Nell’urna Dio vede, Salvini, Meloni e Berlusconi noLa petizione dei 200 politici della destra che voteranno No al referendum

La maggior parte delle adesioni all’appello viene dal mondo degli ex-An, e quindi dall’ambiente di riferimento di Fratelli d’Italia. È lo specchio di un sentimento nuovo, di un orientamento della base che sta mutando rispetto alle fiere scelte populiste di sei mesi fa e non vuole rimanere nel ghetto dell’opposizione

È una fronda ancora piccola ma politicamente rilevante. Per la prima volta duecento firme della destra criticano apertamente le scelte di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sul taglio dei parlamentari e invitano gli elettori a disobbedire ai leader. «Nel segreto dell’urna Dio vi vede, Berlusconi, Salvini e Meloni no» dice la locandina che sta girando sui social insieme a un sintetico documento che invita a votare No al referendum. È la parafrasi di un’antica vignetta pre-elettorale di Giovannino Guareschi (“Dio ti vede, Stalin no”) e già il fatto che i tre capi indiscussi siano collocati al posto di Baffone racconta un’insofferenza agli ordini fuor di misura. 

Mario Landolfi, coordinatore dell’iniziativa, è il primo a essere stupito dal rapidissimo successo dell’appello per il No: «È cominciato tutto con una chat, in ventiquattr’ore avevamo già le prime cento firme tra cui quelle di tre parlamentari in carica di Forza Italia (Marzia Ferraioli, Enzo Fasano, Gianfranco Rotondi), l’assessore lombardo Alessandro Mattinzoli, numerosi consiglieri regionali, moltissimi ex deputati e senatori tutt’ora in politica, intellettuali, manager pubblici vicini alla nostra area». 

La maggior parte delle adesioni all’appello viene dal mondo degli ex-An, e quindi dall’ambiente di riferimento di Fratelli d’Italia. È lo specchio di un sentimento nuovo, di un orientamento della base che sta mutando rispetto alle fiere scelte populiste di sei mesi fa, di un anno fa? Probabile. Giorgia Meloni, martedì, con una dichiarazione piuttosto sibillina, ha cercato di tenersi in equilibrio sulla lama, avallando l’idea che un successo oltre le previsioni del No sia sopportabile perché significherebbe comunque «un rifiuto totale degli attuali partiti di governo». Troppo poco per parlare di un cambio di strategia, abbastanza per rilevare un’incertezza nel difendere le ragioni anche politiche dell’adesione al fronte del Sì. 

Nelle riflessioni dei firmatari dell’appello, il ragionamento tuttavia è più largo degli effetti immediati della consultazione referendaria. La convinzione un po’ di tutti è che l’onda populista si stia abbassando e che l’area della rabbia anti-casta, della vendetta contro i partiti, del rancore punitivo verso le classi dirigenti, sia diventata troppo piccola per nutrire i tre partiti che finora vi hanno attinto a piene mani, cioè M5S, Lega e FdI. 

E adesso che il M5S viaggia, grazie all’accordo con il Partito Democratico, verso una piena legittimazione come forza “di sistema”, il rischio è che gli altri ex partecipanti al banchetto dell’antipolitica, il sovranismo e la destra, siano consegnati all’irrilevanza e tagliati fuori dal nuovo Arco Costituzionale che rifarà la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, la revisione dei collegi, la legge elettorale e infine sceglierà il presidente della Repubblica prossimo venturo. 

Gli ex-An vedono più chiaramente di altri il problema. Nel ghetto dei “voti in frigorifero” ci sono stati per mezzo secolo, conoscono la fatica di uscire da quel recinto e non vorrebbero tornarci. Non si fidano più degli alleati. 

Temono il ritorno del proporzionale: «Cinque minuti dopo, Berlusconi si sfilerà dal centrodestra e si metterà a disposizione della maggioranza». Irridono le capacità politiche di Salvini: «Il Pd dovrebbe farlo santo subito. Dove lo trovi un altro che molla il governo, lo consegna agli avversari, e dall’opposizione cavalca un referendum che consoliderà solo i suoi nemici?». 

Insomma, sono spaventati dalla piega presa dagli eventi e anche il successo di FdI nei sondaggi non li consola perché l’altro modello che conoscono bene – quello di Marine Le Pen – non gli piace affatto: molti voti e mai al governo è comunque un gioco a perdere. 

La fronda referendaria a destra è, insomma, una fronda contro le decisioni dei dirigenti e contro il loro inseguimento a oltranza del populismo. È per questo che è significativa. Mai, dopo la bastonatura di Gianfranco Fini, si era osato uscire dal mugugno di corridoio e mettere nomi e cognomi sotto un documento di contestazione agli osannati Numeri Uno. Mai si era pronunciata apertamente la frase di sfida che conclude il documento per il No e la relativa petizione su Change.org rivolta agli elettori di centrodestra: «Disobbedite ai vostri leader per il bene dell’Italia». 

E forse è proprio questa provocatoria chiarezza il motivo del successo dell’appello, segnale di uno scontento più largo di quel che immaginiamo verso il modello finora indiscusso del credere-obbedire-combattere. 

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