Impatto minimoIl flop della strategia di cooperazione regionale europea nei Balcani occidentali

Negli ultimi vent’anni l’Unione ha investito molto sul rafforzamento delle relazioni economiche tra i paesi della regione. Raccogliendo scarsi risultati

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(Pubblicata originariamente da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa il 24 settembre 2020)

Un recente studio della Bertelsmann Stiftung si è concentrato sulla valutazione degli ultimi vent’anni di strategia di cooperazione regionale dell’Unione europea nei Balcani occidentali, visti dal punto di vista economico.

Quello della cooperazione regionale è un obiettivo ambizioso ed a cui è stato dato molto rilievo soprattutto a causa dello stallo politico in cui è finito il processo di allargamento: molto si è quindi puntato sulle relazioni economiche tra Unione e Balcani e all’interno dei Balcani stessi come volano di una futura integrazione.

Ora questo recente studio si è posto l’obiettivo di valutare quanto si sia trattato di mera retorica e quanto abbia effettivamente avuto un impatto sul terreno: migliorando gli standard di vita, aumentando le connessioni economiche tra Ue e Balcani occidentali, facilitando le relazioni politiche e, in ultimo, contribuendo ad un progresso verso l’integrazione nell’Unione di quest’area d’Europa.

Si partiva male…
Gli autori del report sottolineano innanzitutto come molti dei prerequisiti per rendere efficaci le politiche regionali Ue fossero assenti negli ultimi vent’anni: le questioni territoriali sono rimaste molto rilevanti, molte élite locali non hanno mai investito nel processo, gli standard istituzionali e di governance sono rimasti tendenzialmente bassi in tutta la regione.

Dal punto di vista prettamente economico si sottolinea come, almeno sino al 2008, alcuni elementi a favore di queste politiche regionali vi fossero. La crescita nei primi anni 2000 delle economie Ue era rilevante e le economie dei Balcani occidentali avevano alcuni vantaggi comparativi tra loro e quindi, almeno in teoria, vi erano interessi congiunti nell’integrare le strutture produttive. Ma la povertà e – con la parziale eccezione della Serbia – il poco peso delle economie di questi paesi hanno reso minimi i vantaggi dell’integrazione. A questo – si specifica nel report – vanno aggiunte, a rendere il tutto più complesso, barriere non-tariffarie e scarsa logistica e connettività.

In questa situazione per garantire un sensibile balzo in avanti nell’integrazione economica regionale sarebbe servito un significativo coordinamento nelle politiche, cosa mai avvenuta. Cosa avrebbe dovuto fare Bruxelles? Solo più incentivi offerti ai paesi dei Balcani occidentali avrebbero potuto far funzionare il tutto.

Cosa è stato fatto
In questi vent’anni è stata lanciata una moltitudine di iniziative che riguardano il commercio estero, gli investimenti e le infrastrutture. Nel report si analizzano ad esempio gli effetti degli accordi bilaterali di libero scambio (FTAs) sottoscritti a partire dal 2002 tra paesi dei Balcani occidentali. Si sottolinea come abbiano avuto un impatto positivo sul commercio interregionale stimando ad un incremento del 13.9% il loro apporto. Una cifra che però, si nota, è la metà di quanto venga normalmente stimato come aumento legato ad un accordo di questo tipo. Un dato condizionato dalla Serbia, che nel periodo esaminato ha notevolmente aumentato importazioni ed esportazioni nei confronti dell’Ue, a detrimento di quelle intra-regionali. Senza il dato della Serbia il commercio tra i restanti 5 paesi dei Balcani occidentali è aumentato infatti del 70%.

Anche l’introduzione del Central European Free Trade Agreement (CEFTA) nel 2007 ha portato risultati positivi incrementando il commercio intra-regionale del 37.7%. Anche in questo caso, senza il dato della Serbia, si sale al 70%. Per i cinque paesi dei Balcani occidentali più piccoli, il CEFTA ha quindi avuto un importante impatto positivo in termini di aumento della competitività, ricostruzione del mercato regionale e aumento del flusso di merci, cosa che altrimenti non sarebbe stata possibile.

Per quanto riguarda gli investimenti invece i risultati sembrano meno rilevanti. I trattati bilaterali di investimento (BIT) tra i paesi dei Balcani occidentali, avviati alla fine degli anni ’90 non hanno prodotto secondo gli analisti della Bertelsmann Stiftung risultati statisticamente significativi. Uno dei motivi principali di ciò sono stati gli standard istituzionali generalmente bassi nella regione. Se così non fosse, gli autori della ricerca ritengono che si sarebbero concretizzati maggiori investimenti intraregionali.

Guardando alle relazioni economiche con l’Ue gli Accordi di stabilizzazione e associazione (ASA) firmati dai paesi dei Balcani occidentali hanno avuto un impatto positivo sull’integrazione delle loro economie. Le esportazioni verso l’Ue sono aumentate del 24,6%, mentre la quantità di investimenti diretti esteri (IDE) dall’Unione in questi paesi è aumentato del 46,2%. Tuttavia, i paesi dei Balcani occidentali non sono stati in grado di attirare lo stesso valore in termini di investimenti diretti esteri dall’Europa occidentale dei paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad. Allo stesso modo, con poche eccezioni (ad esempio la Fiat-Chrysler in Serbia), le grandi multinazionali occidentali si sono distinte per la loro assenza nei Balcani occidentali, il che è in netto contrasto con la loro presenza nei paesi di Visegrad.

Infrastrutture
Nello studio si afferma che la strategia dell’UE in materia di infrastrutture, combinata con le iniziative di altri attori coinvolti, ha prodotto alcuni risultati positivi. I paesi dei Balcani occidentali sono stati integrati nelle reti di trasporto transeuropee (TEN-T) e nelle reti transeuropee per l’energia (TEN-E).

Dal 2013, gli investimenti in infrastrutture di trasporto nei Balcani occidentali sono stati generalmente superiori a quelli dei membri dell’UE nell’Europa sud-orientale. Inoltre nella maggior parte dei paesi si è registrato un calo nel numero di aziende che hanno dichiarato che le infrastrutture per i trasporti e l’energia costituiscono un vincolo importante.

Tuttavia sono state identificate anche molte lacune: basse densità autostradali e ferroviarie; infrastrutture di trasporto esistenti di scarsa qualità; interruzioni della fornitura di energia elettrica e scarsa efficienza della rete in alcuni paesi sono ancora un problema serio; infrastrutture digitali ancora poco sviluppate. I maggiori vincoli per coprire queste carenze includono limiti finanziari, corruzione endemica e carenze normative.

Risultati insoddisfacenti
Pur non sminuendo i risultati ottenuti e sottolineando che i cittadini di questi paesi sono sempre più a favore e coinvolti nella cooperazione regionale, per gli autori del report sono molti i motivi per essere delusi da questi ultimi vent’anni.

L’aumento del commercio, degli investimenti e dell’integrazione delle infrastrutture non ha avuto un impatto sufficiente sullo sviluppo economico di questi paesi e sulla loro convergenza, né ha avuto alcun impatto effettivo su quella che gli estensori del rapporto chiamano la «geografia dell’animosità».

Non esistono adeguati incentivi politici per le élite locali a impegnarsi pienamente nel processo e le debolezze istituzionali e di governance rimangono un ostacolo a un’efficace cooperazione regionale.

«Non importa quanto lavoro venga fatto per promuovere l’integrazione economica regionale, resta il fatto che questi paesi sono per lo più piccoli e piuttosto poveri, quindi i potenziali guadagni di tale cooperazione sono necessariamente limitati. Le tendenze demografiche negative in evidenza in tutta la regione indicano una mancanza di speranza tra i giovani istruiti e testimoniano i risultati generalmente deludenti degli ultimi 20 anni», si afferma in termini chiari nel rapporto.

Politica, non solo economia
Si sottolinea poi che, per cambiare la situazione, occorre un cambio di prospettiva: «Sebbene la cooperazione regionale debba certamente proseguire, sarebbe opportuno concentrare gli sforzi sul massimo livello di integrazione economica possibile con l’Unione europea. Maggiori fondi Ue potrebbero avere un impatto materiale rilevante sulle economie dei Balcani occidentali, mentre si registrerebbero a malapena nei bilanci degli stati contributori netti nell’Unione».

I Balcani occidentali costituiscono meno dell’1% del Pil dell’Unione – si specifica – e quindi anche un moderato aumento dell’integrazione economica e dell’accesso ai finanziamenti potrebbe avere ricadute economiche significative.

In chiusura si chiarisce che l’economia può fornire solo una parte delle risposte su come far avanzare l’integrazione regionale, la normalizzazione delle relazioni e l’adesione all’Unione europea dei paesi dei Balcani occidentali. Quest’ultima è infatti ancora gravemente ostacolata da controversie territoriali e stallo istituzionale. Senza una svolta su questi temi – e in particolare la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo – difficile si facciano passi in avanti e nessuna iniziativa di cooperazione regionale può cambiare radicalmente la situazione.

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