KoversadaLo strano caso di un paradiso naturista jugoslavo

Negli anni ‘70 lo Stato balcanico ha conosciuto il boom del nudismo, grazie soprattutto a una località della costa istriana che in quei tempi attirava migliaia di turisti

HRVOJE POLAN / AFP

(Pubblicata originariamente da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa il 23 settembre 2020)

Nell’agosto 1972, la Federazione naturista internazionale (Fni) tenne il proprio 13mo congresso a Koversada, un complesso turistico della grandezza di una cittadina nei pressi di Parenzo, lungo la costa occidentale dell’Istria. Vi presero parte più di 250 giornalisti, per raccontare il primo incontro del genere in un paese comunista.

Circa 400 persone presero parte alla plenaria di apertura, dove venne issata la bandiera della Fni al ritmo dell’inno nazionale jugoslavo Hej Sloveni. Nei sette giorni successivi, i delegati discussero dei più diversi argomenti come i legami tra i gruppi nudisti in altri paesi comunisti o il pericolo che le riviste pornografiche rappresentavano per il movimento. Le sessioni si svolsero nel cortile di una villa sontuosa, originariamente costruita per un signore di Lichtenberg. I nudisti occidentali, abituati alla semplicità della pratica, rimasero sorpresi dai lampadari, dagli arredi lussuosi e dai camerieri in livrea.

Il turismo nudista è stato uno dei tanti aspetti che hanno differenziato il comunismo jugoslavo dal modello proposto dal blocco sovietico. Durante gli anni ’70 e ’80, la Jugoslavia è stata una delle più importanti destinazioni per nudisti al mondo. Koversada, che all’epoca del picco ospitava fino a 10.000 persone, era solo una parte di un arcipelago di località che attirava circa un milione di naturisti ogni anno.

Visitatori che portavano enormi benefici: il valore di eventi come il Congresso FNI per il turismo jugoslavo e l’immagine del paese era incalcolabile. «Raggiungere un pubblico così vasto ci sarebbe altrimenti costato una fortuna», afferma Jerko Sladoljev, organizzatore del congresso e responsabile per lungo tempo del marketing di Koversada.

Ma il naturismo (comunemente noto come FKK dal nome tedesco Freikörperkultur) è stato anche – durante la guerra fredda – un esempio archetipico di soft power. La Jugoslavia, che faceva parte del Movimento dei Non Allineati, trasmetteva infatti all’Europa occidentale l’immagine di un paese libero e tollerante, privo del puritanesimo dei suoi vicini del blocco sovietico. Era anche un modo per mostrare ai propri cittadini che vivevano in un sistema senza restrizioni e in un paese in cui gli stranieri erano i benvenuti. I giornalisti stranieri parlavano della Jugoslavia come di un paradiso naturista. “Non appena si scende dalla barca, si è circondati da una natura meravigliosa in ogni angolo”, scrisse Armin Ganser del settimanale tedesco Die Zeit nel marzo 1972.

Secondo un rapporto redatto da Jerko Sladovljev nel 1978, il paese ospitava allora 25 spiagge per nudisti nei resort ufficiali, 34 spiagge per nudisti altrove e 60 spiagge “selvagge” per nudisti che, sebbene non regolamentate, erano ben tollerate dalle autorità.

Le origini del naturismo jugoslavo possono essere fatte risalire al periodo tra le due guerre, quando la costa adriatica attirava piccoli gruppi di naturisti tedeschi e austriaci alla ricerca di una natura incontaminata e di luoghi di vacanza appartati. Questi nudisti precoci sfuggivano al conservatorismo radicale dei loro paesi. Pur professando il culto di un corpo sano, i nazisti vedevano il movimento naturista come una decadente deviazione bohémien, il che spinse la cultura FKK alla pratica clandestina o all’estero.

Negli anni ‘50 il naturista originario di Monaco Rudolf Halbig visitò Koversada, una piccola isola a sud del villaggio di Orsera, all’epoca un sonnolento villaggio di 800 abitanti con un’economia basata sul vino, l’olio d’oliva e le nocciole. La cooperativa agricola locale aveva da parte sua deciso di diversificare la propria offerta turistica costruendo alcune modeste pensioncine. Rudolf Halbig creò un’agenzia di viaggi chiamata Miramare per portarvi i turisti. Già nell’aprile 1961 si era posto l’obiettivo di attirare 400 naturisti tedeschi all’anno per periodi di due settimane. All’inizio, Koversada era conosciuta solo come un’isola con luoghi ameni per nuotare, negli anni successivi venne costruito un piccolo campeggio. I progetto si sviluppò poi prepotentemente: in un ampio terreno di fronte all’isolotto sorsero bungalow, ristoranti e impianti sportivi. Altri insediamenti lungo la costa istriana seguirono rapidamente la strada di successo di Koversada.

«Le autorità comuniste non capivano veramente cosa fosse il naturismo», sottolinea Jerko Sladovljev, che iniziò a lavorare a Koversada nel 1968. «Ma si resero conto che tutto ciò alla Chiesa cattolica non piaceva, e ciò che non piaceva alla chiesa piaceva a loro».

È proprio a causa del divieto di praticare nudismo in Italia a seguito delle pressioni della Chiesa cattolica che Koversada divenne una delle principali mete di turisti italiani. Uno dei paradossi più inaspettati della Guerra Fredda fu che i dissidenti naturisti italiani vennero a godere della libertà nella Jugoslavia comunista. «Anche alcuni sacerdoti italiani vennero a Koversada», continua Jerko Sladovljev. «Uno di loro mi disse: “Ciò che conta non è quello che indossi, ma come sei. La mia esperienza mi ha insegnato che il 90% dei naturisti segue di più la morale dei non naturisti”».

Ci sono poche prove di orge o pratiche scambiste nei resort per nudisti jugoslavi. Secondo un rapporto del 1978, l’85% dei turisti FKK era costituito da famiglie con bambini. Tuttavia, i campeggi naturisti differivano dai siti cosiddetti “tessili” (quelli in cui si indossavano vestiti) per alcune altre regole. «Gli uomini potevano entrare in un campo naturista solo con una donna, mentre le donne potevano entrare da sole o in gruppo», ricorda Jerko Sladoljev che però non dice come i preti italiani siano riusciti ad aggirare questa restrizione.

In fin dei conti il naturismo ha suscitato ben poche polemiche in Jugoslavia, dove l’apertura al naturismo era percepita come una logica estensione dell’industria alberghiera. «All’inizio la gente non voleva mandare i propri figli a lavorare nel resort naturista. Ma quando è emerso che si trattava di un lavoro di tutto rispetto, è stato accettato come normale e la gente del posto è stata coinvolta sempre più, anche perché il resort garantiva buone opportunità per vendere i loro prodotti o l’artigianato. Alla fine il naturismo, dato che ha portato loro dei soldi, non li ha infastiditi», afferma Jerko Sladovljev.

Tuttavia, le élite politiche non considerarono mai il naturismo come una pratica rispettabile. Richard Ehrmann, un veterano della FKK e uno dei relatori principali al Congresso Koversada del 1972, notò, più divertito che indignato, che nessun politico di alto livello si presentò per dare il benvenuto agli ospiti del grande raduno internazionale. Non si sa quanti membri del Partito Comunista frequentassero le spiagge di Koversada, anche se probabilmente erano molti. Negli anni ‘80, i club naturisti jugoslavi contavano circa 50.000 membri, di cui almeno 30.000 erano sloveni. «Gli sloveni sono sempre stati i più progressisti. Sono geograficamente i più vicini all’Occidente», osserva Jerko Sladoljev. Gli sloveni costituivano un quinto dei visitatori estivi a Koversada durante il periodo comunista. Oggi costituiscono il 15-18% della clientela.

Ironia della sorte, non furono le autorità jugoslave a sentirsi minacciate dal naturismo, ma la comunità naturista occidentale che diffidava della Jugoslavia. «Partecipai ad un convegno nella Germania occidentale dove venni sospettato di essere un agente comunista che avrebbe dovuto infiltrarsi nel movimento naturista internazionale. Avevano un po’ paura di noi, perché provenivamo da un ambiente diverso», osserva Jerko Sladoljev.

Tre decenni dopo la scomparsa del comunismo jugoslavo, il naturismo rimane un segno distintivo del turismo adriatico. Tuttavia, la domanda di campeggi specializzati non è più la stessa. Fare il bagno e prendere il sole nudi è pratica molto più comune tra i turisti attuali e, a condizione che si sia discreti, il nudismo può essere praticato al di fuori delle aree designate. Vi sono ancora spiagge per nudisti in Croazia, con le lettere Fkk dipinte sugli scogli lungo la costa. I campeggi naturisti, pietra angolare del turismo nazionale da quasi 60 anni, vengono gradualmente trasformati in luoghi glamping o parchi avventura per famiglie in cui i nudisti sono confinati in un’area isolata. Mentre Koversada esiste ancora oggi, i suoi giorni sono contati: gli attuali proprietari (il gigante del turismo locale Maistra) hanno annunciato l’imminente riqualificazione del sito in un più generale resort per famiglie.

“«Il numero di naturisti non sta diminuendo, è solo che i campeggiatori naturisti non spendono tanti soldi quanto i campeggiatori tessili». La stagione del campeggio è breve, anche in un paese mediterraneo come la Croazia. L’unico modo per i proprietari di aumentare i profitti è attrarre i turisti che spendono di più ed i novizi. Oggi la tendenza globale è quella di inserire quante più novità possibili: case sugli alberi, appartamenti sott’acqua o che ruotano a seconda del sole».

Jerko Sladoljev specifica che i campeggiatori, tradizionali o naturisti, sono più fedeli dei glampers. I naturisti hanno spesso un campeggio preferito in cui ritornano regolarmente. «Per molte persone, naturisti compresi, campeggiare significa avere sempre qualcosa da fare: lavare i piatti, controllare i tiranti, pulire la canoa… Oggi, con il glamping, abbiamo appartamenti modernissimi, perfettamente attrezzati, non serve alcuna attrezzatura da campeggio. Si può arrivare in Croazia in aereo con nient’altro che una valigia».

Ma nel contesto post-covid19, molti credono che saranno i fedeli campeggiatori dell’Europa centrale a guidare la rinascita dei campeggi in Istria piuttosto che il jet-set in cerca di esotismo proveniente da paesi più lontani. «L’idea del campeggio come stile di vita nella natura e all’aria aperta non scomparirà presto», prevede Jerko Sladovljev.

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