Procrastinare come stile di vitaIl governo ha deciso di non decidere e di rinviare tutte le questioni divisive a partire dalla legge elettorale

Dopo il referendum l’Italia è in piena fase di transizione, in cui i partiti non sanno chi sono e cosa vogliono fare. Nel dubbio, non fanno niente. Anche per questo la legislatura andrà avanti in modo schizofrenico, tra i problemi di sopravvivenza dei singoli partiti e le difficoltà dell’alleanza Pd-M5s: nel caos, meglio guadagnare tempo

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Ricordate la bubbola «faremo subito una nuova legge elettorale per correggere le distorsioni del Sì»? La ricordate, no? Bene, è confermato: era una bubbola. Una presa in giro. Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini, e “giù per li rami”, tutti i fautori del Sì per tutto settembre si erano sbracciati per una inutile approvazione di un testo base almeno alla Camera come fosse una prova d’amore, ecco il nostro correttivo alle distorsioni che verranno prodotte dal taglio dei parlamentari.

E invece, tre giorni dopo la vittoria del Sì la legge elettorale non solo non risorge ma finisce nel freezer in attesa di capire come evolverà il quadro politico. Diciamola tutta: è un bene che sia così. Meglio occuparsi di cose serie.

I partiti di governo non avranno nemmeno questo impaccio per evitare di dedicarsi esclusivamente alle due sole questioni che meritino di essere affrontate, e col massimo dell’impegno: i progetti per il Recovery fund e ovviamente la guerra contro il covid (passando per una lunare battaglia per il Mes). Il resto non conta, o conta pochissimo. Che sia un memento anche per Giuseppe Conte.

Ma la domanda sorge spontanea: non ci si poteva pensare prima, invece di stressare la Camera, le segreteria dei partiti, i giornali, e quel pezzettino di opinione pubblica che segue la politica con la telenovela già triste di suo della legge elettorale? Perché si è fatto credere per settimane che si era a un passo dall’accordo eccetera eccetera?

È tipico di questo Partito democratico: vendere il cammello prima di vedere i soldi, vendersi cose che non ha, andare a farfalle mentre la casa brucia. Sta di fatto che il voto ha cambiato l’agenda: e siccome nessuno sa bene cosa vuole – a partire dal Nazareno, dove sulla spinta del buon risultato delle regionali e soprattutto delle disgrazie altrui sono tornati i fautori del Mattarellum – meglio accantonare la questione, e chi se frega della coerenza.

E quindi l’accordo prevede che il Parlamento si occupi prima della legge costituzionale per il voto ai diciottenni per il Senato, poi della legge costituzionale Fornaro sulla riduzione dei delegati regionali chiamati ad eleggere il presidente della Repubblica e quindi dei regolamenti parlamentari. Roba forte, eh? E così la legge elettorale scompare, tutto rinviato a tempi migliori, tanto si è capito che la legislatura proseguirà per parecchio.

Il tutto in un quadro dominato dal terrore dei parlamentari che una nuova legge elettorale potesse suonare come un viatico per elezioni anticipate, da cui scaturiva la facile previsione che una nuova legge sarebbe stata impallinata a scrutinio segreto.

Ma c’è una ragione più prettamente politica che spinge per il congelamento della legge elettorale. E cioè che il quadro uscito dalla Regionali fotografa una situazione in movimento, instaura un clima variabile e denso di incognite: chi può prevedere, oggi, cosa ne sarà del Movimento cinque stelle, ridimensionato dal voto e dilaniato al suo interno? Chi ne sarà il leader: il governista Luigi Di Maio o i descamisados di Dibba? Che rapporto avrà Giuseppe Conte con il post-grillismo? Che cosa rappresenterà quel che resta del Movimento nell’Italia della ricostruzione? E, domanda delle domande, quanto divisioni avranno, quanto conteranno?

Interrogativi che si pongono, nella loro specificità, anche per tutti gli altri. La destra va verso una de-salvinizzazione? E se sì, nel senso di un pragmatismo targato Zaia-Giorgetti o in quello di una radicalizzazione destrorsa alla Giorgia Meloni? E Forza Italia esisterà ancora o perlomeno alcuni dei suoi esponenti cercheranno di costruire con altri una nuova offerta liberale? E infine, quale sarà la prospettiva di Matteo Renzi e di un partito come Italia viva che, al di là dei decimali, dovrebbe darsi una linea politica meno rapsodica?

Siamo entrati cioè in una fase per certo aspetti mai vista nella quale i partiti non sanno chi sono e cosa vogliono fare. L’incertezza sul futuro dei “piccoli” determina a cascata anche un certo brancolamento del Partito democratico, che deve ora rifare i conti a proposito di un alleato tramortito (il Movimento, e lasciamo stare Liberi e uguali che non è mai nato) e avendo di fronte un avversario molto forte ma che potrebbe mutar pelle.

Insomma, la legislatura andrà avanti in modo schizofrenico: da una parte le forze politiche accartocciate sui loro problemi di identità o addirittura di sopravvivenza; dall’altra il governo, forte proprio a causa della debolezza dei partiti, ma in balia di problemi enormi che, con le sue esili forze intellettuali, avrà difficoltà a fronteggiare. Nel caos, meglio rinviare i nodi. E la legge elettorale lo era.

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