La bufala del modello italianoÈ il momento di dirci la verità: non siamo mai stati i migliori nella lotta al virus

Rispetto a Francia e Germania abbiamo tenuto chiuse scuole e aziende più a lungo, con maggiori costi economici e sociali, e ciò nonostante abbiamo avuto più morti in rapporto alla popolazione e persino in termini assoluti (pur avendo meno abitanti di loro)

Foto di Ewa Urban da Pixabay

Ora che Francia e Germania cominciano a prendere decisioni drastiche, è ragionevole pensare che anche il governo italiano, finalmente, uscirà dalla lunga fase della negazione in cui è rimasto imprigionato perlomeno da maggio, vittima della sua stessa propaganda e di una stampa troppo compiacente.

Ebbene, è ora di svegliarsi. Non c’è altro tempo da perdere. E se non vogliamo perdere altro tempo, per prima cosa dobbiamo dirci la verità: non c’è nessun modello italiano, non c’è mai stato, per la semplicissima ragione che non siamo stati affatto i più bravi del mondo nel gestire la pandemia (decisamente meglio di noi ha fatto non solo la Cina, che certo non è un paese democratico e nemmeno uno stato di diritto che rispetti accettabili standard di trasparenza, ma anche la Corea del Sud, che invece lo è). E non siamo nemmeno i più bravi d’Europa.

Rispetto a Francia e Germania, ad esempio, sappiamo che l’Italia ha fatto i sacrifici più duri, ha tenuto le scuole e le aziende chiuse più a lungo, ha subito le maggiori perdite economiche e sopportato più alti costi sociali, e nonostante tutto questo ha avuto più morti in rapporto alla popolazione, e ha avuto persino più morti in termini assoluti, nonostante la Francia abbia sei milioni di abitanti in più e la Germania addirittura ventitré.

Al 28 ottobre 2020, i dati sono infatti i seguenti: Germania, 83 milioni di abitanti e 10.259 morti; Francia, 66 milioni di abitanti e 35.823 morti; Italia, 60 milioni di abitanti e 37.905 morti. Secondo quale criterio continuiamo dunque a ripetere che gli altri starebbero messi peggio di noi e che ci prenderebbero addirittura a modello? Se non per la banale considerazione che avendo noi affrontato l’ondata per primi – in Europa, s’intende – siamo stati ovviamente anche i primi a fare da cavia e a offrire un modello di risposta, che poi ciascuno ha seguito fin dove gli è parso ragionevole, discostandosene dove no, com’era naturale che fosse? Abbiamo fatto sacrifici più duri e abbiamo subito perdite umane ed economiche più alte: di cosa dovremmo vantarci?

È evidente che in Europa e nel mondo c’è anche chi ha fatto peggio di noi, a cominciare dai campioni del populismo negazionista (o quanto meno minimizzatore) come Donald Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaro in Brasile, Boris Johnson in Gran Bretagna (quest’ultimo però solo finché il virus non se lo è preso pure lui, e in forma ben più seria di quella toccata agli altri due, che essendosela cavata con poco ne sono usciti persino rafforzati nelle loro pseudo-convinzioni).

D’altra parte, stiamo parlando di una pandemia mondiale, mica di un problema da poco. Ma un conto è riconoscere che si tratta di una situazione difficile per tutti e che nessuno ha la soluzione in tasca, tutt’altro conto è sostenere che la ricetta magica ce l’abbiamo proprio noi, continuando a raccontarci la favola del «modello italiano». Una formula che oggi, nella situazione in cui siamo, davvero non si può più sentire.

Non foss’altro perché, nel caso non ve ne foste accorti, l’Italia è al sesto posto nella classifica mondiale dei paesi con il maggior numero di morti in termini assoluti (e al quattordicesimo in rapporto alla popolazione, con 623,53 morti per milione di abitanti, secondo i dati dell’Oms).

Questa è la situazione in cui ci troviamo, con il sistema di tracciamento ormai in tilt – ammesso e non concesso che abbia mai funzionato – e la curva dei contagi in continua accelerazione. Servono dunque freddezza e lucidità. Ma soprattutto serve finirla subito di raccontarsi balle.

In una situazione tanto drammatica, dovrebbe esserci un limite anche alla propaganda. Prima della pandemia, la risposta dell’allegra brigata neo-contiana a qualunque critica era sempre la solita: «Allora rivolete Salvini» (e uno si sentiva sempre più spesso come il vecchietto investito sulle strisce pedonali da Corrado Guzzanti, che appena sceso dall’auto, alla prima flebile lamentela della vittima, subito replicava: «Allora rivolete il comunismo!»).

E così adesso, quale che sia la questione oggetto di dibattito, persino di fronte al clamoroso fallimento del tracciamento, alle vergognose file per i tamponi, ai trasporti pubblici stracolmi, alla grottesca vicenda dei banchi a rotelle, ecco arrivare puntuale la replica: «E allora com’è che in tutto il resto del mondo stanno peggio di noi?».

Da mesi continuiamo a raccontarci questa favola, ripetendo che nessuno ha ottenuto i nostri risultati, che siamo i numeri uno e tutto il mondo c’invidia. Il che, tra l’altro, è esattamente quello che dice ogni giorno Donald Trump. Anzi, a mia conoscenza, e a ennesima riprova di un’antica affinità elettiva, è quello che ripetono soltanto due esecutivi su questo pianeta. Quello guidato da Trump e quello guidato da Rocco Casalino.

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