Elaborazione collettivaDai Beat alla generazione Erasmus, verso la Next Generation Eu

Le grandi tragedie da cui nascono i nuovi mondi non possono vedere distinzioni tra nonni, padri, madri e figli. Tutti devono traghettare sull’altra sponda, ciascuno con le proprie responsabilità, per costruire il futuro (senza dimenticare il prezzo che avremo pagato per realizzarlo)

Photo by Markus Spiske on Unsplash

La scienza della genealogia colloca tra tre e quattro le generazioni che vivono in un secolo e, per quanto vi siano differenze tra le discendenze di genere, si assume ormai per convenzione che ogni venticinque anni se ne configuri una nuova.

Dagli anni venti del XX secolo a questo primo ventennio del 2000, si possono rintracciare quattro generazioni anche in considerazione del notevole incremento dell’aspettativa di vita manifestatosi negli recenti decenni. Sono abbastanza frequenti nei Paesi occidentali o occidentalizzati come il Giappone i casi di bambini nati nei recenti cinque anni, disponendo almeno per alcuni anni di ben tre generazioni di ascendenti viventi: i genitori, i nonni e i bisnonni con un’età rispettiva compresa tra trenta e quaranta anni i primi, tra sessanta e gli ottanta i secondi, tra i novanta e gli oltre cento i terzi.

Per una coppia di venticinquenni/trentenni con prole, non è raro che almeno il primo nato sia stato accolto anche da nonni e da bisnonni a cui la benedizione biblica è stata più che favorevole. Nel Libro dei Salmi, infatti, il numero 127 è dedicato alla famiglia e si conclude con il versetto: «Possa tu vedere i figli dei tuoi figli». Un augurio più che significativo, tenuto conto della durata media della vita nell’antichità. Nel Talmud, il libro sapienziale dell’ebraismo, troviamo un riferimento analogo. «Chi ascolta il figlio di suo figlio recitare la Torah, può ritenere di avere ascoltato la Torah direttamente dal Monte Sinai». Tra i Kami (precetti) dello Shintoismo, il rispetto in vita e il culto in morte degli antenati sono un pilastro di quella spiritualità.

Presso Greci, Etruschi e antichi romani, insieme ai Penati, i Lari erano posti a protezione della casa, divinità domestiche presenti in ogni fase o evento della vita familiare, come fino all’Ottocento i grandi ritratti raffiguranti gli avi.

In Italia ancora oggi, più prosaicamente, le generazioni si festeggiano tra di loro nei pranzi domenicali, cui frettolosamente si presentano ancora assonnati i ragazzi più giovani, reduci dalla movida del sabato sera. E se negli ultimi anni le famiglie patriarcali – terreno fertile del pranzo domenicale – sono andate scemando, al loro posto sono nate le famiglie allargate all’interno delle quali generazioni un po’ meno dirette del passato, rinnovano la tradizione. Il marito facoltoso prende il posto del pater familias, i nuovi coniugi squattrinati sostituiscono gli zii scapoli e sfaccendati, le nuove compagne prendono il posto delle zie zitelle di un tempo; il nugolo di figli e nipoti con le rispettive fidanzate è rimpiazzato dalla prole di primo, secondo e terzo letto. E almeno così il pranzo di famiglia è salvo.

Sequenze indimenticabili di quei riti le ha girate Ettore Scola nel film “La Famiglia” del 1987, che fece razzia l’anno successivo di ogni premio possibile, dall’Oscar al David di Donatello, dal Nastro d’Argento, al Festival di Cannes. Nell’appartamento di via Scipione L’Emiliano n.45, nel quartiere romano di Prati, Vittorio Gassman in un arco di ottanta anni è nipote, figlio, padre, nonno e bisnonno, studente, attivista, professore e pensionato che rilega con amore e pazienza i propri libri nella grande casa ormai solitaria. Attraversa due guerre, il fascismo, la resistenza, il travaglio della nascita nuova repubblica, il boom economico, la contestazione del ’68, il terrorismo e il “riflusso” in compagnia di un cast di grande pregio di cui fanno parte Stefania Sandrelli, Carlo e Massimo Dapporto, Ottavia Piccolo, Renzo Palmer, i giovanissimi Sergio Castellitto e Ricky Tognazzi, l’affascinante e inquieta Fanny Ardant e un imbarazzato quanto cortese Philippe Noiret. 

Il quadro apparirebbe idilliaco ma non mancano inquietudini, gelosie tra fratelli, tradimenti coniugali, passioni represse, tensioni morali e politiche, cambiamenti di costume (e di arredamento)  e conflitti generazionali. Nei giorni in cui anche gli assembramenti tra familiari non conviventi saranno vietati forse anche a Natale, vederlo sarà un dono, rivederlo un commovente «come eravamo».

La palingenesi che, vaccino o meno, seguirà la pandemia toccherà molti aspetti della vita sociale e tra essi massimamente il ruolo e la considerazione anche politica degli anziani (quattordici milioni pari al 22,8% dell’intera popolazione) vittime sacrificali dei mutamenti culturali già da un paio di decenni, quali il confinamento presso le case di riposo, spesso richiesto dai medesimi.

Un ennesimo doloroso atto di amore verso figli e nipoti con vite frenetiche e precarie, abitazioni sovente ridotte a poche decine di metri quadrati, ma anche insopportabili solitudini vedovili in condomini anonimi e privi dell’antica solidarietà. I più facoltosi hanno optato ormai da anni per residenze lussuose e confortevoli molto più simili a villaggi vacanze che ad ospizi, dove si trasferiscono con altre famiglie di coetanei mantenendo un elevato livello di vita sociale e di rapporti amicali. L’esempio è arrivato dall’estero e presto seguito da lungimiranti titolari di alberghi in località amene, spesso penalizzati da un turismo che anche in passato soffriva del limite tutto italiano della prevalenza di soggiorni turistici troppo stagionalizzati. In alcuni casi le residenze sono state costruite su indicazioni specifiche dei futuri ospiti che ne hanno progettato struttura e servizi. Una descrizione esaustiva ne ha fatto Anna Guaita sul Messaggero del 3 luglio 2016, con riferimento agli Stati Uniti.

Non mancano soluzioni di super lusso come la struttura in cui è ambientato “Youth-La Giovinezza”, scritto e diretto da Paolo Sorrentino con Michael Caine, Harvey Keitel e Jane Fonda che esibiscono gloriosamente i propri anni. La scena dei due vecchi amici che contemplano senza concupiscenza la bellezza assoluta di Madalina Ghenea mentre discende senza veli nella medesima vasca è forse la migliore del cinema di Sorrentino. Il film è stato girato nel 2015 nell’Hotel Schatzalp di Davos sulle Alpi svizzere, la location in cui Thomas Mann ambientò la Montagna Incantata (Der Zauberberg), il romanzo del 1924 in cui la giovane anima di Hans Castorp è disputata tra due vecchi che vi risiedono: il massone Naphta e l’ex gesuita Settembrini. Dalle buone letture del regista napoletano de “La Grande Bellezza” del 2013 che si apre con una citazione da Louis Ferdinand Céline, attendiamo presto nuove prove di almeno pari livello.

Per i poveri mortali, durante la pandemia, il fenomeno delle Residenze sanitarie assistite (Rsa) e l’eccidio perpetratovi dal virus e dalla leggerezza di alcuni decisori politici hanno tolto il velo di ipocrisia disteso su un fenomeno di cui si era parlato troppo poco. Anche se già nel 1977 in uno egli episodi del film “I nuovi mostri” diretto da Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola, un mellifluo Alberto Sordi accompagna la madre in un ospizio economico dalle referenze non brillanti, premurandosi però di gridare agli addetti, mentre si dirige verso le vacanze: «Trattatela come una regina!».

A un livello intermedio tra il super lusso e il degrado, ma con tutt’altra filosofia che occorrerà approfondire quando vi sarà in Italia un governo adeguato culturalmente a farlo, è la formula del cohousing. Il termine è stato coniato da due architetti americani Kathryn McCamant e Charles Durrett negli anni ’80 che, durante gli studi all’Università di Copenhagen, avevano osservato e recepito questa nuova idea dell’abitare in Danimarca, particolarmente adatta agli anziani, definita dall’architetto Jan Godman Hoyer Bofaellesskab, comunità vivente.  

Come  spiegato nel sito, il cohousing è una particolare forma di vicinato: gli abitanti vivono in un complesso residenziale composto da alloggi privati e da ampi spazi comuni (soggiorno, laboratorio, palestra, orto e giardino, sala musica, sala giochi per i bambini, lavanderia, ecc.) ottenendo benefici sociali, economici e ambientali. Le prime idee di cohousing nascono in Danimarca e derivano dal contesto sociale degli anni ‘50: crescita industriale, migrazione verso la città, concentrazione abitativa non attenta al benessere della persona.

Nasce la necessità di ricercare uno stile di vita che eviti l’alienazione dell’individuo a favore della socialità, trova in alcuni esempi del passato una fonte di ispirazione per elaborare questa nuova idea. Al centro c’è la persona: famiglie, single, coppie, si scelgono reciprocamente come vicini (vicinato elettivo), formando il gruppo che andrà poi a vivere nel “villaggio” che essi stessi avranno in parte ideato. La progettazione partecipata consente di realizzare un luogo costruito sulla base delle esigenze dei futuri abitanti. Anche la gestione è responsabilità degli abitanti, i quali saranno portati a relazionarsi per prendere insieme le decisioni riguardanti la comunità. I progetti sono finanziati dalla stato danese e l’applicazione alle esigenze degli anziani è conseguente. Altro che Pio Albergo Trivulzio, per non parlare degli squallidi condomini dove trovano collocazione strutture precarie dai nomi rigorosamente angelici. Ma, poco importa, per noi “civilissimi” discendenti dagli antichi romani, sono solo stranezze dei “Paesi frugali”.

C’era una volta la Beat Generation i cui principali esponenti furono Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsbeg, William S. Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassidy, Charles Bukosky, Norman Mailer e Lawrence Ferlinghetti, nato il 24 marzo del 1919 e tuttora vivente a San Francisco dove il sindaco ha dichiarato quella data natale Lawrence Ferlinghetti Day. Agli italiani degli anni ’60 li fece conoscere la scrittrice torinese Fernanda Pivano che aveva già tradotto Ernest Hemingway, Walt Withman ed Edgar Lee Master, su consiglio di Cesare Pavese.

Il Paese era guidato dal secondo governo di Aldo Moro, il maggio francese ancora lontano e il movimento beat fu subito etichettato dai benpensanti come “gioventù bruciata” dal film di Nicholas Rey del 1955 con l’esordiente James Dean, che già aveva anticipato il disagio dei giovani americani esploso poi proprio con la cultura beatink con i suoi eccessi ma anche con una potente carica di vitale ribellione al conformismo della provincia americana che non aveva ancora eletto JFK e vissuto la guerra di Corea mentre ancora imperava l’ossessione maccartista di J.Edgar Hoover, per oltre trent’anni a capo del Federal Bureau of Investigation. Un’epoca che Eleanor Roosevelt ebbe a definire come «… una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo Paese abbia mai avuto.» Chissà cosa avrebbe detto oggi di Donald Trump e dei suoi appelli eversivi ai proud guys?

In piena guerra fredda, la Beat Generation introduceva i temi della pace e del disarmo nucleare, della tutela dell’ambiente, della solidarietà sociale, della vita comunitaria, della contemplazione, della rivoluzione sessuale, dell’emancipazione delle donne, dell’orgoglio omosessuale; indicava nell’uso delle droghe – e ciò ne indebolì il messaggio – una via di espansione della coscienza e delle conoscenza, rifacendosi ai riti dei nativi americani la cui cultura sciamanica era stata diffusa da Carlos Castaneda.

Libro cult intramontabile era il “Giovane Holden” scritto da J.D. Salinger, che presto sarebbe stato affiancato da classici beat qualeOn The Road” di Kerouac, il Pasto nudo di Burroughs, Gasoline di Corso. Su tutti,  il poema Urlo (Howl)  di Allen Ginsberg, scandalizzante inno alla libertà individuale di cui l’autore disse anni dopo «C’è stato un tempo in cui questa poesia è stato il manifesto dei giovani e in cui la conoscevano a memoria». 

Quel tempo si esaurì insieme alla vita di cinquantatremila giovani americani nelle paludi del Mekong o durante l’offensiva del Tet e in Italia Gianni Morandi cantava “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, girava il mondo ma poi finì a far la guerra nel Vietnam”. L’arrangiamento era di Ennio Morricone. Ma non si esaurirono le speranze di poter cambiare il mondo. E quel mondo cambiò pur, come sempre, tra mille contraddizioni, errori individuali e collettivi fatali e tragedie immani e generò nuove consapevolezze e sensibilità nate dalle utopie dei “figli dei fiori” molti dei quali furono decimati dall’ eroina e dall’Aids.

I superstiti di quegli anni li ritroviamo nel 1985, invecchiati ma indomiti, nel film di Ron Howard “Cocoon” tratto dal romanzo di David Saperstein e vincitore l’anno successivo di due Oscar, un Golden Globe e un Premio Giovani per il regista al Festival di Venezia. I tanti protagonisti vivono con le mogli attendendo la morte in un resort confinante con una villa in cui misteriosi alieni dalle finte sembianze umane  cercano di recuperare alcuni dei loro rimasti per secoli nascosti in fondo al mare chiusi in bozzoli di auto sopravvivenza,  dopo una sfortunata spedizione sulla Terra.

Nella piscina in cui vengono immersi prima del ritorno a casa, emanano un’energia vitale da cui gli anziani e periclitanti ospiti del pensionato vicino trarranno clandestinamente  una nuova giovinezza. Scoperti ma perdonati dagli alieni, faranno l’estrema scelta di seguirli sul loro pianeta dove non esistono vecchiaia e malattie. Il sogno dell’eterna giovinezza non tramonta mai, ma nel film vi è dell’altro: la rivendicazione di una dignità umana che non cede al degrado del fisico anzi vi si oppone con immutato attaccamento alla vita, potenza degli affetti, fedeltà ai valori della gioventù. Un grande vecchio che mi fu affettuoso maestro ebbe a dirmi un giorno «Non li capisco, tutti, compreso lo specchio, mi ricordano  che sono vecchio ma dentro di me, io continuo a sognare, a desiderare e ad amare come quando avevo vent’anni, forse ancora di più».

Davanti alle scene strazianti che sembrano voler tornare in questi giorni e di cui qualcuno, inascoltato come l’omerico Laocoonte,  aveva preavvisato i decisori politici, ci troviamo ad ascoltare i racconti dei sanitari che quegli uomini e quelle donne hanno assistito nella solitudine dell’ultimo momento di vita. Credo che quanti stanno sopravvivendo alla pandemia abbiano diritto ad essere parte di una nuova generazione Cocoon a cui si riconosca il diritto di amare e di essere amati, la dignità di esercitare i propri diritti di cittadini, l’adeguata assistenza medica, culturale, sociale e di ciascuno di essi, alla fine, si possa dire come fa l’indiano Colpo di Pugnale, mentore di Tristan Ludlow (Brad Pitt) nel film “Vento di Passione” di Edward Zwick «fece una buona morte».

Una nuova leva si è avvicendata in questo secolo, la cosiddetta generazione Erasmus di cui nel 2017 si sono celebrati i trent’anni, il che vuol dire che i primi partecipanti sono oggi cinquantenni spesso in posizioni qualificate e di rilievo in ogni parte del Continente e nelle istituzioni comunitarie.

La maggior parte di essi ha vissuto un’esperienza che ne ha modificato il Dna civile e culturale, consentendo loro di superare le visioni del particolarismo nazionale, le tentazioni del sovranismo, l’ostacolo della barriera linguistica, rilevante soprattutto in Italia e in Francia. A distanza di quattro decenni, uomini che si scontrarono nelle foreste delle Ardenne, nei cieli d’Inghilterra e di tutta Europa, nella battaglia di Berlino, sulle spiagge di Dunkerque, di Anzio e della Normandia, si sono trovati, seduti alla propria tavola, i nipoti dei nemici di un tempo ora ospiti dei propri ragazzi e loro compagni di studi. Ne hanno riconosciuto le storie tanto simili a quelle raccontante ai propri figli ed ai figli di questi.

Qualche volta sono diventati bisnonni spagnoli di pargoli biondissimi, avi danesi di bambine ricciolute, Großeltern, membri da bambini dell’Hitler-Jugend, lieti di  partecipare commossi e con la kippah sul capo canuto a bar mitzvah del pronipotino polacco. Chiunque si permetta di dimenticare tutto questo, blaterando di purezza del sangue, di supremazia della propria nazione, di negazione o limitazione dei diritti connessi alla cittadinanza europea merita di essere bandito per sempre dal consesso umano e il suo nome va cancellato, con ignominia, dalla memoria dei contemporanei e dei posteri poiché è indegno dei propri padri e nemico dei propri figli. E ciò vale anche per le nazioni che pur essendo membri dell’Unione, violano palesemente i diritti civili e le libertà religiose dei propri cittadini, facendone strame.

Il nuovo programma di interventi dell’Unione europea si intitola Next Generation EU e si rivolge a coloro che stanno già crescendo. Scritto dalla generazione dei baby boomer, speriamo non ne replichi gli errori, le tante responsabilità, i troppi silenzi, le colpevoli omissioni. È la grande speranza del continente con la popolazione più anziana del Pianeta e, al tempo stesso, la più scolarizzata e la principale protagonista nel raggiungimento di livelli altissimi di civiltà, di cultura e di progresso in ogni campo. Il terzo pilastro del piano pone solennemente l’obiettivo di “trarre insegnamenti dalla crisi” e tra questi insegnamenti voglio pensare che vi sia il medesimo raffigurato in un dipinto ottocentesco che tutti conosciamo in quanto riportato dai “sussidiari” in quelle che un tempo si chiamavano scuole elementari perché fondavano gli elementi essenziali dell’identità dell’uomo e del cittadino.

Vi è raffigurato l’episodio, narrato da Virgilio nel secondo Libro, in cui Enea fugge dalla città di Troia ormai in fiamme e perduta per sempre,  portando sulle spalle il padre Anchise e tenendo per mano il figlio Ascanio (Iulo): 

«Su dunque, diletto padre, salimi sul collo;
ti sosterrò con le spalle, e il peso non mi sarà grave;
dovunque cadranno le sorti, uno e comune sarà
il pericolo, una per ambedue la salvezza. Il piccolo Iulo
mi accompagni, e la sposa segua discreta i miei passi»

Se qualcosa hanno ancora da dirci i “classici”, che non a caso continuiamo a chiamare così, le grandi tragedie da cui nascono i nuovi mondi non possono vedere distinzioni tra le generazioni, tutte vanno traghettate verso la nuova sponda da cui il fiume in piena separa e sembra allontanare. Una o più la portiamo sulle spalle ed è quell’identità profonda senza la quale vagheremmo nel medesimo buio a cui si condanna Edipo per aver ucciso, pur inconsapevolmente, il padre, altre abbiamo il dovere di tenerle per mano, finché toccherà a loro fare lo stesso a loro volta.

Nel processo in cui nel film “Amistad” del 1997 un gigantesco Antony Hopkins vince davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel processo che libera gli schiavi della nave negriera e apre la lunga strada all’emancipazione dei neri, ancora oggi non raggiunta pienamente sul piano fattuale nell’America di Trump. I giudici si convincono quando egli, affiancandole all’invocazione ai padri fondatori e al dovere di non dimenticarne gli insegnamenti scolpiti nella Dichiarazione d’Indipendenza, cita le parole che, davanti ai timori paventati circa l’esito della sentenza, il leader degli imputati gli aveva riferito la sera prima: «Ma io non sarò solo! Quando affronto una prova, chiamo con me i miei antenati, li chiamerò fin dall’origine del tempo, perché mi aiutino, ed essi devono venire perché in questo momento io sono l’unica ragione per cui loro sono esistiti!».

Beatniks, baby boomer, generazione Erasmus, Cocooners, vecchi e giovani, nonni e nipoti ora sono protesi verso Next Generation Eu. È la storia di una crescente consapevolezza acquisita nel volgere di un secolo e che segnerà o spegnerà il nostro definitivo diritto di proclamarci, contro ogni deprimente evidenza, esseri umani in grado di sperare e di costruire il futuro, senza dimenticare il prezzo che avremo pagato per realizzarlo.

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