L’ultimo turno di pattugliaLa strana storia dell’innocente che voleva farsi arrestare

Un incontro inaspettato, due poliziotti svogliati e un migrante senegalese ossessionato dal desiderio di andare in prigione. Così “Disturbo della pubblica quiete” (Mondadori), il primo romanzo di Luca Bizzarri, racconta come un episodio da nulla in una serata anonima possa avere conseguenze impreviste e tragiche

da Wikimedia Commons

Si guardarono tutti e tre in silenzio, nessuno riusciva a parlare, i due poliziotti erano più che altro spaventati dall’imponenza di Mamadou. Sembrava fosse alto più di due metri, le spalle larghe come quel vicolo, centoventi chili di muscoli anche abbastanza incazzati, una felpa, dei jeans, la fronte madida di sudore a forza di dare calci alla porta.

Pieve avrebbe dovuto parlare per primo, invece aspettava che lo facesse Rossetti, che stava tentando in modo maldestro di mettere una mano sullo sfollagente senza farsene accorgere dal bisonte. Che se ne accorse benissimo.

Tac.

Si spense la luce.

Ai due agenti si rizzarono i peli di qualsiasi parte del corpo, Rossetti urlò un: «Fermo!» all’energumeno che era fermissimo e roteò una manganellata nell’aria che sfiorò la testa di Pieve, facendolo sobbalzare.

Si udì un «Cristo».

Mamadou mise un dito sull’interruttore, accese la luce, guardò i due poliziotti e ripeté la stessa frase, in maniera ancora più calma, lentamente, come per farsi capire da qualcuno che non parla la propria lingua.

«Portatemi. In. Galera».

Pieve prese il comando, si avvicinò a Mamadou e gli disse: «Va bene, stai calmo, non c’è bisogno di andare in galera. Questa è casa tua?».

Mamadou fece un no infantile con la testa. «C’è qualcuno dentro?» Mamadou rifece un no infantile con la testa. «Portatemi in galera». «Perché stai prendendo a calci la porta?» «Sei rimasto chiuso fuori?» «Portatemi in galera».

«Allora, facciamo così» Pieve costruì un sorriso tra le rughe, «tu adesso ci fai vedere un documento e poi noi ce ne andiamo, facciamo finta di niente e tu la smetti di fare casino. Perché, se ci richiamano, poi sono cazzi e lì ti dobbiamo portare in galera per forza…»

«Portatemici subito, allora!» replicò il gigante urlando e sferrò un calcio così forte alla porta che fece vibrare l’intero palazzo.

«Senti amico…» intervenne Rossetti, ma non fece nemmeno in tempo a finire la frase che l’energumeno tirò un altro calcio, insieme a un altro urlo disumano in una lingua sconosciuta.

Pieve estrasse le manette.

Si era fatto ammanettare docilmente, il colosso, anzi prima spontaneamente aveva consegnato un documento sgualcito e poi aveva presentato i polsi senza fiatare. Ma mettergli le manette non era stata una buona idea perché fargli scendere quel centinaio di gradini con le mani dietro la schiena fu molto più complicato del previsto.

Si misero Pieve davanti e Rossetti dietro, con in mezzo quella quintalata inferma e dall’equilibrio instabile. Rischiarono di cadere tutti e tre un paio di volte e arrivati in fondo i due poliziotti erano zuppi di sudore: l’aria ghiacciata che trovarono appena fuori dal portone avrebbe influito sulla loro salute futura.

Arrivati alla macchina dopo un’altra piccola odissea tra vicoli stretti e bottiglie rotte, tolte le manette, chiusero Mamadou nei sedili posteriori, divisi da quelli anteriori da uno spesso pannello antiaggressione di plexiglas, poi salirono loro: Rossetti alla guida e Pieve di fianco, grondanti, infreddoliti, incazzati e paonazzi.

Pieve controllò il documento: Mamadou Okigbo, senegalese, permesso di soggiorno regolare, nessun precedente, tutto a posto.

Ancora peggio, forse.

«Dove vado, capo? Se lo portiamo in questura c’è da scrivere fino alle due e fotosegnalarlo…» Era vero, e anche se in un’altra occasione per una frase del genere si sarebbe mangiato vivo il suo autista, Pieve realizzò che in effetti aveva solo voglia di tornarsene a casa, e in fondo il senegalese non aveva fatto nulla che giustificasse un arresto e la compilazione conseguente di verbali fino alle prime ore del mattino.

Tentò di mettere insieme le idee, di farsi venire in mente qualcosa di intelligente.

«Allora, se lo molliamo qui, tempo di rientrare in caserma e ci richiamano: a quel punto tocca tornare e ricominciare da capo. Tanto vale tenercelo. Lo portiamo in ospedale, in psichiatria, richiediamo un Tso e ci penserà poi il medico a capire cosa fare».

Rossetti sorrise, un sorriso che chiaramente voleva dire: “Grande idea per fregarli tutti! Da te non me lo sarei mai aspettato!”.

Pieve si chiese se si sarebbe dovuto offendere o no. Sapeva che c’era questa fama che ormai lo precedeva, quella di essere un po’ bacchettone, uno estremamente ligio al dovere e poco incline alle scorciatoie.

Eppure lui non era così, non era quella la sua natura. Era semplicemente invecchiato, e la maturità lo aveva portato a rispettare sempre di più le regole, soprattutto dopo che si era accorto di aver messo al mondo una ragazzina tutta piercing che faceva qualsiasi cosa per non rispettarne nemmeno una, di regola.

L’ispettore era fatto così, quando veniva a contatto con qualcosa che lo disturbava, lui prendeva subito la direzione contraria, e in maniera ostinata, come avrebbe detto uno dei suoi cantautori preferiti.

Era successo così con le sigarette: Pieve era un fumatore accanito prima di incontrare sua moglie, che fumava più di lui. Avere lei vicino sempre con la sigaretta accesa aveva fatto nascere in lui un senso di rigetto, e aveva smesso di colpo. Ma sua moglie no.

Aveva smesso di fumare perché sua moglie fumava ed era diventato un bacchettone perché sua figlia era una ribelle. Lo sapeva, era fatto così e non gli dispiaceva neppure troppo.

Decise che forse la storia che gli stava capitando quella sera l’avrebbe raccontata alle sue donne, a casa, giusto per dimostrare che non sempre era rigido ma che, davanti a una situazione complessa e inusuale, era anche in grado di improvvisare.

Magari loro avrebbero ascoltato, per una volta, in una di quelle cene dove tutti parlavano a turno ma nessuno ascoltava gli altri due, avrebbero capito che lui era diverso da quel che credevano, che era uno in gamba per davvero e non era il caso di tenerlo ancora fuori dalla loro squadra.

In realtà una parte di lui sapeva perfettamente che quella era un’illusione: ormai a casa lui non esisteva. Anzi, forse anche peggio: lui a casa era sopportato e qualche volta pure supportato, ma come si fa con qualcuno che, poverino, è rimasto indietro.

Intanto Mamadou, sul sedile posteriore della macchina, taceva. Attento. E ogni volta che uno dei due poliziotti incrociava il suo sguardo, direttamente o attraverso lo specchietto, lui ripeteva il suo mantra, come una preghiera.

«Portatemi in galera».

 

da “Disturbo della pubblica quiete”, di Luca Bizzarri, Mondadori, 2020