, ed è allora che le cose iniziano a ordinarsi nella mia testa».

(Gli piace dare i meriti agli altri, e gli piace intortare l’interlocutore con una buona storia, mica dev’esser per forza vera: l’antipatia tra il capellone e la sua controparte imborghesita – Tom Hayden, quello che per il processo si è persino tagliato i capelli – ha un ruolo marginalissimo nel film. «Abbie è più intelligente di come lo credi tu», dice un avvocato; «Una mucca è più intelligente di come lo credo io», risponde Tom).

Poi è finita che Sorkin si è messo a fare il regista, e quindi Spielberg gli ha detto che questo film sul processo avrebbe dovuto dirigerlo lui, e lui – che scrive praticamente dei radiodrammi, quasi solo scene in interni – si è ritrovato a dover dirigere risse, lacrimogeni, manganelli. E anche un cast di fighi assoluti, sia detto per la quota frivolezza.

Se la prova del budino è mangiarlo, la prova dello schermo è mrs Robinson. Ovvero: quanto puoi sfidare la nostra sospensione dell’incredulità con le tue scelte di casting? Anne Bancroft aveva sei anni più di Dustin Hoffman, e interpretava la suocera che lo seduceva nel Laureato: eppure ci credevi sempre. Sacha Baron Cohen aveva l’età giusta per fare il capellone Abbie Hoffman (all’epoca trentaequalcosenne) quando la sceneggiatura ha iniziato a circolare (e si è fatto avanti offrendosi per il ruolo), ma adesso va per i cinquanta. Eppure smetti di pensarci quasi subito: è la mrs Robinson del nuovo millennio.

C’è un litigio, verso la fine, tra Abbie Hoffman, il figlio dei fiori che vuole la fine della guerra in Vietnam, e Tom Hayden, il fratello separato alla nascita che aveva portato sulle spalle la bara di Bob Kennedy. Tom – che, quando dice «Non ho tempo per la rivoluzione culturale, distrae dalla rivoluzione, quella vera», pare uno del Pci – accusa Abbie d’essere responsabile di tutte le future sconfitte della sinistra (ehi, è un film ambientato nel 1970 o un editoriale del 2020?), sinistra che adesso tutti associano alle puttanate hippie invece che alle questioni serie; e soprattutto di non volere davvero la fine della guerra: se finisce la guerra si spengono i riflettori su Abbie Hoffman.

Nella storia vera e nel film ci sono l’imputato nero che viene vessato dal giudice, legato e imbavagliato e quasi soffocato dalle guardie; c’è il ministro della giustizia di Nixon che vuole assolutamente processarli (con la rispettabile istanza che siano dei maleducati: «Voglio ripristinare le buone maniere») e quello di Johnson che invece aveva concluso non avessero colpe e gli scontri fossero cominciati per colpa della polizia; ci sono i poliziotti cattivi e i manifestanti feriti. Era impossibile non dare tutte le interviste e scrivere tutte le cartelle stampa parlando di quanto questo film ambientato cinquant’anni fa sia incredibilmente d’attualità oggi. E tuttavia è meglio guardarlo senza aver letto niente, perché sennò si verrà travolti dal sospetto che, come Abbie Hoffman, i produttori gongolino: quanto più le cose vanno male in politica, tanto più il loro film d’impegno civile sarà percepito come necessario e richiesto dal mercato.

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