Salvo tamponeIl modello italiano non ha retto neanche un giorno alla prova della riapertura

Nessuno si vuole prendere la responsabilità del fallimento della gestione dell’epidemia, ma qualcuno – il Governo, le Regioni, il Comitato tecnico-scientifico – dovrà pur risponderne

Il sistema di tracciamento è saltato o sta per saltare completamente in gran parte delle regioni italiane, alcune delle quali – come Lombardia e Piemonte – in questi giorni hanno ammesso pubblicamente di avere ormai gettato la spugna. Il che significa, né più né meno, che il risultato dei tanto celebrati sacrifici compiuti durante il lockdown sta evaporando rapidamente. Senza che nessuno senta il bisogno di assumersene la responsabilità.

Non si tratta di un segreto di stato: dalle Asl agli esperti più autorevoli, compresi consiglieri del ministro della Sanità come Walter Ricciardi e componenti del comitato tecnico-scientifico, a cominciare dal suo presidente Agostino Miozzo, in molti hanno finito per riconoscere quello che la fondazione Gimbe ha certificato ieri nel suo report settimanale, e cioè «il fallimento del sistema di testing & tracing per arginare la diffusione dei contagi».

Come ha spiegato ieri al Corriere della Sera l’epidemiologo Carlo La Vecchia, la ragione è semplice: «Ormai ci sono troppi casi per poterlo ritenere uno strumento utile». Ma già martedì scorso Andrea Crisanti, il padre del modello Veneto, era stato ancora più netto in un’intervista all’Huffington Post: «In Italia siamo in grado di tracciare fino a 2.000 casi al giorno con le capacità che abbiamo. Con 12mila contagi salta tutto, il sistema va in tilt: non c’è contact tracing né App Immuni in grado di reggere un impatto del genere».

Figuriamoci ora che abbiamo superato i 16mila. Figuriamoci poi se in diverse regioni non si riesce neanche a trovare l’operatore che dovrebbe inserire i dati trasmessi dagli utenti, che già sono pochi (a scaricare l’app sono stati circa nove milioni di italiani). Figuriamoci poi se già oggi in diverse regioni le file ai tamponi durano anche dodici ore, una vergogna nazionale – regionale e nazionale – che costringe le persone a mettersi in auto all’alba e ad affrontare code interminabili in condizioni indegne, magari con due soli bagni chimici a disposizione, come in alcuni drive-in romani, per centinaia di persone (tra le quali, non dimenticatelo, un alto numero di positivi contagiosi, per ovvie ragioni statistiche).

Se è vero, come ormai ripetono tutti, che l’argine del tracciamento è crollato, qualcuno dovrà pure risponderne: il governo, le regioni, il comitato tecnico-scientifico, chi volete voi. Ma non è possibile continuare a cavarsela ripetendo che in Francia o in Spagna stanno peggio di noi, cioè esattamente con l’atteggiamento che all’inizio, quando eravamo noi in cima alla classifica dei contagi, mostravano la Francia e tanti altri paesi nei nostri confronti, e che giustamente stigmatizzavamo come prova di superbia e di cecità.

È chiaro che si tratta di una situazione difficilissima per tutti. Ma non è possibile passare nel giro di due settimane dal sentirci dire che eravamo i numeri uno al mondo nella gestione della pandemia al sentirci dire che la situazione è ormai fuori controllo. Eppure è esattamente quello che sta accadendo.

E così, dopo avere passato gli ultimi mesi ad ascoltare esponenti di governo e opposizione fare a gara nel gridare a più non posso che mai e poi mai, per nessuna ragione al mondo, avremmo potuto tornare al lockdown (la prima volta evidentemente lo abbiamo fatto per il gusto di farlo), e che mai e poi mai, per nessun motivo nell’universo, avremmo privato ancora i nostri ragazzi della presenza a scuola (la prima volta evidentemente lo abbiamo fatto per vedere l’effetto che fa), ecco che adesso, alla chetichella, una regione prima e una dopo, già cominciamo con i lockdown notturni e la didattica a distanza per le superiori, nella consueta, confusa, casuale escalation di provvedimenti nazionali e locali, a volte persino in aperto contrasto tra loro (vedi l’ultima incredibile polemica tra la ministra dell’Istruzione e i presidenti di Lombardia e Campania, peraltro di opposto colore politico).

E tutto questo a nemmeno un mese dalla ripresa autunnale e dalla riapertura delle scuole.

In pratica, tenendo conto dei venti giorni circa che ormai abbiamo imparato a considerare come il tempo minimo per verificare gli effetti di qualunque misura anti-contagio, possiamo concluderne che il modello italiano, il sistema di regole e protocolli di cui ci siamo vantati un’intera estate – vale a dire tutto quello che governo, regioni ed esperti avrebbero dovuto fare negli ultimi sei mesi – non ha funzionato un solo giorno.

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