L’americana a ParigiStroncatura di Emily in Paris, concentrato noioso di tutte le regole del maccartismo sessuale

Non si capisce perché Darren Star, al posto di nuotare nei suoi dobloni guadagnati sfornando roba come Beverly Hills 90210, Sex and the city e Melrose Place, abbia deciso di rovinare le nostre serate con la sua nuova serie

Grillot edouard on Unsplash

Non è neppure ancora cifra tonda. I settant’anni di Un americano a Parigi sono l’anno prossimo. Non oso immaginare cosa tocchi aspettarsi, se già quest’anno siamo circondati da imbarazzanti scoperte americane della Francia. 

Darren Star, voglio parlare con te. Io lo so, come ti è venuta l’idea. Da quel terrificante finale di Sex and the city, intitolato appunto Un’americana a Parigi. Con tutto ciò che aveva fatto orrore a noi, spettatrici con pretese, tu, che sai fare i prodotti che piacciono alle provinciali senza pretese ma smaniose come tutte di darsi un tono, hai pensato si potesse creare una storia a sé. 

L’americana che in Francia scopre il burro, i baci sulle guance, gli uomini che dicono volgarità irricevibili in America, le parigine che ti guardano come sanno guardarti solo le parigine, e tutti che scopano con tutti (persino i minorenni, puntesclamativo). 

Sono sicura che Emily in Paris tu ce l’avessi in canna da quel finale di serie di Sex and the city, quando Carrie mollava il russo perché, santiddio, lui osava pensare alla propria mostra invece che a farle scoprire Parigi, e noi pensavamo «che piattola insopportabile», e le americane (un bacino di pubblico ben più ampio e appetibile) pensavano «che ragazza empowered». 

Ci sarebbe da chiedersi, Darren, perché. 

Perché tu – che a meno di trent’anni ti sei inventato Beverly Hills 90210, e a meno di quaranta Sex and the city, e in mezzo robetta come Melrose Place – non ti sia ritirato da qualche parte a nuotare nei dobloni. Come ti possa andare, ancora, di sbatterti per poi vedere noialtre incontentabili che diciamo «mah». 

D’altra parte J.K. Rowling ha continuato a scrivere dopo Harry Potter, quindi forse è un disturbo nervoso: multimilionari che non riescono a smettere. 

O forse è una sfida: quante volte si può riproporre il modulo «ragnetto senza particolare qualità per la quale uomini fighissimi mollano fidanzate più belle più simpatiche più tutto»? In eterno? In quante città? Dopo New York, Parigi; dopo Parigi? Londra? Barcellona? Bari? (Non sottovalutiamo la Apulia Film Commission). 

Mentre Netflix metteva on line le puntate di Emily in Paris, Air Mail (la rivista di Graydon Carter, americana ma con velleità di capire l’Europa) ci donava lo scoop dell’anno: Serge Gainsbourg non era san Francesco (al massimo Agostino, ma prima della castità e della continenza). 

Con l’aria attonita di Emily nella scena in cui un parigino le dice «I like American pussy», riportavano che Lio (che quand’ero alle elementari cantava Amoreux Solitaires, e ignoravo fosse ancora viva) ha detto in un’intervista che Gainsbourg era un porco, «l’Harvey Weinstein delle canzoni». «Mancava di rispetto alle ragazze», ha detto l’ex ragazza, non spiegando cosa intendesse. Qualunque cosa significhi «mancare di rispetto», Air Mail ha riepilogato le turpitudini morali di Gainsbourg. 

La volta che ha scritto una canzone sui lecca lecca per una cantante adolescente, e la poverina ignorava che la canzone fosse zeppa di allusioni sessuali (ma i genitori dov’erano?) e si è «sentita stuprata» («sentirsi», verbo dominante del revisionismo storico recente; a certificare le sensazioni è sempre Lio, giacché l’ex adolescente del lecca lecca è nel frattempo morta). 

La volta che ha detto «schifosa puttana» a un’altra tizia ospite come lui in un programma televisivo (e pensare che c’è chi crede l’involgarimento dei talk show sia un problema recente, e precipuamente italiano). 

Quando nell’86 ha detto «Me la voglio scopare», riferito a Whitney Houston, in un altro programma televisivo, perdindirindina (le campagne per la moralizzazione postuma son sconfortanti sempre, ma quando poi carnefici e vittime son tutti morti sembrano particolarmente patologiche). 

E nello stesso programma aveva messo le mani addosso alla Deneuve mentre la tapina provava a cantare una sua canzone. Quest’accusa è la più interessante. Il filmato è su YouTube. I due duettano – è il 1980 – su Dieu est un fumeur de havanes. È un playback di quelli fintissimi ai quali eravamo abituati in quegli anni, e per rendere il tono intimo della registrazione i due stanno vicini e Gainsbourg tiene tutto il tempo un braccio attorno alle spalle di Deneuve. Che non sembra particolarmente in difficoltà (in generale ha l’aria d’una che sappia difendersi, lì non ha neppure l’aria d’aver bisogno di difendersi). 

E quindi la domanda è se l’americano di turno a raccontarci Parigi non abbia avuto voglia di guardare tre minuti di filmato, o se li abbia visti e abbia ritenuto che un braccio attorno alle spalle basti a farti «sentire stuprata», secondo le regole del maccartismo sessuale. 

Sono passati quarant’anni, e sentiamo la cogenza di processare il cadavere; sono passati quarant’anni, e nessuno ha chiesto a Deneuve, che è viva e poco incline a dar corda a scemenze moraliste, cosa pensasse di quest’accusa: se poi la vittima non ti dà corda, la tua ferma condanna morale del carnefice defunto vacilla. 

Tra trent’anni, per il centenario di Un americano a Parigi, ci toccherà il memoir di Emily, su quella difficile stagione di pain au chocolat e uomini con barba sfatta. Lo sceneggerà Darren Star, ormai novantenne ma non ancora sazio di diritti d’autore.

 

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