Finiremo come il VenezuelaContro l’Italia non c’è nessun complotto, solo l’incapacità storica dei nostri governanti

La retorica secondo cui se le cose vanno male è sempre colpa di qualcun altro prosegue da talmente tanto tempo e da talmente tanti governi che si è arrivati a convincersi che sia la realtà. Non bisognerebbe dunque stupirsi della presa del populismo. A continuare a mancare è invece chi sa proporre soluzioni vere

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L’ultimo quarto di secolo della politica italiana ha seguito diverse linee di indirizzo ideologico – più o meno privatistiche o statalistiche, centraliste e autonomistiche, internazionaliste o nazionalistiche – ma un comune approccio pratico e retorico, che potremmo definire simbolicamente “risarcitorio” degli affronti e dei torti che la comunità nazionale sarebbe stata costretta incolpevolmente a subire, per effetto della parabola della politica mondiale e, in particolare, di quella europea.

D’altra parte, marxianamente, l’ideologia non è che una maschera del carnevale politico, la giustificazione dell’interesse, il modo in cui rendere morale o scientifica – e in ogni caso “oggettivamente” fondata – la rivendicazione di un vantaggio o di una immunità arbitrariamente pretesa in base a una motivazione tutt’altro che “oggettiva”.

Il racconto pressoché unanime della sfida italiana negli ultimi decenni è stata quella di una resistenza o di una reazione alla trappola in cui l’Italia è finita imprigionata e a cui gli scandali dell’immigrazione, della globalizzazione, della corruzione, del liberismo o dell’imperialismo straniero prestavano un colpevole o un insieme di colpevoli designati e facilmente riconoscibili.

Gli Usa, Soros, la Cina, la BCE, la finanza internazionale, la Casta, la Germania, l’euro-burocrazia, le massonerie opulente o poveracce del villaggio globale sono state tutte – singolarmente o collettivamente – indiziate di congiurare contro la fortuna dell’Italia e per il suo asservimento.

I Protocolli dei Savi di Sion dell’Italia gialloverde raccontavano di un progetto di sostituzione etnica della razza bianca ordita da finanzieri ebrei per mezzo delle plebi dell’Africa nera.

I Protocolli giallorossi raccontano di un complotto dell’Europa austera e frugale e della intellighenzia liberista contro la monetizzazione europea dei debiti pubblici nazionali – il nuovo diritto umano fondamentale, a quanto pare – e per l’asservimento e l’espropriazione della ricchezza e del risparmio italiano.

In entrambi i casi si è trattato della rappresentazione del declino dell’Italia, che prosegue implacabile da un ventennio, non come esito di un processo di tragico deterioramento dei fondamentali del nostro sistema socio-economico – struttura demografica, tassi di attività e di occupazione, investimenti pubblici e privati, competenze, produttività, innovazione – ma come disegno maligno di forze esterne e nemiche.

Detto in altri termini, tutti i racconti e le leadership di successo di questo quarto di secolo hanno provato (e sono riuscite) a persuadere gli italiani (i quali anelavano a farsene persuadere) che i problemi dell’Italia avessero un’origine esogena e non endogena. Si sono cioè impegnati a dimostrare, per comprensibili ragioni di mercato politico, che il declino italiano non è, come è, l’autobiografia della nazione, ma la prova del delitto compiuto contro gli interessi dell’Italia dai suoi nemici esterni e dai loro complici domestici.

Da Berlusconi fino a Renzi – per non parlare del Conte double face, zelante servitore di due retoriche “innocentistiche”, quella sovranista e demo-populista – non c’è stato leader di governo (a parte Monti, che è stato infatti prontamente inghiottito da un giudizio di infamia) che non abbia indicato un colpevole straniero delle difficoltà dell’Italia.

Perfino i leader – in particolare proprio Berlusconi e Renzi – che hanno provato a inaugurare una qualche rupture si sono dopo poco accomodati anch’essi sul racconto dei nemici dell’Italia come passepartout interpretativo del declino italiano e del fiatone con cui il Belpaese insegue da due decenni almeno le locomotive dell’Europa civile.

Oggi elucubrare e strologare sul segreto del successo del populismo in Italia è da un certo punto di vista inutile – si sa benissimo cosa funziona sul piano del consenso: quel che non funziona sul piano del governo – e dall’altro punto di vista illusorio, perché capire le ragioni per cui Salvini, la Meloni e anche Conte incontrano il consenso dei cittadini significa capire i guai dell’Italia, non trovarne la soluzione.

Quel che è certamente vero è che manca ancora all’appello chi possa garantire all’Italia una “salvezza democratica”. Una democrazia si salva se matura una soluzione democraticamente vincente al suo declino, non se deve sospendere la democrazia per provare a salvarsi – con governi tecnici e altri escamotage – perché in quel caso sarebbe una “salvezza” tutt’affatto diversa, e tutt’altro che propizia politicamente. 

Ma sarebbe anche bene evitare di illudersi che l’Italia possa sopravvivere diventando una sorta di Venezuela, uno Stato fallito in cui il popolo maggioritariamente, con le buone o con le cattive, per convinzione, per necessità e per pavloviano condizionamento, continua a inneggiare fanaticamente al fallimento e alle ragioni della rovina.

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