Il foglio bianco e il mondo fuoriViaggio nella mente di uno scrittore

Il getto di inchiostro e di parole che riempiono una pagina vuota sono la fine di un percorso introverso e complesso che può essere vissuto in due modi: iniziare a scrivere sapendo che cosa o iniziare a scrivere non sapendo che cosa

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Oggi vorrei scrivere a mano, prendo una pagina bianca A4, eccola qua, ce l’ho sotto gli occhi, la guardo, ci fronteggiamo. Il dilemma è un quiz: 1) iniziare a scrivere sapendo che cosa, 2) iniziare a scrivere non sapendo che cosa. Scelgo il due: non sapendo che cosa.

Sapere cosa scrivere è così dettato, dettato da opportunismo. Sì, certo, la conosco, dovrei conoscerla la pagina bianca, cartacea o elettronica, dovrei essere abituato a vedermela davanti in posa di sfida e di soggezione tutt’uno (è vile la pagina e, per questo, infida fino alla provocazione?) ma quando come ora non so cosa scriverò è come se non la conoscessi, mi sento più animale che umano. La pagina mi attira eppure non la tocco ancora con la punta della matita (voglio scrivere con la matita) che è la punta nera del mio becco, l’unghia della mia zampa felina.

Cos’è questa pagina? Un pasto allestito a arte, per l’arte, dall’arte, narcotico, allucinogeno? Un’acqua troppo ben circoscritta, geometrica, ferma, allettante, succosa, con dentro un concentrato d’anice ubriacante, un nebbioso veleno? Una trappola coperta, ammantata di candore? Sospetto, faccio la bestia indifferente. Guardo altrove, divento la cornacchia che manifesta un astuto disinteresse, scosto di poco con uno scatto i gomiti e le braccia (le mie ali) dal tronco, lo faccio due volte.

Allungo una zampa verso il bordo basso del foglio e, a pochi centimetri dal toccarlo, avverto come una scossa, i miei nervi sono elettrificati, ritiro la zampa stizzita, e con una naturale eleganza da puma (lo sono) faccio un quarto di giro perché guizzi la luce, anche quella che rimbalza dal bianco del foglio, sul mio mantello, sul mio pellame liscio e dorato con sotto i miei muscoli di marmo scolpito, levigato, e però mobile.

Torco un po’ il collo come se avessi un dito nel colletto, annuso l’aria, dirigo uno sguardo obliquo, di taglio, anzi tagliente, verso l’alto, casomai una scimmietta osservasse la scena. È una scimmietta l’angolo sul soffitto, l’angolo appollaiato a ipsilon? È piuttosto un cacatua (i muri e il soffitto sono bianchi) a ali aperte, mi osserva, si chiede dove voglio arrivare. Insomma, non so ancora cosa scrivere. Una pagina della quale non sai nulla e poi appare scritta: questo è scrivere.

Divento un abitante del luogo, mi sono addentrato nella zona selvatica, osservo questo rettangolo bianco a quattro punte che non sono denti né spine, lo so. Come lo so? Non mi si è risvegliata l’allerta delle mie future ferite, la mia carne non teme.

Un po’ perplesso è l’intelletto, diciamo il mio intelletto liquido che potrebbe, se mi sporgessi sul bianco, versarsi come in un vuoto, ma poi no, percepisco la superficie, sulla quale il mio sguardo si spiana. Appiattisco allora il pensiero e lo premo sul bianco, lo presso, ricavo un calco: è la forma più stupida che abbia mai saggiato.

Questi contorni regolari sono impropri per un’acqua forse tinta da un fungo o da un lattice di pianta lacrimosa, sono innaturali per una foglia cresciuta al buio, sono assolutamente sgraziati per un petalo; e non è un cacatua spiaccicato, non esiste nulla che l’avrebbe spappolato e composto così come un foglio di carta. Mah.

Qualcuno sta giocando con me? Mi guardo intorno, non vedo che una cornacchia e un puma e, in alto, in un angolo, un cacatua a ali aperte. Anche loro mi guardano, si guardano, ci guardiamo come se chiedessimo “chi comincia?”. Il puma esorta spingendo il muso in avanti, la cornacchia scostando a scatti le ali dal corpo, il cacatua con la sua implorazione da crocifisso, sventagliando la cresta: che la cosa abbia fine, cioè che abbia inizio per farla presto finita.

Il bianco sardonico del foglio, il bianco riso sprezzante a tutta faccia, sguaiato, l’avido vuoto del bianco (si vede che è abituato male) è pretenzioso, s’aspetta che il mondo, che le cose del mondo facciano la fila (non è una fila di lettere e segni la scrittura?) per allinearsi come i pioli di una scala su una pagina (lo scrivere e il leggere sono una scala sempre a scendere?).

Non sarà così oggi. Mondo, addio. E basta coi vincitori e coi vinti, col festeggiar castrazioni, l’altrui che è la propria per aver compagni al duol scemando pene e stipendi, con la correttezza che è repressione, con l’incapacità capace di tutto, coi vantati risultati scontati ossia a saldo, ridotti del trenta per cento da che lo scontrino (non sia mai lo scontro) marcava cento o quasi, e basta con gli scalpi in mano a pavidi maligni ben pettinati, basta con i complici a loro insaputa, con le drammatiche comicità, con l’ultima menzogna che è sempre veritiera pur contraddicendo la menzogna precedente, e basta con la resilienza, questo termine così insoddisfacente e floscio, e basta co’ ’ste battute western: «niente sarà come prima» (sfuggendo spesso come mai fosse prima e prima quando), «saremo migliori/ peggiori» (quando per molti il meglio è il peggio, e per altrettanti molti il peggio è meglio, e i molti son gli stessi, a seconda, e lo stesso è il peggio che è meglio e il meglio che è peggio), e «fosse l’ultima cosa che faccio» (questa è assai augurabile), e eccetera e non eccetera, basta…

Il mondo angustiante e umanoide che preme lo lasciamo oggi fuori, mia unica cara lettrice, per offrirti l’amena lettura del nostro stupore di bestie alla vista del foglio, non più bianco ma invaso da queste parole, usando poi la matita come un fermacapelli che lo infilza e lo acconcia a una ciocca di salice, così, quando tu passerai (so che viaggi su un romanzo scapestrato), forse lo leggerai e, forse, (forse!) sorriderai.

Animali!, me compreso, salutiamo la ragazza. Hai sentito? Ti hanno salutato coi loro bei versi, grazie al cielo non poetici ma schiettamente inumani e insignificanti, ché a significare ormai si mente, anzi, magari, forse si fa peccato. Li leggi qui in calce i loro versi coi miei: grà gràhonnn, sgnàk sgnàk, wrè wrè, ciao ciao.

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