Populisti e NoIl Sì punta sul silenzio assenso, adesso tocca ai dissidenti fare casino

Sondaggi e andamento del dibattito cominciano a preoccupare i fautori del taglio. Ma questa è la differenza tra la pseudo-democrazia istantanea dei clic e la democrazia liberale, in cui al centro sta il consenso informato, fondato su un dibattito libero e pluralista. Che è esattamente quello che si vuole silenziare

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Probabilmente ve ne siete dimenticati, e certo non è colpa vostra, ma alla fine della prossima settimana in Italia si voterà un referendum costituzionale. In un silenzio tanto più surreale se paragonato al casino assordante della volta precedente, sulla riforma del 2016. È evidente che qualcosa non torna.

Se allora, infatti, era stato il principale promotore della riforma, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, a cercare fino all’ultimo di mobilitare i suoi sostenitori, affrontando personalmente in diretta tv dibattiti di ogni genere e con ogni sorta di avversari (da Ciriaco De Mita a Gustavo Zagrebelsky), questa volta, caso più unico che raro, sono gli stessi promotori della riforma a disertare le tribune elettorali, a negarsi a trasmissioni televisive e radiofoniche, a rifuggire gli intervistatori, al preciso scopo di silenziare il dibattito. Una strategia ai limiti della scorrettezza, per non dire di peggio. Ma soprattutto paradossale, perché applicata alla più facile e demagogica delle battaglie populiste, la primissima cosa che si dice per strappare l’applauso della platea quando non si sa che altro dire: ci sono troppi politici, tagliamoli!

Che senso ha portare avanti una simile battaglia di nascosto? Se ci pensate, è il massimo dell’assurdità: la botte vuota e la moglie sobria (abbiate pazienza, non ho avuto il tempo di trovare un equivalente gender neutral). È come sottoporsi per mesi a una rigidissima dieta a base di cioccolatini: ti vengono a nausea, soffri come un cane e ti fa pure male alla salute. Chi potrebbe mai sottoporsi a un supplizio così insensato?

Eppure è quello che sta accadendo. Per scelta dei vertici del Movimento 5 stelle, o perlomeno di quella parte che fa riferimento a Palazzo Chigi (Luigi Di Maio sembra l’unico a occuparsi del referendum), ma anche del Partito democratico. E qui l’imbarazzo sarebbe anche comprensibile, ma allora non si capisce perché non scegliere quanto meno una forma di neutralità o disimpegno ufficiale. Che senso ha sposare ufficialmente la linea demagogica e antipolitica dei cinquestelle, ma fissare la direzione in cui prendere la decisione a due settimane dal voto, e intanto fare finta di niente, darsi malati, fare di tutto per parlarne il meno possibile?

È chiaro che sondaggi e andamento del dibattito hanno cominciato a mettere qualche preoccupazione al fronte del Sì. Del resto, è naturale che sia così. A questo serve il dibattito, in una società democratica: a vagliare le diverse opzioni valutando freddamente pro e contro, passando anche le proposte più demagogiche ed emotive al setaccio di una discussione razionale. Proprio questa è la differenza tra la pseudo-democrazia istantanea dei clic e la democrazia liberale in cui al centro sta il consenso informato, fondato su un dibattito libero e pluralista. Che è esattamente quello che oggi il fronte del Sì sta cercando in tutti i modi di impedire.

Evidentemente il vertice del Pd (e del M5S) ritiene che il modo più sicuro di vincere questa battaglia sia puntare su una sorta di silenzio assenso, che poi è giusto il modo in cui Nicola Zingaretti sui giornali si è vantato «con i suoi» di avere trionfato alla direzione del suo partito, dove dispone in partenza di una larghissima maggioranza. E dove persino Tommaso Nannicini, che in quella stessa direzione ha illustrato le ragioni del No, risulta avere votato sì alla relazione di Zingaretti, che ovviamente diceva il contrario. «A quanto pare – ha twittato basito il senatore del Pd – sono tra i 188 favorevoli perché non ho mandato una mail e vale il silenzio assenso».

Beh, se vale il silenzio assenso e se questi sono i metodi, sarà bene che i dissenzienti comincino a fare un po’ di casino.

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