Il partito scollatoPer i vertici del Pd conta più la tenuta del governo che votare No come vorrebbe la sua base

La spaccatura sul referendum è un segnale che lo stato maggiore dem non può ignorare. Finora l’alleanza con i grillini si è tradotta in una abdicazione totale alle proprie idee e principi. I militanti vogliono un gesto d’orgoglio

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Il risultato della Direzione del Partito democratico è stato molto netto ma probabilmente sarà del tutto ininfluente sul comportamento di voto di iscritti e elettori. Le proporzioni infatti non sembrano essere corrispondenti all’orientamento della base (c’è chi dice che oltre la metà degli iscritti voterà No): 188 favorevoli al Sì, 13 contrari, 8 astenuti e 11 che non hanno partecipato al voto. Uno scollamento fra vertice e base che, se confermato, potrebbe essere molto interessante.

Sommando dunque i vari No (che forse avrebbero potuto mettersi d’accordo invece di votare in tre modi diversi) si arriva al triste numero di 32, una piccola percentuale. Sembra poi, come ha detto Tommaso Nannicini, che vi sia stata una modalità di voto alquanto strana basata sul silenzio-assenso, ma lasciamo perdere.

In ogni caso è evidente come nella testa della maggioranza dei dirigenti sia scattato un classico riflesso di autoconservazione e un antico istinto a nascondersi sotto la tenda del (quasi) unanimismo.

D’altra parte qualcuno lo ha anche detto ai giornalisti (e noi lo possiamo testimoniare per conoscenza diretta): «Tanti di noi che qui hanno votato per il Sì nell’urna faranno come gli pare». Deputati, senatori, sottosegretari, ministri. Tutti piegati da uno “stato di necessità” interamente ed esclusivamente politico, legato cioè alla tenuta del governo, come ha spiegato con onestà Dario Franceschini.

Per i democratici questa infatti sembra ormai la sola bussola a disposizione: la stabilità del governo Conte. A ogni costo.

Anche sacrificando la coerenza su un tema come la Costituzione, perché questo era previsto nel patto con il M5s. O “dimenticando” di rivedere i decreti sicurezza, persino bypassando i rilievi di Sergio Mattarella. O prolungando nella sostanza quota 100. O rinviando la presentazione dei progetti per il Next Generation Eu a gennaio, se va bene, dunque sottraendo al Paese, alle forze sociali, la possibilità di interloquire su queste proposte: si è passati dal Festival delle chiacchiere degli Stati generali a una gestione un pochino carbonara dei piani per l’Europa (mentre la Francia ha già predisposto tutto).

In questo continuo cedimento alla “ragion di governo” il Pd peraltro continua a farsi portare a spasso dai grillini che ieri hanno stoppato la discussione sulla legge elettorale.

La questione è molto semplice: Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (che si odiano, ma questo è affar loro) sanno che il partito di Zingaretti è imbrigliato. Non può far niente. Perché il suo gruppo dirigente e i suoi gruppi parlamentari non segheranno mai il ramo di potere su cui sono appollaiati da un anno e, con il motivo peraltro serissimo di non consegnare l’Italia a Salvini, ingoiano e ingoieranno qualunque cosa.

In questo cul de sac, in parte oggettivo e in grande parte soggettivo, i militanti, gli iscritti, gli elettori mordono il freno: e anche per questo molti voteranno No.

Perché vedono un partito strategicamente fermo, una volta seppellita dai fatti l’alleanza strategica con Vito Crimi. E sarebbe ora, come ha ricordato il vecchio Emanuele Macaluso, che alla luce di tutto ciò si aprisse una dialettica vera, con una maggioranza e una minoranza. La prima c’è, la seconda andrà costruita e sedimentata, se c’è il coraggio di farlo.

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