Sogno e realtàLo Stato dell’Unione secondo Ursula

La presidente della Commissione sa che la sua visione delle priorità per l’anno a venire e oltre rischia di infrangersi contro il cuore freddo delle capitali gelose delle proprie prerogative e poco disposte a seguire sempre e comunque l’esecutivo europeo

Afp

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha effettuato un riuscito ritorno sulla scena dopo la pause estiva pronunciando un discorso a tutto tondo sullo stato dell’Unione e il suo futuro. Lo ha fatto a Bruxelles davanti al Parlamento europeo, impedito di riunirsi a Strasburgo per il perdurare dell’emergenza coronavirus, mandando a dire ai governi dei paesi membri una serie di messaggi che difficilmente però saranno seguiti. Lanciando, insomma, con coraggio il cuore oltre l’ostacolo su molti punti sui quali la visione della Commissione e della maggioranza del Parlamento non coincide con quella delle capitali.

Sul bilancio europeo per i prossimi anni, ad esempio, sforbiciato pesantemente dai capi di stato e di governo a luglio, per contentare i paesi “tirchi” e far passare il Next Generation Eu, Ursula von der Leyen sostiene apertamente il Parlamento che vorrebbe il ripristino di almeno parte delle somme tagliate; sugli obiettivi climatici da raggiungere entro il 2050, propone il target di una riduzione del 55% delle emissioni, ancora Insufficiente secondo i parlamentari europei, ma invece obiettivo estremamente ambizioso per diversi stati membri, ancora dipendenti dalle fonti fossili; chiede, infine, di giungere finalmente a un’Unione europea della salute, modificando in tempi brevi i Trattati, mentre assistiamo ora, accanto ad alcune lodevoli iniziative comuni, a una totale cacofonia riguardo le misure nazionali alle frontiere, tutte diverse fra loro, e all’incapacità di convergere su alcune questioni chiave come il vaccino anti Covid 19, protocolli comuni di trattamento eccetera

Anche sulla dimensione internazionale Ursula von der Leyen si è espressa in modo molto netto, laddove il Consiglio è sempre più incapace di assumere decisioni condivise, poiché basta il veto di un solo stato membro per bloccare ogni presa di posizione. È successo sulla situazione in Bielorussia, dove Cipro ha impedito il consenso per imporre sanzioni al regime di Lukashenko, è successo sulla mancata condanna degli Stati Uniti per le loro misure di boicottaggio della Corte Penale Internazionale e dei suoi agenti, grazie all’Ungheria di Orban, e la lista potrebbe continuare, passando dal caso Navalny.

Non a caso, la presidente della Commissione ha invitato ad abbandonare la regola dell’unanimità per passare al voto a maggioranza qualificata, almeno per ciò che riguarda i diritti umani e le sanzioni. Ma è assai improbabile che gli stati membri, alcuni dei quali di tutta evidenza “sotto influenza”, decidano all’unanimità di rinunciare all’unanimità, vero vulnus per il successo del processo di integrazione europea.

Tanto che von der Leyen è stata insolitamente discreta sulla Conferenza sul futuro dell’Europa, progetto ambizioso di rivisitazione condivisa fra istituzioni e società civile dei trattati esistenti che avrebbe dovuto iniziare i suoi lavori a maggio e che, complice la pandemia, è rinviata a data da destinarsi.

In questa dicotomia fra dinamica comunitaria e preponderanza degli interessi nazionali sta tutto il limite dell’esercizio annuale del “discorso sullo stato dell’Unione”: a Washington marca il calendario politico perché definisce gli impegni che il presidente americano intende realizzare, temperandoli beninteso con la volontà del Congresso ma disponendo comunque di un ampio margine di manovra.

A Bruxelles la presidente della Commissione sa che la sua visione delle priorità per l’anno a venire e al di là rischia spesso di infrangersi contro il cuore freddo di capitali gelosi delle proprie prerogative e poco disposte a seguire sempre e comunque l’esecutivo europeo.

Il Next Generation Eu da questo punto di vista va ancora di più apprezzato e valorizzato per la fase nuova che inevitabilmente apre, anche se in apparenza sembra operare un mero trasferimento di risorse fra stati membri: il fatto di dover spendere le risorse nella stessa direzione costituirà un potente motore per una ulteriore convergenza delle economie nazionali e, si spera, anche di un maggiore “idem sentire” europeo.

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