Il Grande Romanzo ContemporaneoAlle contraddizioni del femminismo da cancelletto preferisco Temptation Island

I pilastri del Me Too, a partire dal «believe women», stanno invecchiando male di fronte a casi di molestie come quelle fatte dall’ex conduttrice di Fox Kimberly Guilfoyle alla sua assistente. Il nostro sguardo sulle donne è fin troppo stereotipato e non ci permette di osservare con giudizio l’evoluzione della specie: forse il nostro salvagente è davvero rappresentato da quel classico della letteratura riproposto ogni anno da Maria De Filippi

JASON CONNOLLY / AFP

Tra i meriti di Maria De Filippi c’è quello di ricordarci, ogni estate, quanto stereotipato sia il nostro sguardo sulle donne.

Sicuramente vi ricordate quel classico della letteratura che è il Temptation Island del 2018. In quell’edizione dell’antropologia defilippiana, spiccava Oronzo. Che, quando partiva per la villeggiatura televisiva, metteva in valigia gli occhiali a specchio, per guardare i culi delle altre senza farsi vedere; che, come una versione burina del visconte di Valmont (quello delle Relazioni pericolose, quello di «trascende il mio controllo»), diceva che mica era colpa sua, «ho la malattia delle donne».

Le più attaccate ai cliché si precipitarono a dire che era uno schifo, una vergogna, un esempio di mascolinità tossica che mai sarebbe dovuto andare in onda, che era colpa degli Oronzo se poi gli psicopatici ammazzavano le mogli.

Le altre, le felici poche che sanno che i carnefici non si presentano dicendo «Ehi, io sono carnefice», che i sicuri di sé non ripetono ogni dieci secondi quanto siano sicuri di sé, che gli Oronzo sono creature ridicole ma innocue, le altre sapevano come sarebbe andata a finire: col crollo di Oronzo. Che infatti, in lacrime, gettò gli occhiali da sole nel falò sulla spiaggia implorando la legittima di perdonarlo.

Ogni edizione di Temptation Island ha uno così, eppure non impariamo mai. Ogni anno scambiamo quella che non ha bisogno d’agitarsi – la fidanzata dell’apparente bullo la quale non deve rivendicare la propria indipendenza, perché ha abbastanza force tranquille da tenerlo a bada – ogni anno la scambiamo per una vittima.

L’apparente vittima di quest’anno si chiama Serena (la battuta sul nome e il carattere consideratela fatta), è una napoletana che lavora in un negozio di bomboniere (perché questi mestieri non li vedo mai nelle commedie italiane?).

Fin dall’inizio, il suo apparente carnefice si è vantato con gli altri maschi d’avere «il controllo sulla sua mente» (la Scientology del Vomero), e di averle per gelosia vietato tutto, la palestra, le uscite con le amiche, i social. Ancora prima che ce lo spiegasse lei, noi meno oberate dai cliché già sapevamo cosa significasse: che lei non aveva alcuna voglia d’andare in palestra, di mettere dei like su Facebook, di fare l’happy hour con le amiche (come non capirla).

Mentre le femministe dei cancelletti s’agitavano urlando alla «relazione abusante» (non prendetevela con me, non rispondo delle violenze inferte alla lingua italiana dal cancellettismo), le produttrici di Temptation Island facevano vedere a Serena le vanterie del sedicente controllore mentale. E lei, come ovvio, decideva di fargliela pagare.

Sei geloso? E io flirto con tutti. E, se uno non è abbastanza reattivo, spiego a un altro cosa voglio dal mio flirt televisivo: «Acchiappami, schiattam’ ’o mur’». Mentre su Twitter la ritenevano abusata, Serena faceva più per l’emancipazione femminile di quattro film con protagonista Wonder Woman (facendo contestualmente peggio, alla salute cardiocircolatoria del millantatore di controllo, di due chili di zeppole).

Il guaio è che, se ci mostrano una femminista non fatta a forma di femminista, non la riconosciamo. L’ex migliore amica di Melania Trump ha un libro da vendere, in cui sputtana la moglie del Presidente. Per promuoverlo, ha dato alla Cnn alcune registrazioni di loro telefonate d’un paio d’anni fa. Nessuno ha fatto un plissé davanti al non garbatissimo gesto di vendersi private conversazioni, e non sarò certo io a rompere il giocattolo facendo la morale.

Il dettaglio interessante è che, in una di queste conversazioni, Melania dice che le tocca fare quella che decora la Casa Bianca per Natale, perché quelle sono le mansioni che il paese vuole per la first lady, ma «chi se ne fotte delle decorazioni natalizie». È la frase più femminista che abbia mai sentito, ci libera delle mansioni di casalinghitudine, arredo d’interni, segnaposti a tavola e altre cose di quando le donne non avevano diritto di voto e giusto di ’ste stronzate potevano occuparsi.

E invece, la telefonata è stata sintetizzata da qualunque fonte di sinistra americana, compreso il New York Times, come una conversazione in cui Melania diceva di fottersene dei bambini imprigionati al confine col Messico (dice il contrario: dice che ha provato a intercedere ma ci sono delle procedure di legge e non c’è granché da fare; poi magari è vero che se ne fotte, però in quelle conversazioni non lo dice).

Nel frattempo il New Yorker ricostruiva la storia di Kimberly Guilfoyle, il più interessante tra i personaggi poco raccontati di casa Trump. Già moglie dell’attuale governatore democratico della California, Guilfoyle è la fidanzata del primogenito di Trump, Donald jr., e fino a due anni fa conduceva un programma su Fox (la rete così di destra che, in una delle telefonate vendute dall’ex amica, Melania dice di non volersene far intervistare).

La cacciarono, pare, per una causa per molestie sessuali. L’assistente che divideva con un altro conduttore accusò entrambi di molestie, raccontando di riunioni in cui era mezza nuda, di richieste di massaggi alle cosce, e di foto di arnesi maschili che Kimberly le mostrava (purtroppo il New Yorker non ci dice arnesi di chi, anche se a un certo punto butta lì che erano sia di gente con cui Guilfoyle aveva relazioni, sia di follower sui social. Prendiamo appunti: se sconosciuti ci inviano foto del loro bigolo, invece di turbarci, usiamole per diventare a nostra volta molestatrici).

Dalla ricostruzione parrebbe che Guilfoyle avesse finalmente realizzato la vera parità e colmato il divario tra i generi sessuali: ove poste in una posizione di potere, anche noi possiamo diventare Harvey Weinstein.

Certo, se però hai il cervello a forma di cancelletto, ti si presenta un problema nell’osservare l’evoluzione della specie: cosa diventa in questo caso il «believe women», credere alle versioni che danno le donne sempre e comunque, su cui si basò l’intero MeToo? Crediamo alla donna stronza che voleva le massaggiassero le cosce, o alla donna fragile traumatizzata dalle richieste di massaggio?

Speriamo ce lo spieghino a Temptation Island, l’unico programma che si prenda il disturbo di studiare le mutazioni antropologiche, invece che innamorarsi delle proprie convinzioni anche quando la realtà le contraddice.