L’invenzione di séRossana Campo ci mostra il fascino indiscreto (ma salvifico) dell’autobiografia

Come dimostra “Scrivere è amare di nuovo” (Giulio Perrone Editore) si possono tenere insieme i fallimenti e le delusioni, la solitudine, la fragilità e le speranze, ma ci si può anche orientare nel caos interiore, trovare uno spazio di libertà dove dire tutto e scoprirsi, nelle proprie contraddizioni, sconfinati

Nei “Sillabari” di Goffredo Parise, quella prodigiosa raccolta sui sentimenti umani, sempre labili, e così ineffabili, c’è un racconto alla lettera F, intitolato “Famiglia”. Un uomo anziano, e solo, conosce una famiglia numerosa. Lei ha partorito il quarto figlio.

Una sera, l’uomo trova il coraggio di chiederle l’indicibile, vorrebbe tanto assaggiare il latte dei suoi seni, scoprirne il gusto, ricordarlo. Così il marito accompagna sua moglie in camera e torna in stanza con un cucchiaino d’argento in mano. Lo porge al vecchio. E: «L’uomo lo sorbì con molta attenzione e con il cuore che batteva, sentì prima il tepore e la densità del latte e poi stando attentissimo sentì il sapore che era di latte, di miele, di margherite piccole o erba e di persona umana».

Non c’è oscenità in questa scena, ma anzi, al posto dell’indecenza vibra un sentimento di compassione, di tenerezza. Se, dalla sua, l’autore ha come risorsa ineludibile questa, la grazia, nessuna sconcezza è possibile.

Nel suo ultimo libro, “Scrivere è amare di nuovo” (Giulio Perrone Editore), Rossana Campo interpreta la scrittura, quella autobiografica, come una via d’accesso a questo squarcio di grazia che tiene insieme i fallimenti e le delusioni e la solitudine, la fragilità, anche la speranza, perché «finché avete un quaderno e un paio di penne potete sentirvi completamente vivi».

Esiste una zona franca in cui tutto si può dire. Nello spazio di libertà che è la scrittura, anzi, si deve necessariamente dire tutto, ché quel dolore che ci teniamo stretti e tacciamo, indicibile, vergognoso, è inutile negarlo, fa parte di noi. Di più: è l’unica parte a sapere quanto possiamo essere sconfinati. Nelle contraddizioni. E nella bellezza. Meglio trattarlo con cura, quindi.

Scrivere è dare un senso al caos, orientarlo, non tanto per risolverlo, figurarsi, ma per averne meno spavento. Scrivere è tracciare un disegno, quello che ognuno di noi lascia come traccia di una presenza.

Per Hanna Arendt le storie hanno questo merito, mostrare il significato di quanto è stato, altrimenti rimarrebbe un’intollerabile sequenza di eventi. Chi narra porta in dono agli altri un senso possibile ed è questo senso che, per Campo, ci fa nascere una seconda volta e ci fa amare di nuovo.

Gettati nel mondo senza averlo scelto, attraverso la scrittura – e non importa se è mestiere, passione, vanità, ardimento – possiamo decidere di partorirci.

Saremo sempre in balia di ciò che è stato e che è, dell’altro, ma pure un po’ al margine, a prendere nota di quanto accade e, sforzandoci di mettere ordine, a guardare il pozzo con un’altra prospettiva. Da lassù. E allora forse dovremmo imparare a dire: se l’unica verità possibile è quella narrativa, la versione a cui scelgo di credere non ha importanza perché vera, ma per il fatto di averla resa mia fra tante ugualmente concepibili. E allora forse accetteremo di essere decentrati, insinceri, complicati e doppi, ma proprio per questo: “magici”.

Per Rossana Campo, in effetti, l’invenzione di noi stessi è un atto di magia e, come qualsiasi atto magico, anche la scrittura vanta un’anima rituale. L’iniziazione è danza che parte dal gesto delle dita (Campo ama scrivere a mano, ama i vecchi quaderni e le penne bic). E poi muoversi liberi sul foglio e, così facendo, liberare ciò che passa per la testa.

Ma il punto non è credere al dono fugace di un’ispirazione, sarebbe ingenuo, l’essenza è un’altra. La cerimonia della scrittura si fonda, prima del resto, su un atto di svestizione: smetterla di vergognarsi. Sii pronto ad amare i tuoi personaggi, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano. Nel caso di un memoir, sii pronto ad amare te stesso. La grazia deve scorrere in mezzo alla melma, al sangue, il sudore, gli sputi, lo sperma.

Attraverso la spudoratezza della verità, seppure imparziale, nella grazia confluirà la bellezza, che coincide per Campo con la libertà: «Una chiave d’accesso al nostro territorio segreto, alla fonte creativa della nostra vita». Sovvertimento! La scrittura come atto rivoluzionario, salvagente, ma anche via d’uscita per navigare altrove, redenzione, riscatto. E quindi, terapia? Perché no.

Nel suo ultimo romanzo “Le regole degli amanti” (Bompiani), Yari Selvetella scrive che il lettore è «un cocchiere che origlia, è un cameriere che versa champagne e osserva, è lì, in seconda fila, vicinissimo, dentro». Si può dire lo stesso di chi scrive, ma con un trucco di magia in più: cambiare a proprio piacimento il flusso del dialogo e delle azioni è possibile ed è ammesso risarcirsi. Come quando la piccola Rossana si affaccia dal balcone della sua camera per prendere il sole e viene

aggredita perché si è sporta troppo, e allora eccola da grande a riprendersi quel cielo senza nessuno a dirle cosa fare, libera di decidere attraverso la scrittura di indugiare, stravolgere, vendicarsi perfino. Essenziale è sfuggire al giudizio e al pregiudizio. Essenziale è perdere il controllo.

Campo si chiede: «Perché quando ho divorziato da mio marito, anche se mia madre e le mie sorelle mi guardavano come fossi una povera disgraziata da compatire, io cominciavo a sentirmi esplodere di energia e allegria? Perché quando è morto mio padre ho sentito una tristezza indicibile e allo stesso tempo un senso di liberazione?». Quello della scrittura è un mondo in cui l’illecito, sovvertire le regole, i giudizi, è l’unica cosa lecita, ma che sollievo.

Ne “L’evento” (L’Orma Editore), Annie Ernaux narra di quando provò a procurarsi un aborto infilandosi nella vagina un ferro da maglia, «può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto», scrive. E ancora, subito dopo: «Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla».

Scrivere col corpo e scrivere del corpo, anche Rossana Campo guarda a una simile libertà. Non c’è spazio per il pudore né per il fallimento, e anzi, “benvenute ferite”. Sottrarsi alla dittatura del o/o, come la definisce l’autrice: o bella o brutta, o santa o puttana, o adulta o bambina, e riconciliarsi con il proprio doppio, l’assurdo, il cielo d’infanzia, l’inferno. La scrittura che viene indagata in questo libro, che più che un manuale è una lettera d’amore, è stratagemma per rimettersi al mondo. Un modo per tornare ad amarlo e ad amarsi.

«Cosa c’è di autobiografico in quello che scrivo?», si chiede Elsa Morante, che Campo mette in esergo, «Tutto, filtrato dai sogni».

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